Circo equestre Sgueglia, regia del franco-argentino Arias

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fotoTorna in scena, fino a domenica 2 marzo, al Teatro San Ferdinando di Napoli lo spettacolo Circo equestre Sgueglia di Raffaele Viviani con la regia di Alfredo Arias. La tournée partita l’11 febbraio al Teatro Carignano di Torin proseguirà a Roma (Teatro Argentina), Genova (Teatro della Corte), Parma (Teatro Due).

La storia descrive la vita di una comunità, quella del piccolo circo di Don Ciccio Sgueglia, nella successione di eventi a volte giocosi e spesso drammatici, ambiatati in un piazza del Carmine (Napoli) nei primi del novecento. Il vettore della storia è il rispettivo triangolo di infedeltà moglie-marito-amante che spinge Samuele, il clown, e Zenobia, l’assistente del cavallerizzo, ai margini di un’esistenza già fatta di precarietà e di privazioni. Un testo dove la consolazione e l’amarezza sono il prodotto della stessa esistenza umana. «La scrittura di Viviani – scrive Arias che incontra per la prima volta il teatro della tradizione partenopea – s’impossessa di un mondo particolarmente tragico: il circo, l’emblema della fragilità. Un mondo in cui la follia e la fame appostano in ogni momento le loro prede. In questo cerchio chiuso la passione o l’amore disperato si presentano come una fuga inevitabile, la speranza di lasciare un luogo di tristezza e di malinconia per un orizzonte che possa portare felicità». Solo nel finale, i protagonisti e vittime della loro ingenuità e del loro amore si rincontrano un anno dopo in quella stessa piazza e in questo caso del destino si accende un luce di speranza. Samuele, ormai ridotto ad essere un clown di commiserazione, e Zenobia, sola, povera e malandata, offrono il proprio aiuto all’altro e nelle sconforto di fondo sembra emergere una nuova fiducia nelle possibilità. Emblematica è la frase nel finale di Samuele: nuie simme dduie pizzeche ‘e povere, ca nu sciuscio ce sperde (noi siamo due pezzettini di polvere, qua un soffio ci sperde). Questa fusione riassume tutta la tenerezza generosa e la simpatia poetica che Raffaele Viviani provava per l’essere umano. Una poesia vicina al cuore e all’afflizione dell’uomo trascurato dalla fortuna. Una poesia intessuta di un’emozione e di una compassione che prende alla gola.

In scena una straordinaria compagnia di attori con Massimiliano Gallo nel ruolo di Samuele, Monica Nappo in quello di Zenobia, un divertentissimo Tonino Taiuti in ruolo di Bagonghi, Carmine Borrino in quello di Giannetto, Lorena Cacciatore in Nicolina, Gennaro Di Biase in Bettina, Giovanna Giuliani in Giannina, Lino Musella in Roberto, Marco Palumbo in Don Ciccio e Autilia Ranieri interpreta la moglie Marietta; con la partecipazione di Mauro Gioia nel ruolo del Narratore. I musicisti sono Giuseppe Burgarella (al pianoforte), Gianni Minale (ai fiati), Alberto Toccaceli (alle percussioni), Marco Vidino (alle chitarre e mandolino). Scene di Sergio Tramonti, costumi di Maurizio Millenotti, disegno luci di Pasquale Mari, arrangiamenti musicali di Pasquale Catalano, coreografie di Luigi Neri.

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