Alice da Lewis Carroll

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foto“Anche la follia merita i suoi applausi” scriveva Alda Merini e li merita di sicuro, gli applausi, la Alice di Matteo Tarasco, che dell’allestimento in scena al Teatro Menotti di Milano ha curato oltre la regia anche la spettacolare scenografia e il disegno luci. Una Alice resa folle dai suoi stessi sogni intesi non come ambizioni ma come viaggio onirico attraverso una immaginazione che pone indovinelli ed emette sentenze di morte. A vestire i panni di un Alice in equilibrio in un mondo al contrario e continuamente in bilico tra una sana pazzia e una pericolosa saggezza vediamo Romina Mondello, ad affiancarla Federica Rossellini che interpreta, saltando agilmente da una efficace caratterizzazione all’altra, March la Lepre, la Regina Rossa, la Regina Bianca, il Bianconiglio e il Cerbiatto; Odette Piscitelli è la Duchessa, la Regina di Cuori, l’Unicorno, Tweedledee, dividendosi tra i personaggi più divertenti e, forse, più terrificanti dello spettacolo; Salvatore Rancatore il Brucaliffo, il Cuoco, Tweedledum, Humpty Dump e il Cappellaio Matto, quest’ultimo vero narratore della vicenda e filo di unione tra attore e spettatore. Il paese delle Meraviglie diventa una squallida stanza di un ospedale psichiatrico, nel quale riecheggiano sinistre risate e voci ossessive e ossessionate. Alice si trova sul suo letto, coperta da un lercio camice e coperta da alcuni cerotti che celano, probabilmente, i segni della caduta in questa stanza nella quale si avvicendano i diversi personaggi che sbucano da sotto il letto, da una grata-finestra, dall’unica porta vera e propria e da una scala laterale. E così la protagonista si trova a rispondere al noto dilemma di shakesperiana memoria, quell’essere o non essere che aveva già tolto il sonno al principe Amleto e al quale i personaggi rispondono con un lapidario sii ciò che vuoi sembrare. Ecco, quindi, che la pazzia di Alice risulta tale in quanto lei è l’unica savia in un mondo di matti, tuttavia i personaggi che popolano questo folle paese delle meraviglie altro non sono che il frutto della sua stessa fantasia. E così la protagonista cerca di restare lucida e, nel porsi davanti al suo specchio, riesce a vedere finalmente le cose come stanno: ciò che sta vivendo scaturisce dalla sua mente e quindi solo affidandosi a sé stessa può dominare i suoi sogni. Da questo momento Alice passa dall’essere fragile e disperata a impadronirsi dei suoi sogni tanto da sfidare apertamente chi minaccia di tagliarle la testa che si trova costretta a cederle la sua terribile scure. E quando Alice urla il suo rifiuto a cambiare solo per adeguarsi alla volontà di un mondo che la etichetta come inadeguata, che la giudica e che la vorrebbe diversa i suoi sogni la prendono per mano e la portano via, per accompagnarla di nuovo nel suo sonno dal quale si risveglierà per ritrovarsi nel suo letto d’ospedale. In teatro esiste la quarta parete che è quel muro invisibile che divide il pubblico e l’attore, quella finestra attraverso la quale lo spettatore spia, osserva, controlla, guarda ciò che sta accadendo in scena. Ovviamente anche in Alice questa parete c’è ma è collocata sul soffitto della stanza del manicomio di Wonderland. Questo è reso possibile da un allestimento scenografico che vede l’ambiente ruotato, quindi sul fondale vediamo il letto e una sedia, visto che quello è diventato il pavimento. La cura dei particolari della scena è qualcosa che non passa inosservato: al centro di essa c’è il letto in ferro che nasconde la comune, l’accesso per il dietro le quinte e la cui testiera è praticabile; alla sua sinistra una sedia, le cui zampe sono un solido supporto per i movimenti scenici e sulla quale va a sedersi il Bianconiglio; a destra del letto, un palo fermaporta sul quale si avventura un funambolica Alice. Poi un armadio, del quale lo spettatore vede la sua superficie superiore naturalmente, e dal quale emergerà lo specchio nel quale entrerà la protagonista. Attigua alla stanza una strettissima rampa di scale consente l’accesso al piano superiore e resta, infatti, il punto in cui i personaggi entrano in contatto diretto col pubblico, e continuano a sbirciare Alice attraverso una piccola finestra. E poi le pareti imbottite della stanza, il water con tanto di tubo di scarico, il pavimento in legno attraverso il quale filtra la luce proveniente dal piano inferiore. Matteo Tarasco ha curato anche il disegno luci dello spettacolo, che risulta particolarmente suggestivo ed efficace nel ricreare un’atmosfera alienante dove ci si aspetta di vedere “La Sposa Cadavere” di Tim Burton, più che i protagonisti della favola di Lewis Carroll. Oltre ai classici fari gelatinati in ambra e ghiaccio, di notevole forza sono i neon che corrono lungo tutta la parte alta del bccascena che ci portano in un ambiente asettico e freddo; suggestiva è anche la luce a intermittenza che arriva dalle scale e la torcia al led che usa il Cappellaio Matto. L’intero spettacolo è accompagnato da musica: a partire dal carillon, che fa subito ossessione, alle chitarre elettriche che danno la melodia agli elettroshock, di casa nell’ambiente che ospita la vicenda. Molto belli e curati nei minimi dettagli, anche se forse un po’ troppo succinti, i costumi: dal cappello del Cappellaio Matto, alla mise da infermiera del Bianconiglio, dalle divise di Tweedledee e Tweedledum all’abito rosso sbiadito della Regina. Particolarmente interessanti le teste fatte di stracci dell’Unicorno e del Cerbiatto che rimandano allo Spaventapasseri, l’antagonista di Batman che usa il terrore per sconfiggere i propri nemici, e che invece, nel manicomio di Wonderland, rassicurano Alice e le danno sostegno. Quindi l’ennesimo capovolgimento della realtà: ciò che dovrebbe atterrire rassicura la protagonista, tanto da lasciarsi guidare da queste figure che sono evidente frutto della sua fantasia. Un viaggio introspettico quello che fa compiere a pubblico e personaggi Matteo Tarasco che riporta al senso di inadeguatezza sempre più spesso presente nella società di oggi, soprattutto nelle giovani generazioni, che trovano un porto sicuro nel branco, nel gruppo di appartenenza che fa sentire protetti, considerati e mai giudicati. Una Alice underground, tragicamente sotterranea perchè costretta a nascondersi da un mondo che la ghettizza. E chissà se il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, al secolo Lewis Carroll, quando diede al breve racconto di quattro capitoli, che donò alla piccola Alice Liddell, il titolo di Alice’s Adventures Underground, “Le avventure di Alice nel Sottosuolo”, aveva già in mente questa denuncia sociologica.

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