Non è vero ma ci credo

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Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

“Se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse loro sempre favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione”.

Ben si confà questa arguta osservazione di Spinoza alla commedia “Non è vero ma ci credo” che, dopo dieci anni di assenza, è tornata ad animare il palcoscenico della Pergola.

A vestire i panni del protagonista, Gervasio Savastano, un eccezionale Sebastiano Lo Monaco che, accantonati il repertorio pirandelliano e la sua spiccata sicilianità, si confronta con un ruolo comico che fu di Peppino De Filippo, autore di questa pièce.

Cornice dello spettacolo è Napoli, culla delle pratiche superstiziose di cui l’attore principale è schiavo.

La scelta di ambientare “Non è vero ma ci credo” alla fine degli anni cinquanta si deve invece al regista Michele Mirabella che ha cercato così, anche grazie alle scene e ai costumi del duo Cappellini-Licheri, di introdurre un tocco personale nella versione originale del 1942.

Il commendatore Savastano è ossessionato in modo patologico dai gatti neri, dal venerdì e da una certa numerologia che comprende 13, 17 e 47.

Il protagonista è inoltre fortemente intimorito dalle nefaste ricadute che sulla sua attività lavorativa sembra avere Belisario Malvurio, uno dei suoi impiegati.

Temporali e collasso degli affari del Savastano accompagnano costantemente l’ingresso del dipendente che assume i tratti dello iettatore di pirandelliana memoria.

Divertente e briosa la scena in cui a colpi di curniciello il commendatore affronta il menagramo, prima di licenziarlo.

Tanti i riti scaramantici compiuti dal Savastano con il preciso intento di contrastare le innumerevoli manifestazioni della malasorte, sempre pericolosamente incombente.

A complicare la vicenda è Rosina, affascinante figlia del protagonista, appoggiata e sostenuta dalla madre-interpretata dalla bravissima Lelia Mangano De Filippo (moglie dell’autore della pièce) – nel suo amore per un impiegato dalle modeste sostanze.

Savastano ostacola tenacemente la storia fra i due giovani innamorati, perché non vuole un genero socialmente inferiore.

A risollevare la “sorte” è la comparsa sulla scena dello scartellato Alberto Sammaria, assunto nel posto divenuto vacante dopo il licenziamento del Malvurio.

Grande ilarità è suscitata dalla gobba del nuovo dipendente, sempre al centro di carezze da parte del Savastano e dei suoi collaboratori in ossequio ad un’antica credenza che, già da epoche remote, attribuiva alla gibbosità la prerogativa di portare fortuna a chiunque la toccasse.

Ecco infatti che si verifica un improvviso capovolgimento della situazione: il lavoro del commendatore procede a gonfie vele e Rosina dimentica il suo innamorato, tanto avversato dalla figura paterna.

Il protagonista non potrà che nutrire piena fiducia in Sammaria a cui, dopo qualche iniziale riserva, concederà addirittura la mano della figlia, ma… non tutto è come sembra!

Lieto fine a sorpresa per uno spettacolo che suscita le risate del pubblico presente in sala, e che, come osserva il regista, può e deve essere letto anche come “ una commedia amara, in fondo che mette in risalto la fragilità psicologica dei personaggi”.

La forte presenza scenica di Lo Monaco e la sua innegabile bravura sono accompagnate dalla straordinaria perizia degli altri membri del cast.

Un plauso ad Antonio De Rosa, già scelto da De Filippo per il ruolo di Sammaria, che appare convincente nella sua interpretazione del gobbo portafortuna.

Una curiosità: il titolo della commedia nasce da una frase del celebre filosofo abruzzese Benedetto Croce che, interrogato da un tale per sapere se fosse superstizioso, ebbe a rispondere: “Sì, non è vero ma ci credo”.

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