“Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta

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Se è vero che uno dei compiti del regista è quello di impostare i ritmi, i tempi, i gesti, le posture degli attori, ebbene se è così, la regia di questa edizione di “Miseria e nobiltà”’ non mi convince, non è almeno nelle mie corde. L’eccessiva caratterizzazione dei personaggi ha trasformato la “commedia comica” di Scarpetta in una farsa che è andata (forse) al di là delle intenzioni dell’autore, ma sicuramente della messa in scena di Eduardo De Filippo nel 1953 (si può vederne l’integrale ripresa su youtube). Troppo spesso i lazzi si trasformano in sghignazzi che non muovono nemmeno al sorriso e le posture in supplichevoli richieste di applausi. Le situazioni che vengono a mutare l’ineffabile immobilismo di una quotidianità stantia sono talvolta sopraffatte da voci alte confuse, da una gestualità troppo sopra le righe. Un applauso meritano invece tutti gli attori principali, dallo stesso regista Geppy Gleijeses, a Lello Arena, a Marianella Bargilli, a Gigi De Luca e comprimari: Gina Perna, Gino De Luca, Antonietta D’Angelo, Vincenzo Leto, Jacopo Costantini, Silvia Zora, Francesco De Rosa, Luciano D’Amico, Leonardo Faiella, Liliana Massari.

Per me la bellezza di un’opera risiede nei particolari minori, nella fedeltà del quadro, nella gradazione dei toni, nell’amalgama dei passaggi, nel sapore della parlata, nell’umanità degli avvenimenti e di come questi si snodano”. Scarpetta non allarga il discorso ai problemi e alle questioni generali. Il suo non è un teatro impegnato, non promuove, né prevede conflitti sociali. Come in tutte le sue opere ci presenta uno spaccato di vita reale di una Napoli povera, dove la necessità di sopravvivere fa premio sui valori etici, dove la morale corrente rispecchia la cultura del compromesso. E’ inutile scavare, non ci sono messaggi criptici nelle sue opere, il suo vuole essere soltanto un divertissement dove con brio e leggerezza fa ricorso a intrecci, equivoci, colpi di scena che coinvolgono un pubblico disimpegnato e vivacemente divertito.

Interessante anche se non nuova la scelta registica della “scena aperta” con tutti gli attori presenti sul palcoscenico alcuni dei quali “in panchina” pronti ad intervenire quando la parte lo richiede.

La storia in poche righe.

Le scene squallide rispecchiano la povertà in cui vivono Felice Sciosciammocca, la convivente Luisella, l’amico Pasquale con la moglie Concetta e la figlia Pupella. Sono tutti poverissimi ma dignitosi tanto che della loro miseria “non vogliono farci pietà”. Ma ogni problema si risolve facilmente quando i Poveri si travestono da nobili dietro il suggerimento di Eugenio il figlio di un marchese che si fa chiamare Bebè……….

Lasciamo agli spettatori il gusto di vedere nel secondo atto come si sviluppa la vicenda fra situazioni esilaranti, equivoci e irresistibili gags.

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