Non è vero ma ci credo

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Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Di Peppino De Filippo

con Sebastiano Lo Monaco – Lelia Mangano De Filippo

scene e costumi Alida Cappellini e Giovanni Licheri

luci Luigi Ascione

produzione Sicilia Teatro

regia Michele Mirabella

Personaggi e interpreti

Gervasio Savastano – Sebastiano Lo Monaco

Teresa, sua moglie – Lelia Mangano De Filippo

Rosina, sua figlia – Maria Laura Caselli

Alberto Sammaria – Antonio De Rosa

Avv. Donati – Alfonso Liguori

Ragioniere Spirito – Vincenzo Borrino

Mazzarella, la dattilografa – Margherita Coppola

Belisario Malvurio – Carmine Borrino

Tina, la cameriera – Luana Pantaleo

Musciello – Salvatore Felaco

Dottor Bottola – Salvatore Felaco

Invitata – Cristina Darold

Invitato – Matteo Bianco

Giovedì 20 febbraio, ore 18.00

Sebastiano Lo Monaco, Lelia Mangano De Filippo e gli attori della compagnia incontrano il pubblico. Ingresso libero

Torna alla Pergola Sebastiano Lo Monaco con Lelia Mangano De Filippo nella commedia Non è vero ma ci credo, diretta da Michele Mirabella.

L’ultima interpretazione della sua carriera e l’ultima apparizione alla Pergola di Peppino De Filippo nel 1978 fu proprio con la sua commedia Non è vero ma ci credo. Accanto a lui e nello stesso ruolo di Teresa, nel cast era già Lelia Mangano De Filippo, sua moglie da pochi mesi, così come Antonio De Rosa ieri e oggi interprete di Alberto Sammaria.

Dalla scorsa stagione è Sebastiano Lo Monaco a vestire i panni del protagonista Gervasio Savastano nella sua nuova produzione diretta da Michele Mirabella.

Non è vero ma ci credo, andata in scena nel 1942, è considerata il capolavoro comico di tutta la produzione teatrale di Peppino De Filippo. Ottenne un così vasto successo che dieci anni più tardi si decise di farne anche un film diretto da Sergio Grieco.

Ritrovare la tradizione per garantirle l’agilità della modernità continua ad essere la cifra stilistica delle scelte artistiche di Sebastiano Lo Monaco e dell’incontro felice con la regia di Michele Mirabella. Non è vero ma ci credo è ambientata nel pieno del boom della fine degli anni Cinquanta, Alida Cappellini e Giovanni Licheri, assecondando la passione per il vintage del regista, hanno realizzato scene e costumi su modelli originali dell’epoca. “Gervasio Savastano è frutto della tipica ironia di Peppino De Filippo – racconta Sebastiano Lo Monaco – in questa commedia, troviamo tutti i suoi temi ricorrenti: il malocchio, gli affetti il matrimonio e la famiglia”

La superstizione è la lotta disperata e perdente di chi ingaggia battaglie per combattere destino e sfortuna, di chi non ha altri mezzi a propria disposizione per allontanare i colpi sinistri della sorte, che quelli di ricorrere a sotterfugi e scongiuri. Ma si sa, la superstizione non ha niente a che vedere con i fatti della vita, è solo un atteggiamento mentale che l’uomo talora utilizza di fronte a sue talune incapacità, e che altera la visione della realtà stessa. Proprio come succede, fortunatamente per lui, a Gervasio Savastano.

I suoi affari non vanno bene e lui sospetta che la colpa sia di un suo impiegato, Belisario Malvurio, cui attribuisce un influsso malefico. In famiglia ci sono problemi: sua figlia Rosina si è innamorata di un giovane, che il padre ritiene non all’altezza del rango della ragazza. All’improvviso, però, la fortuna sembra girare. In azienda arriva un giovane, Alberto Sammaria, e gli affari cominciano ad andar bene. Anche il giovane di cui era innamorata la figlia è un lontano ricordo. L’inconveniente è che il novizio aziendale ha una magnifica gobba beneaugurante. Tutto sembra filare liscio, ma il diavolo ci mette lo zampino: il gobbo confessa di essersi innamorato di Rosina, e dà le dimissioni. Il commendatore è disperato, ma convincerà sua figlia a sposare Sammaria. Non può mancare il sorprendente lieto finale.

La comicità e il buonumore, come si sa – sottolinea Mirabella – hanno spesso un loro contraltare un po’ crudele, un po’ sadico. Ma qui nella commedia bonaria di Peppino, tutto è risolto con ironiche strizzate d’occhio, con benevola condiscendenza, con l’innocenza del ridere.”

Note di regia

Fateci caso. In questa commedia due personaggi indossano un nome che è tutto un programma. Un programma di rinvii simbolici, di allusioni onomastiche: Malvurio Belisario e Sammaria Alberto. Messi così, come nei registri scolastici, col cognome prima, i due ostentano una farsesca denominazione che invia al male, nel caso di Belisario, alla iattura, alla cupa profezia che si avvinghia a quella lettera u che avvita il finale “rio”, cattivo. Appunto. E, c’è, poi, quel soave Sammaria chiesastico che sembra attivare un Rosario di benedizioni, una novena di fortune irrorate da oscuri voleri superiori.

Il commendatore Gervasio Savastano è tormentato dalla superstizione; i suoi affari non vanno bene, arrancano faticosamente e lui sospetta che la colpa sia di un suo impiegato, Belisario Malvurio, cui attribuisce un influsso malefico, sarebbe, insomma un poco iettatore. Anche in famiglia ci sono problemi: sua figlia Rosina si è innamorata di un giovane impiegato, che il commendatore ritiene non all’altezza del rango borghese, peraltro, della ragazza. All’improvviso, però, la fortuna sembra ricordarsi del commendator Savastano. Nell’azienda capita un giovane, Alberto Sammaria e, con il suo arrivo, gli affari cominciano di colpo ad andar bene. Anche la figlia del commendatore sembra aver ritrovato la serenità e il giovane di cui era perdutamente innamorata è diventato un lontano ricordo.

Il fatto è che il novizio aziendale ha la gobba, una magnifica gobba beneaugurante, una gibbosità portafortuna, seconda la antichissima superstizione diffusa in tutta l’aerea mediterranea. Crudele per il titolare che la sopporta, costretto a subire il soverchio di toccamenti casuali, di carezze furtive, di occhiate sorridenti e ammiccanti alla sua deformità. Chi ricorda i lamenti di Rigoletto buffone di corte, che sopporta l’onere della sua tabe sa di che cosa parlerebbe Sammaria se fosse libero di farlo. Ma non lo è e deve compiacersi della sordida felicità del datore di lavoro. Gli affari, infatti, vanno a gonfie vele.

Tutto sembra filare liscio, ma il diavolo ci mette lo zampino e il diavolo di queste cose si occupa da tempi remotissimi: Alberto Sammaria confessa al commendatore di essersi innamorato di Rosina, e per questo motivo si sente costretto a dare le dimissioni. Il commendatore disperato, ma troverà una soluzione: convincerà sua figlia a sposare Sammaria. Dopo qualche traccheggiamento, la ragazza si arrende; ma un incubo turba i sogni del commendatore: che i suoi nipotini ereditino il difetto fisico di Sammaria. Il matrimonio si celebra, ma il commendatore non riesce a liberarsi dei suoi timori e avverte i giovani che è sua intenzione di invalidare le nozze.

Il lieto fine sorprendente non può mancare e ne deve pagare il comico e grottesco fio il Savastano che scoprirà di essere stato raggirato: Sammaria non è altri che proprio il giovane di cui Rosina era sempre stata innamorata e la gobba era solo un artificio per consentirgli di entrare nelle grazie del futuro suocero gabbato dalla gobba come contrappasso giudizioso per punirlo della sua superstizione. Ma l’autore ammicca, il grande Peppino occhieggia e sorride amaramente, ma sorride: tira i fili del pupo commendatore che cede all’amore dei due giovani, anche perché, pure se non è gobbo, Sammaria porta bene!

Di nostro ci mettiamo che Malvurio non portava male. Anche questo pupo vuole rispetto. Soprattutto in palcoscenico.

Quanto a noi, muoviamo i pupi con amore perché vivano il loro tempo sulla scena con il compito appassionante di fare un mestiere bellissimo: il teatro. In questo spettacolo si tende a recuperarne i segreti intramontabili, dalla Commedia dell’arte, all’Arte della Commedia. E poniamo la nostra scena in Italia, ovviamente, in quegli ultimi anni cinquanta che furono la vigilia della prosperità del Paese, in quegli indimenticabili anni in cui essere scanzonati non voleva per forza dire essere scostumati. La sola nostalgia potrà scaturire da questo, ma fermo resta l’intento di ridere dell’ignoranza e delle superstizioni sopportando l’urgenza della scaramanzia e ricordando il filosofo che, pazientemente sornione avverte: “Non è vero, ma ci credo”.

Michele Mirabella

Info: www.teatrodellapergola.com

Orario spettacoli: dal martedì al sabato: ore 20.45, domenica: ore 15.45. Lunedì riposo.

Prezzi biglietti interi: Platea: € 30, Posto Palco: € 22, Galleria: € 15

Fondazione Teatro della Pergola

Paola Pace – Ufficio Stampa e_ mail: stampa@teatrodellapergola.com

tel. 055/2264347 e 349/7129219

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