Le Maschere de il Carrozzone di Livorno interpretano “La malata immaginaria”

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fotoGiuseppe Pancaccini torna al Teatro di Rifredi per un nuovo appuntamento con il vernacolo livornese. Sotto la sua direzione la compagnia Le Maschere de il Carrozzone di Livorno porta in scena La malata immaginaria”.

È la storia di una vivace famiglia del quartiere Venezia di Livorno in cui tre fratelli sono alle prese con la malattia dell’anziana madre. Che questa malattia sia più o meno reale ha poca importanza, ciò che conta è che essa è il vero motore della commedia; l’evento scatenante che da vita a scambi di battute e situazioni più o meno comiche, durante le quali si avvicendano sul palco personaggi dai tratti marcati, si potrebbe dire caricaturali, come l’amante balbuziente e l’infermiera pettegola.

In una narrazione che alterna dialoghi ad allegri siparietti musicali, è senz’altro il linguaggio ad avere la meglio. E’ il vernacolo livornese, infatti, l’indiscusso protagonista della serata, con la sua schiettezza ed ironia e con quella immancabile dose di volgarità, a tratti fin troppo marcata, che rappresenta però l’animo sprezzante di quel ‘popolino’ meno colto a cui l’eccessiva libertà di linguaggio si perdona facilmente.

Con la sua vivacità, il vernacolo fa da supporto a scambi di battute serrati. Sin dall’inizio questo sembra il preludio per uno spettacolo brillante, fatto di dinamicità anche nelle azioni, nel susseguirsi di accadimenti, nello svilupparsi della vicenda. L’aspettativa cresce. Ci si aspetta che qualcosa giunga a stravolgere l’equilibrio della storia. Ci si aspetta che alla schiettezza del linguaggio corrisponda una trama altrettanto vivace, dissacrante, ma non per questo priva di struttura. Il tempo dell’attesa, tuttavia, si dilata a tal punto da giungere a fine spettacolo senza rendersi conto che uno sviluppo nella trama, seppur appena accennato, c’è stato e come, ma si è finito per perderlo di vista. Tra una battuta e l’altra, infatti, s’intravede un mondo vibrante e schietto. Un mondo che però è tale solo ‘in potenza’, che si assapora appena, senza mai calarcisi del tutto.

Ma è proprio di questo che si nutre il vernacolo livornese: scambi di battute feroci e liberatorie che allontanano la pesantezza inflitta dalla quotidianità ed accompagnano la storia finendo quasi per sopraffarla. Il linguaggio, dunque, è più di un semplice mezzo comunicativo. Esso racchiude l’autenticità e la schiettezza dello spirito livornese, e con estrema immediatezza svela l’animo dissacrante e crudo, ma non per questo privo di pragmatismo, degli abitanti di una città che sebbene se ne stia distesa sul mare si rivela in continuo fermento.

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