“Le nozze dei piccoli borghesi” di Bertolt Brecht

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fotoMerita un caloroso applauso la rappresentazione al Teatro Libero della commedia “Le nozze dei piccoli borghesi. Un lungo applauso indirizzato a tutta la compagnia cominciando da Corrado d’Elia che ha operato una rilettura del testo che, sono certo, avrebbe divertito Bertolt Brecht.

Corrado d’Elia uno e trino (drammaturgo, regista e attore) ama provocare con la contaminazione di generi. Riesce a mettere nel frullatore commedia dell’Arte, commedia degli equivoci, un lacerto di demenzialità, musica, canto e quel che vien fuori è un gustosissimo melting pot.

L’inizio è emblematico. Seduti intorno ad un tavolo imbandito, nove personaggi, riuniti per festeggiare le nozze di una giovane coppia si muovono con movimenti a scatti al comando di un filo che pende dall’alto. Sono marionette vittime della propria pochezza, delle vanità, della superficialità, dell’ipocrisia, delle false apparenze della società piccolo borghese di cui fanno parte. Tra frequenti libagioni, il padre dalla sposa insiste in racconti divertenti quanto inopportuni, la madre dello sposo, già ubriaca, ogni volta che vuole intervenire viene messa a tacere con l’ennesimo bicchiere di vino, la sorella della sposa amoreggia con giovane commensale, una nevrotica amica degli sposi litiga col marito, un amico canta canzoni volgari, tenta di sedurre la sposa e alterca col marito. Tutto finisce in un crescendo farsesco con la coppia che litiga e i mobili montati dal marito (lavoro di cui va fiero) crollano uno ad uno: chiara metafora della caduta delle maschere che la società indossa per apparire quello che di volta in volta a ciascuno conviene. E’ l’epifania della decadenza dei valori che, d’altra parte, si rinnova quotidianamente nell’attuale nostra società.

Nella parte conclusiva della commedia si impone una comicità aggressiva che esonda nell’assurdo farsesco esaltandosi nel gioco di parole, nella recitazione tragicamente comica (e forse eccessiva), nella fisicità dei gesti e posture, nella mimica facciale, nell’iterazione delle situazioni.

Corrado d’Elia ha esaltato il lato ironico e grottesco del testo e ha sfruttato con grande abilità la tecnica del fermo immagine, del ritmo cinematografico, della parte fonica curata da Giulio Fassina e delle luci di Alessandro Tinelli. Belle e funzionali le scene di Fabrizio Palla.

Parliamo ora di attori. A parte Corrado d’Elia e Monica Faggiani che dimostrano di essere in grande spolvero, perfetti nei tempi e nelle intonazioni (però darei un punto in più a Monica) anche gli altri attori sono bravissimi. Da Gianni Quillico che caratterizza in modo magistrale la figura del padre un po’ svanito a Mino Manni nei panni del volgare seduttore, a Cinzia Spanò nelle vesti di un’ospite autoritaria e nervosa e ancora a Gustavo La Volpe, Eliana Bertazzoni, Diana Ceni, Andrea Finizio (anche aiuto alla regia).

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