“Niente più niente al mondo” di Massimo Carlotto

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fotoDopo aver ucciso la figlia, come lei racconterà in seguito, una donna parla di sé, in una sorta di seduta psicanalitica, della sua vita, di un’esistenza grama. E’ una donna la cui mente vacilla obnubilata da una frustrazione senza ritorno, vittima di uno stress esistenziale. Racconta con linguaggio povero e dimesso del marito licenziato dalla Fiat che vede la sua esistenza scorrere senza desideri né speranze. Per tirare avanti la baracca, lei va a servizio nelle case dell’affluent society di Torino e passa il resto della giornata a guardare le promozioni televisive, a cercare i prezzi dei discount, a tentare di elaborare, con la fantasia, il lutto della povertà con l’aiuto di qualche bicchiere di vermuth. Parla, nella sua “confessione”, della figlia ventenne diplomata per la quale sogna un futuro pieno di soldi. Dovrebbe, dice, con quel bel faccino e con quel culetto sodo, mettersi in mostra, presentarsi costi quel che costi ai vari concorsi di bellezza per diventare una velina, una protagonista dell’Isola o del Grande Fratello o anche, perché no, una escort purché di lusso. Ma la figlia preferisce consegnare la posta in motorino e spendere in assurde collezioni da edicola quei pochi soldi che guadagna. Le strade dunque invece di convergere si allontanano sempre più in un disperato viaggio di non ritorno. A questo punto questa madre irrimediabilmente delusa, depressa e in stato confusionale uccide la figlia, ma non è una moderna Medea, uccide non per impulso vendicativo, ma per troppo amore.

E’ molto bravo Massimo Carlotto a scavare nella psicologia del personaggio per tirarne fuori quelle pulsioni irrazionali che come fantasmi agitano la sua mente.

Dal punto di vista drammaturgico la pièce parte in sordina e stenta a decollare, ma lo sviluppo narrativo riesce a farci precipitare emotivamente nella drammaticità della storia. Veramente brava Annina Pedrini ad interpretare, con accenti veri e adeguati all’ambiente socio culturale in cui vive, la variegata personalità di questa madre che non sa più distinguere le categorie morali, il bene dal male. La figlia interpretata da Marina Occhionero la vediamo all’inizio scatenata sull’onda di un rap e in alcune sequenze si materializza come muta immagine alle spalle della madre.Bravo Fabio Cherstich che, alla sua prima regia, fa centro disegnando delle scene assolutamente funzionali e grazie all’aiuto del “linguaggio” delle luci di Gigi Saccomandi.

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