Ti ho sposato per allegria al Teatro Sala Umberto di Roma

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fotoL’amore è requisito indispensabile per la buona riuscita di un matrimonio? La risposta insita nella commedia di Natalia Ginzburg sembra essere “no”. Siamo in pieno boom economico, agli inizi di quegli Anni Sessanta che vedono germinare i prodromi di valori che caratterizzeranno il decennio successivo e smantelleranno l’immagine stereotipata della donna con la rivoluzione sessuale, i movimenti di liberazione femminile, i collettivi, i gruppi di autocoscienza, la maternità consapevole, i consultori. Scritta nel 1964, questa commedia non sposa l’ottica femminile della vita di coppia e non si pone come paradigma di un nuovo concetto di matrimonio, all’epoca tuttavia ancorato all’indissolubilità (il divorzio arriverà nel 1970).

Semplicemente racconta una storia, quella di una giovane donna spiantata che si accasa per risolvere il problema della sopravvivenza, affrontando in controluce il difficile amalgama dei sentimenti.

Giuliana, ragazza svitata e pasticciona, racconta spassionatamente alla domestica le traversie della sua vita. Fuggita dalla famiglia, conduce una vita randagia fino all’incontro con Manolo di cui si innamora, ma viene abbandonata, incinta, poiché non ha lo stile della moglie Topazia. Sola e priva di mezzi, decide di abortire e di tornare alla sua vita sbandata finché a una festa, ubriaca e incosciente, incontra Pietro, avvocato di estrazione borghese ma anticonformista, che sposa un mese dopo.

Giuliana affronta tutto con leggerezza e avventatezza tuttavia, rendendosi contro dell’incompatibilità della loro coppia, interroga Pietro sui motivi che lo hanno indotto a sposarla in tempi così rapidi. L’uomo dichiara di averlo fatto per allegria. Tuttavia la nuova famiglia deve assoggettarsi alle regole e ricevere la visita della madre, perbenista e scandalizzata per la celebrazione del matrimonio civile, che scatena imbarazzi ed effetti comici anche grazie alla perfetta caratterizzazione fornita da Anita Bartolucci. Contribuiscono a delineare il surreale quadretto domestico la dimessa figura della sorella interpretata da Valentina Virando e la sventatezza della domestica di Giulia Weber, sulle note delle canzoni allora in voga tra cui “Scende la pioggia” dell’intramontabile Gianni Morandi e delle musiche di Antonio Di Pofi. La messinscena di Piero Maccarinelli con le scene di Paola Comencini e i costumi di Sandra Cardini, rende l’atmosfera dell’epoca.

Con levità vengono affrontati temi cruciali e non politicamente corretti per l’epoca, come l’aborto e il divorzio nel contesto di riflessioni profonde sul rapporto di coppia e sull’importanza di sdrammatizzare.

La Ginzburg dichiarò di aver deciso di scrivere questa commedia per rispondere a chi rimproverava agli scrittori di non dedicarsi a questo genere letterario. Vincendo il malessere che l’idea le suscitava, la scrisse in una settimana pensandola per Adriana Asti, e il lavoro che le usciva dalla penna era caratterizzato dall’allegria.

Il testo oggi risulta datato sia per i riferimenti storico-sociali che per la scrittura drammaturgica che nel primo atto è costituita dal lunghissimo monologo di Giuliana, una spumeggiante e flessuosa Chiara Francini, che dona alla fragile protagonista qualche briosa inflessione toscana. Nel ruolo del marito un misurato Emanuele Salce, il cui padre Luciano ha firmato nel 1966 la prima regia teatrale con Adriana Asti e Renzo Montagnani e l’anno successivo quella cinematografica i cui interpreti erano Monica Vitti e Giorgio Albertazzi.

Teatro Sala Umberto

Via della Mercede,50 – Roma

tel.: 066794753

fino al 2 febbraio 2014

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