“L’inquilino” di Fabio Banfo

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fotoLa commedia ha le stimmate del dramma, non ha nulla di grottesco e neppure venature di amara comicità come si legge. Non è nemmeno un grido disperato di una umanità senza speranza. Quelli che si raccontano nella pièce sono lacerti di vita reale. E’ il vuoto esistenziale che nel corso della vita accompagna ciascuno di noi a volte in forma aggressiva come nel caso di Emma di cui diremo, a volte in modica quantità come nel caso di Luca e Teresa. E’ una storia di due esistenze che si intersecano come due rette il cui andamento segmentato non può che generare diffidenza, insofferenza, odio. Una affonda in una sorta di solitudine con reazioni morbose di genere compulsivo, l’altra nella banale quotidianità di un’esistenza piatta, senza amore.

La trama è semplice.

Emma, donna piena di vita, disinibita e cinica è disperata per la morte del fratello di cui è morbosamente legata. Alla notizia del decesso Emma va nella casa dove lui si era appena trasferito con l’intenzione di portare via le sue cose, invece rimanda la partenza di giorno in giorno perché non trova fra le carte del fratello qualche cosa che cerca con ostinazione, sia perché la convivenza con Luca l’altro inquilino (un ragazzo chiuso indeciso a tutto), dopo una iniziale freddezza, si fa intrigante. A questo punto si entra nella seconda storia, quella di Luca con la fidanzata Teresa, ragazza dai modi bruschi e asciutti, che parlano di matrimonio con l’entusiasmo di due vecchi coniugi. La vitalità e il comportamento isterico- provocatorio di Emma rompe i fragili equilibri della coppia. Teresa delusa, amareggiata, colma di rabbia avrà un rapporto occasionale con un agente immobiliare che poi si insinuerà nella vita dei tre personaggi. Il finale è sorprendente come scrive il regista nelle sue note “Un caricatore di diapositive trovato in una scatola diventa un archivio della coscienza, un contrappunto straniante e doloroso, la possibilità di mostrare un’altra Emma e soprattutto di dare un volto al suo amato fratello”.

Bravo Fabio Banfo a scavare nella psicologia dei personaggi per tirarne fuori quelle pulsioni che come fantasmi ne agitano la mente.

Dal punto di vista drammaturgico la commedia parte in sordina e stenta a decollare, ma lo sviluppo narrativo riesce a farci precipitare emotivamente nella drammaticità della storia. Fabio Cherstich che già abbiamo apprezzato nella pièce “Niente più niente al mondo” si conferma un ottimo regista. Ha sapientemente coordinato le diverse funzioni teatrali: una scenografia giustamente minimalista curata dallo stesso regista, un’interpretazione (recitazione, ritmo, gestualità) intensa e misurata da parte dei bravissimi attori da Silvia Giulia Mendola (Emma) a Cinzia Spanò (Teresa), Alberto Onofrietti (Luca) e Corrado Accordino. Ma il colpo maestro del regista sono state le musiche eseguite dal vivo dall’eccellente musicista e cantante Barbara Cavaleri le cui interpretazioni hanno moltiplicato le emozioni. Belli i costumi di Sara Grittini e molto funzionali le fotoinstallazioni di Fabio Artese.

 

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