“La cantatrice calva” di Eugène Ionesco

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fotoSi ha la sensazione di assistere ad un vuoto intelligente, un divertissement intellettuale.

In questa pièce, l’autore usa dapprima come una carezza, poi come una clava la parola. Un torrente incontrollabile di parole che hanno l’effetto di eccitare come una droga chi le dispensa. Umorismo paradossale e rappresentazione grottesca mascherano la problematica della nevrosi dell’uomo contemporaneo e l’uso di un linguaggio banale è un mezzo per esprimere l’assurdità della vita in un mondo privo di reale comunicazione.

 

È un testo sconcertante. Non c’è molto da capire. Questo è il teatro dell’assurdo, l’epifania di luoghi comuni, della banalità. Stereotipi vecchi, rimasticati e digeriti nel ventre onnivoro dell’inconsistenza. Un blaterare per iterazioni, un umorismo paradossale e amaro una comicità surreale. Ionesco sbeffeggia il mondo, scardina il quotidiano e rovescia l’ordine logico.

La commedia è la parodia di un pomeriggio borghese in una casa di Londra. I personaggi (due coppie di sposi, la cameriera e il pompiere) non hanno nulla da dirsi al punto da rinfacciarsi banalità incoerenti al limite della demenzialità. Frasi fatte che, in questo potente gioco verbale, assumono un valore grottesco e tragico.

Questo testo funziona perché è impreziosito sia dalla raffinata regia di Massmo Castri (scomparso un anno fa) giocata sul registro dell’ironia e di una misurata comicità sia dall’interpretazione degli attori:Mauro Malinverno, Valeria Banci, Fabio Mascagni, Elisa Langone, Francesco Borchi e Sara Zanobbio che affrontano l’impegnativo ruolo con assoluta padronanza scenica, con gestualità marcata ma funzionale, con tonalità e sfumature perfette.

Funzionali le scene di Claudia Calvaresi, il progetto luci di Roberto Innocenti e le musiche di Arturo Annecchino.

 

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