Amat, platea delle Marche: appuntamenti di aprile e maggio 2014

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SENIGALLIA | 2 aprile

Teatro La Fenice

UMBERTO ORSINI

IL GIUOCO DELLE PARTI

da Luigi Pirandello

e con Alvia Reale, Michele Di Mauro, Flavio Bonacci

regia Roberto Valerio

La vicenda della commedia è nota: i soliti tre: il marito, la moglie, l’amante. Il marito, Leone Gala, s’è separato amichevolmente dalla moglie Silia; egli continua ad essere ufficialmente il marito; ma vive per conto proprio in una casa che è quasi un romitaggio. Ogni sera tanto per salvare le apparenze, passa dal portinaio della signora, domanda se c’è niente di nuovo e se ne và. Se ne và verso i suoi cari libri e verso le batterie della sua cucina, perché egli coltiva con finezza la gastronomia, e ama comporre salse preziose aiutato dal suo cameriere-cuoco con il quale parla di Socrate e Bergson. Mentre il marito prepara gli intingoletti, la moglie fa due cose: si prende, o continua a tenersi un amante (Guido Venanzi) preso in precedenza, e si annoia. Si annoia perché è libera, sì, ma in fondo la sua libertà è relativa. E’ una libertà che il marito le concede e ciò la irrita. Se almeno il marito si disperasse per essere lontano da lei! Se almeno fosse geloso! Se almeno vivesse una vita acre e iraconda! Ma no, egli è tranquillo; egli s’è vuotato d’ogni sentimento; è ormai uno spettatore del mondo. La signora Gala, indignata, vuole farlo diventare attore. Al punto che, quando le si presenta una fortuita occasione – l’involontaria ma gravissima offesa fattale da un gentiluomo – progetta di mettere a repentaglio la vita del marito, trascinandolo in un duello” La scelta fatta è di ricercare il cuore pulsante della commedia nella novella “Quando si è capito ilgiuoco”. La novella è il vero, intimo laboratorio artistico di Pirandello; è lì che egli crea i suoipersonaggi – impiegatucci, piccoli funzionari statali, contadini – immersi nella realtà sociale “bassa”della Sicilia rurale; è lì che troviamo il Pirandello più genuino e diretto e probabilmente quello piùinteressante oggi. Le novelle di Pirandello si presentano, in genere, come racconto di una situazione, di un caso, che determina uno scarto, uno strappo, un momento di crisi nella vita ordinaria di un personaggio. Di solito L’incipit coincide con l’epilogo (il racconto inizia dalla fine) oppure con il momento di crisi; poi si assiste a un movimento all’indietro (flash back) volto a ricostruire i fatti. Non si arriva tuttavia a una verità oggettiva (a rapporti certi di causa-effetto), ma solo a una verità soggettiva, del personaggio, o del narratore. Rifarsi alla novella offre una grande possibilità creativa sia sul pianodell’interpretazione, sia su quello della struttura drammaturgica. Nello spettacolo Il giuoco delleparti, al centro della rappresentazione troviamo Leone Gala rinchiuso in una sorta di “Stanza dellatortura”; egli ripercorre i fatti; ma ricucire lo strappo è impossibile, impossibile continuare la vita di prima, se non a patto di una lucida follia.

CAMERINO | 3 aprile

Teatro Marchetti

FERMO | 6 aprile

Teatro dell’Aquila

BALLETTO DI ROMA / KLEDI KADIU

CONTEMPORARY TANGO

coreografie Milena Zullo

musiche Francisco Canaro, Lucio Demare, Juan D’Arienzo

Carlos Gardel, Astor Piazzola, Osvaldo Pugliese, Anibal Troilo, Angel Villoldo

L’opera, attraverso l’uso del linguaggio contemporaneo, vuole raccontare un ballo, il tango sociale, che sempre di più sembra diffondersi. Segnale ulteriore del fenomeno della globalizzazione che ancora una volta anche in questo ambito, come nel linguaggio della danza tutta, contamina, unisce, condivide. Il tango sociale vissuto non più semplicemente come un ballo, con i suoi passi tipici, ma capace di divenire “racconto” di un modo di sentire tanto diffuso e così capace anche di percorrere con la sua musica ormai tutti i continenti della terra. L’opera creata per il Balletto di Roma esplora una nuova contaminazione tra il linguaggio contemporaneo ed il “minimalismo” dell’incontro tra corpi che parlano di tango: incontro di un linguaggio popolare e sociale con il più ricco e variegato modulo del balletto. Lo spettacolo narra l’abbraccio del tango, dentro il quale si colmano bisogni, aspettative, sogni, desideri e oblii, un abbraccio che ciascuno esprime arricchendolo del proprio sé e portando in esso tutta quella memoria, consapevole e non, che la vita gli ha tracciato nel corpo. Attraverso un rito che si consuma sempre uguale, in ogni dove, attraversando il tempo, la sala da ballo, propriamente detta Milonga, detta un codice di comportamento, attraverso il quale prende forma il ballo. L’uomo e la donna si ritrovano, come dentro una scatola nuova, superando ogni confine dentro quel mistico abbraccio, ritrovando in se stessi virilità e femminilità, che in questo ballo non hanno crisi di individualità. Preziosa e speciale diviene la partecipazione straordinaria di Kledi Kadiu, grazie al quale la virilità contenuta in questa danza diverrà ulteriore protagonista.

BALLETTO DI ROMA

Nasce nel 1960 grazie al sodalizio artistico di due icone della danza italiana: Franca Bartolomei, prima ballerina e coreografa dei principali enti lirici italiani e di realtà straniere e l’etoile Walter Zappolini, dal 1973 al 1988 direttore della Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Nel corso dei suoi cinquant’anni di vita il Balletto di Roma ha visto il susseguirsi di prestigiose collaborazioni e molteplici anime creative, ma indubbiamente il suo profilo artistico attuale è il frutto dell’incontro con il prestigioso Balletto di Toscana e della sinergia dal 2001 al 2007 con Cristina Bozzolini. Nuove e originali coreografie, firmate da artisti italiani già affermati nel panorama della danza contemporanea, segnano l’inizio di questo rinnovato percorso artistico, accrescendo l’attività produttiva sia in termini di quantità e corposità delle opere allestite nel corso delle stagioni, sia per le prestigiose collaborazioni con artisti ospiti come Andre De La Roche, Raffaele Paganini, Monica Perego. Non ultimo in termini di importanza è da rilevare come nel corso delle stagioni l’intensa attività abbia poggiato su un crescente consenso di pubblico con oltre 500.000 presenze.

CORINALDO | 3 aprile

Teatro Goldoni

LEA BARLETTI, DARIO CADEI, IPPOLITO CHIARELLO

ANGELA DE GAETANO, FILIPPO PAOLASINI, LUCA PASTORE,FABIO TINELLA

ROMEO E GIULIETTA

da William Shakespeare

adattamento e traduzione Francesco Niccolini

regia Tonio De Nitto

Romeo e Giulietta è chiedersi quanto i genitori amino veramente i figli, quanto possano capirli, quanto invece non imparino a farlo troppo tardi.

Romeo e Giulietta è un gruppo di famiglia sbiadito e accartocciato dal tempo, una foto che ritrova vigore e carne per poi consumarsi e scolorirsi di nuovo.

Romeo e Giulietta sono le morti innocenti, i desideri irrealizzati e la capacità di sognare che non può esserci tolta.

Romeo e Giulietta è un meccanismo perfetto, un ingranaggio linguistico e scenico che va avanti nonostante essi stessi, dal quale però ad un certo punto può succedere di voler scendere e in qualche modo di farlo veramente, costi quel che costi.

Romeo e Giulietta sono due adolescenti di una comitiva che si cancella per sempre nel tempo di un paio di giorni.

Romeo e Giulietta sono il vuoto lasciato, il segno della tragedia che ha sconvolto una comunità e che non sarà mai rimosso.

Romeo e Giulietta sono i sette interpreti impegnati con tripli salti mortali in doppi ruoli diametralmente opposti l’uno all’altro.

Tonio de Nitto

PESARO| 3 aprile

Teatro Sperimentale

BABILONIA TEATRI / COMPAGNIA AMICI DELLA LUNA

PINOCCHIO

di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani

con Enrico Castellani, Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli, Luca Scotton

collaborazione artistica Stefano Masotti, Vincenzo Todesco

Perchè Pinocchio? Perchè farlo con persone uscite dal coma? Ci è stato dato un indirizzo: via Altura, 3 – 40139 Bologna. Siamo arrivati. Davanti a noi un ospedale. Abbiamo chiesto se era lì la sede della compagnia “Gli amici di Luca”. In fondo al corridoio sulla sinistra: Sala del Durante. Domanda nostra: perchè fate teatro? Risposta loro: ci è stato dato un calcio nel culo, fare teatro è l’unica possibilità per restituirlo. Ci siamo innamorati di loro. Della loro autenticità. Della loro imperfezione. Della loro sporcizia. Abbiamo trovato in loro uno specchio della società reale. Persone lontane da noi. Con vissuti, esperienze e modi di pensare che non ci appartengono, che non appartengono alle persone che frequentiamo. Abbiamo incontrato quel mondo che sempre vogliamo fotografare, raccontare e restituire. Un’umanità da ascoltare e amplificare senza pietismo, paternalismo nè razzismo. Pinocchio è la loro umanità.

Pinocchio è un tentativo, riuscitissimo, di uscire da uno schema collaudato, di aprirsi ad altri incontri, ad altri linguaggi, ad altre suggestioni, pur mantenendo una sostanziale fedeltà al proprio mondo espressivo. Colpisce, soprattutto, la sicurezza, la padronanza – nonché la sensibilità, direi quasi tattile – con cui i due autori-registi tengono sempre sotto controllo una situazione che potrebbe facilmente sfuggire di mano, indirizzandola a trasmettere esattamente le sensazioni previste. È una prova di maturità straordinaria, di cui pochi, oggi, sarebbero stati capaci. [RenatoPalazzi, “my word.it”]

CIVITANOVA MARCHE | 4 aprile

Teatro Rossini

BALLETTO DI ROMA

FUTURA. BALLANDO CON LUCIO

da un’idea di Giampiero Solari regia e coreografia Milena Zullo

colonna sonora realizzata da Roberto Costa sulle canzoni di Lucio Dalla

Tra storie e poesie di uomini e sogni, tra mondi e racconti di ieri e di sempre, la canzone di Lucio Dalla incontra i volti e i colori della danza di oggi. Il Balletto di Roma, rappresentante eccellente della migliore forma coreografica italiana e dei più innovativi slanci creativi contemporanei, omaggia e ricorda il poliedrico artista bolognese con uno spettacolo originale di musica, danza, canzoni e parole. Futura, ballando con Lucio è il frutto di un incontro di idee ed emozioni, tra la nostalgia di un’amicizia spezzata dal tempo e la memoria di una voce resa eterna dal mondo. Sono i compagni di una volta e gli ammiratori di sempre a portare in Futura il ricordo più vivo del musicista dai guizzi di genio, del cantautore ironico e poeta, dell’improvvisatore eclettico e instancabile. Roberto Costa, musicista, compositore e arrangiatore, nonché storico collaboratore e amico di Lucio Dalla, ricostruisce, appositamente per la produzione del Balletto di Roma, un nuovo percorso di note e parole, tra le tracce indelebili di canzoni indimenticate e i frammenti di una voce sfuggita al tempo. Grazie alla collaborazione di Sony Music e per gentile concessione dei cugini di Lucio Dalla, ad impreziosire la costruzione musicale di Costa saranno gli estratti sonori ricavati da alcuni multitraccia originali delle canzoni di Lucio. La colonna sonora darà, a tratti, alla complessità degli arrangiamenti missati da Dalla una nuova suggestione, lasciando che la sola voce di Lucio o un unico pianoforte riempiano di emozioni i silenzi di un mondo di palcoscenici senza Lucio. Collaborazione e amicizia legano all’artista bolognese ancheGiampiero Solari, regista, drammaturgo, autore teatrale e televisivo di grande esperienza e successo, il quale affida la sua idea dello spettacolo alle abili e profonde mani della coreografa e regista romana Milena Zullo. Insieme Solari e Zullo scelgono di condurci lungo un viaggio unico e ininterrotto che naviga tra ricordi antichi e nuove suggestioni, storici accordi e moderne influenze. Tra le parole delle canzoni di Lucio, su cui si basa la coreografia, si riscopre lo sguardo di un collezionista di immagini e vite che osservava la gente e ne incorniciava le storie. Alle suggestioni di uno sguardo irregolare sulla vita, la coreografia affida la rappresentazione di canzoni disordinate che appartengono a tutti. Tra frammenti di versi e personaggi di un circo pop, il racconto dei mille fragili eroi di piazza trova in Futura,ballando con Lucio il proprio palcoscenico di immagini, movimenti, luci e costumi. È la danza a trasformare la rete sonora di note e parole per i versatili e plastici danzatori del Balletto di Roma in immagini e visioni antiche che riemergono tra scenari moderni e sensazioni nuove, in un dialogo attivo e costante tra corpi flessuosi e suoni vibranti. Cammina lungo il filo dell’emozione il lavoro di un’autrice che sceglie di immergersi nelle più umane profondità di onde musicali avvolgenti e che scopre, tra le orme dei ricordi sonori, la spinta originaria di sentimenti e corpi. La sensibilità immaginifica di Zullo accoglie i simboli e le microstorie di un mondo di amanti e periferie e lascia che parole e significati scorrano liberi tra le più spontanee gestualità del quotidiano e le più intime espressioni di emotività impreviste. Rinuncia e fugge, la coreografa, dall’impossibile e didascalica rappresentazione di un patrimonio collettivo di storie e sceneggiature e affida alla materia umana dei racconti di Lucio il compito di muovere le anime e i corpi dei suoi danzatori. Si muovono, tra le scenografie di Giuseppina Maurizi, persinogli oggetti di uno spazio cangiante, in mezzo alle lune, le scale e gli specchi di un’umanità che ride, piange, manifesta e sogna. È la danza stessa l’espressione di un incanto tra musiche e parole generatrici di racconti. E in quell’incanto, danzno i protagonisti del Balletto di Roma, scoprendosi figli di quegli amanti che sognavano il domani oltre i muri del presente (Futura, 1980). Ballano, ballano, i ballerini del Balletto di Roma, tra la commozione e la tenerezza di uomini che amano “sotto un cielo di ferro e di gesso” (Balla balla ballerino, 1980), incontro a treni di felicità provvisorie (Felicità, 1988) e in equilibrio su scale di musica e vita (Tutta la vita, 1984). Restano al loro posto le stelle dei sogni, ad attrarre sguardi e speranze di umanità rumorose, a scongiurare la caduta di polvere d’universo su una terra privata del battito. Vincerà sempre il coyote mentitore sulla più bella delle stelle e sempre trionferà la fantasia di un grido terreno sul morente splendore di un adagio celeste (Il coyote, canzone con testo di Roberto Roversi, 1973). Futura, ballando con Lucio non è solo l’omaggio e il ricordo di un artista geniale che ha attraversato decenni di storie, eventi e parole. È, più di tutto, la fotografia di un mondo che appartiene a tutti, lo specchio di una società indaffarata e normale che guarda al cielo per fuggire e cerca carezze per restare. Siamo tutti noi, i protagonisti del volo tra le altezze vocali e i disegni cantati di Lucio: gli stessi che popolarono il suo mondo di versi, gli stessi che ne accolsero il sorriso tra piazze e città, gli stessi che sempre ne ricorderanno la voce.

FABRIANO | 4 aprile

Teatro Gentile

FANO | 5 e 6 aprile

Teatro La Fortuna

MASSIMO RANIERI

VIVIANI VARIETÀ

di Raffaele Viviani

regia Maurizio Scaparro

Dopo l’applauditissimo debutto al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, prosegue il viaggio di Massimo Ranieri e Maurizio Scaparro tra le poesie, le parole e le note del teatro di Raffaele Viviani. Nel 1929 sul piroscafo Duilio, Massimo Ranieri/Raffaele Viviani attraversa l’oceano da Napoli a Buenos Aires con la sua compagnia di attori e musicisti. Nella lunga traversata mette in prova lo spettacolo destinato a cercar fortuna nell’orizzonte di promesse e speranze del nuovo mondo ma il vero debutto avverrà col pubblico degli emigranti imbarcati sulla nave per festeggiare la notte del passaggio dell’Equatore.

Massimo Ranieri e Maurizio Scaparro ricompongono la galleria di ritratti in musica che Viviani ha disseminato nelle sue opere, riunendo nelle sale di terza classe del Duilio il popolo vitale e dolente degli scugnizzi, degli ambulanti, delle prostitute e della povera gente per farne i protagonisti e gli spettatori del varietà popolare che va in scena. Nella sala del piroscafo affacciata sul blu dell’oceano, scorrono le melodie più note di Viviani: So’ Bammenella ‘e copp’ ‘e quartiere, Lavannarè, ’O guappo ‘nnammurato fino a ’O Sapunariello, che Ranieri canta accompagnato dal nutrito cast di attori e con l’esecuzione dal vivo dell’orchestra.

Il piroscafo ricreato per la scena e i costumi portano la firma di Lorenzo Cutùli, le elaborazioni musicali sono di Pasquale Scialò, i movimenti coreografici di Franco Miseria, e i testi sono stati curati direttamente dal nipote di Raffaele Viviani, Angelo Longone Viviani.

SIROLO | 4 aprile

Teatro Cortesi

DANIO MANFREDINI

INCISIONI CONCERTO

testi Mariangela Gualtieri

cover italiane dall’album INCISIONI e canzoni inedite di Danio Manfredini

ideazione Danio Manfredini e Cristina Pavarotti

Danio Manfredini voce e chitarra

Marco Bedetti pianoforte

Max Grizzly Marmiroli percussioni, fisarmonica, fiati

Antonio Rigo Righetti basso

Wilco Ulderico Zanni chitarra

[Kick Off, rassegna realizzata da Compagnia Vicolo Corto con il sostegno dell’AMAT]

Incisioni Concerto nasce al termine di un anno e mezzo di lavoro conclusosi nel settembre del 2012 con la pubblicazione di un disco di cover di musica italiana, Incisioni appunto.

Si tratta di canzoni d’amore che si situano perlopiù nella zona travagliata che va dalla presa di coscienza della fine, alla fine effettiva di una relazione. In mezzo, rigurgiti di passione , rilanci speranzosi e squarci di impietosa lucidità; in fondo, rimpianto di quel che avrebbe potuto essere. Emerge la sofferenza prodotta dal bisogno amoroso, sofferenza che spesso precede il bisogno perché inerente alla condizione umana; paura della perdita, bruciore dell’assenza e difficoltà ad accettare la fine delle cose. Con parole e melodie d’altri, qua e là incorniciati dai versi di Mariangela Gualtieri, Danio Manfredini ci conduce in questa sofferenza pregressa, in cui gli avvenimenti amorosi sono quasi accidenti. Dal modo di sentire il canto di Danio, per lui sempre sorretto da immagini interiori spesso lontane dalla letterarietà del testo ma sempre in risonanza emozionale e musicale con esso, è nato il bisogno di integrare a tratti la musica con immagini di suoi disegni e con alcuni video di lavoro del suo repertorio teatrale. Ne è nata una forma spuria, né spettacolo né solo concerto, in cui sottilissimi fili drammaturgici sorreggono la denudante esperienza del canto.

JESI | 5 aprile

Teatro G.B. Pergolesi

LINA SASTRI

LINAPOLINA

LE STANZE DEL CUORE

spettacolo in prosa, musica e danza scritto e diretto da Lina Sastri

Il mio nome finisce con l’inizio del nome della mia città, il nome della mia città finisce con l’inizio del mio nome, il nome della mia città comincia con la fine del mio nome, il mio nome comincia con la fine del nome della mia città. Linapolina. Ho provato a dirlo come un unico suono, e sembra proprio di dire, di cantare, sempre Napoli… senza fine, Napoli, all’infinito. È per questo che ho voluto chiamare così questo spettacolo, questo concerto in musica e parole dove racconto la mia terra con la sua musica immortale, infinita, accompagnata da otto musicisti, passando, come sempre, dalla parola alla musica, alla danza, in un flusso dell’anima che va e viene, come il mare. Come sottotitolo ho scelto le stanze del cuore perché, scrivendolo, provandolo, mi sono accorta che ogni parola, verso, o nota visitavano uno spazio del palcoscenico, facevano vivere suoni e pensieri. Ora è tempo di ritornare a casa, quella conosciuta, ma con il bagaglio di questi anni, che mi hanno fatto mescolare da sempre strumenti e note senza fermarmi alle vie conosciute, ma cercando, sempre, vie nuove di musica, percorsi che non hanno paura di cantare la tradizione senza limitarsi alla tradizione, cercando nella musica il teatro, guardando a ogni canzone come a un momento di emozione da comunicare con la voce, con il canto, con il corpo, con il cuore, con l’anima. Con la scelta degli strumenti e dei colori della musica, con la luce, con i silenzi. La libertà è la nota più bella, me la concedo, è il regalo più grande che mi fa la musica, è per questo che la scelgo, oggi più che mai, come una tappa importante della mia vita dedicata al teatro e all’arte. Lina Sastri

RECANATI | 5 aprile

Teatro Persiani

AMANDA SANDRELLI

OSCAR E LA DAMA IN ROSA

dal libro di Éric-Emmanuel Schmitt

regia Lorenzo Gioielli

Ci sono storie che vogliono essere raccontate, che ti scelgono, come i gatti scelgono il loro padrone, ti salgono in collo e non se ne vanno più. Oscar e la dama in rosa non è solo un bellissimo libro di Schmit, è una storia necessaria, di quelle che in alcuni momenti possono farti davvero bene. Per me e Lorenzo (Gioielli, il regista) è stato un viaggio, abbiamo riso e pianto chiusi in una stanzetta con la nostra Virginia (Franchi, l’aiuto) per dieci giorni e alla fine nel meraviglioso teatro Ariosto a Reggio Emilia, l’abbiamo raccontato per la prima volta, e abbiamo capito che avevamo ragione, era necessario farlo. Credo proprio che nessuno si scorderà di Oscar , il bambino irriducibile, e dei suoi 120 anni di vita concentrati in 12 giorni, del suo rapporto con nonna Rosa e con Dio. Oltre alla musica scritta da Giacomo Scaramuzza ci sono io, un pigiama e una sedia. Perché questa storia non ha bisogno di altro. Amanda Sandrelli

Da un piccolo capolavoro della letteratura un monologo di parole e musica. Amanda Sandrelli interpreta Oscar, il bambino malato di leucemia che, grazie all’amicizia con Nonna Rosa, una volontaria dell’ospedale in cui è ricoverato, vive in dodici giorni dodici anni della sua vita. Una favola. Più malinconica che triste. E delicata. E lucida. Come solo i bambini sanno essere: delicati e lucidi. Oscar è consapevole che la sua è una vita ‘ a termine’: gli adulti spesso non se ne rendono conto. Oscar sa che tutti gli mentono: ma li perdona, alla fine perdona anche i suoi stessi genitori. Oscar però vive ogni attimo della sua vita come fosse l’ultimo, come forse tutti dovremmo fare, con intensità, attenzione, amore, persino felicità. Un affresco popolato da tanti personaggi questo monologo a più voci. Amanda Sandrelli , con la sua voce e un pigiama, parla con Dio attraverso Oscar, e racconta uno spaccato che appartiene a tutti: il confronto con la caducità dell’esistenza, con la malattia e con la morte. E lo fa, come Oscar, con partecipazione e distacco , trasportando il pubblico da momenti di riso ad altri di commozione. E così, anche la musica di Giacomo Scaramuzza partecipa alla vicenda di Oscar, piccolo uomo di grande dignità, con infinito rispetto.

MACERATA | 8 e 9 aprile

Teatro Lauro Rossi

ALESSIO CALCIOLARI, GIANLUCA DI LAURO, SAX NICOSIA, STEFANO ORLANDI,

LORENZO PICCOLO, ULISSE ROMANÒ

IL GIARDINO DELLE CILIEGIE

ÉTUDE POUR UN VAUDEVILLE EN TRAVESTI PLEIN DE PAILLETTES

regia Francesco Micheli

Il Giardino dei Ciliegi è una terra di confine, un confine spaziotemporale. Il Giardino dei Ciliegi è crocevia di mondi lontani, irriducibili. Il Giardino dei Ciliegi è una storia che annoda mille vicende irrilevanti intorno ad una piccola grande tragedia familiare. Il Giardino dei Ciliegi è una sinfonia in cui ritmi, timbri e armonie lontane convivono in un contrappunto sghembo, sincopato. Il Giardino dei Ciliegi è un testo dove si ride con le lacrime agli occhi. Il Giardino dei Ciliegi è una drag queen.

I ciliegi sono fantasmi, simulacri di un mondo troppo frettolosamente sepolto perché non torni a farci visita con i propri inquietanti spettri. Le drag queen sono creature anfibie, icone tra mondi opposti, angeli sgangherati, animali divini, incarnazione contemporanea del mito di Dafne: donne albero che sanguinano e piangono se fai loro del male. Un bosco di fanciulle albero, belle ma legnose, uomini in panni femminili che evocano il bel mondo al tramonto che un tempo affollava quei luoghi. Vorrei piantare un giardino di ciliegi dove gli alberi hanno radici che sono tacchi a spillo e zatteroni, il tronco è il corpo nodoso di un maschio inguainato in abiti da sera, i rami braccia nerborute malcelate da guanti di raso, le foglie sono unghie laccate come mobili cinesi, i frutti gioielli luccicanti. Vorrei perdermi in questo giardino nel seguire i richiami di un’infanzia perduta ma non dimenticata. Vorrei smettere di sentire le voci di un passato tanto bello e ingombrante da soffocarmi come il profumo di un prato in primavera senza che arrivi mai la promessa estate. Il Giardino dei Ciliegi è tutto questo. E chissà quant’altro. Francesco Micheli

Basta con i piagnistei. Oggi finalmente Ĉechov fa ridere. Un Cechov, certo, come non lo avete mai visto, quasi una scoperta. Dunque evviva queste superlative drag queens, guidate da Francesco Micheli, che hanno trasformato “i ciliegi” nelle “ciliegie”: solo personaggi femminili, Ljuba, Varja, Anja, Duniasa (più il vecchio First trasformato per l’occasione in prosperosa maggiordoma). Micheli ha preparato la riduzione del testo nell’ambito del suo corso di regia all’Accademia di Brera (i cui allievi hanno collaborato a scenografie e costumi: magnifici!), costruendo un montaggio intelligente di battute. Fausto Malcovati, “Hystrio”

SANT’ELPIDIO A MARE | 8 aprile

Teatro Cicconi

CORINALDO | 9 aprile

Teatro Goldoni

URBINO | 10 aprile

Teatro Sanzio

ALESSANDRO PREZIOSI

CYRANO SULLA LUNA

OVVERO L’ALTRO MONDO O GLI STATI E GLI IMPERI DELLA LUNA

di Hercule Savinien Cyrano de Bergerac

regia Alessandro Preziosi

Cyrano fu uno dei più estrosi scrittori del Seicento francese, una personalità veramente eclettica: fu romanziere, drammaturgo, autore satirico, epistolografo, prima di morire scrisse persino i primi capitoli di un Trattato di fisica. Fu un libertino, quando ancora quel termine stava piuttosto ad indicare un’avanguardia culturale, una nuova filosofia di vita.

Le opere più importanti di Cyrano de Bergerac sono considerati i suoi romanzi fantastici, ritenuti precursori dell’odierna fantascienza: L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (L’autre monde ou Les ètats et empires de la lune, pubblicato postumo nel 1657), probabilmente il suo capolavoro, e Gli stati e imperi del sole (Les ètats et empires du soleil, pubblicato postumo nel 1662). Si tratta di racconti fantastici, estremamente vivaci. Il racconto de L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna, nella più tipica e schietta prosa barocchista, è quello di un viaggio meraviglioso, realistico e poetico, nei paesi della Luna e del Sole. È un pretesto per l’esposizione di ardite teorie filosofiche, scientifiche e religiose: il movimento della terra, l’eternità e l’infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi, i principi fisici dell’aerostato ecc.

Le conoscenze di alchimista (abilmente celate nei suoi romanzi) furono assai stimate da importanti studiosi dell’Ermetismo quali Fulcanelli e Eugène Canseliet. Rientrato in casa dopo una passeggiata al chiaro di luna in compagnia di amici, l’autore si mette intorno al corpo una cintura fatta di ampolle piene d’acqua di rugiada la quale, evaporando attratta dal sole, lo solleva sino a farlo arrivare nella Nouvelle France (il Canada); dopo questa prima esperienza di volo, utilizzando una sorta di razzo arriva fino alla Luna. Sulla Luna Cyrano rimarrà poco, poiché gli abitanti lo scambiano per uno struzzo e lo mettono in un’uccelliera e molti gli sono avversi; ha però modo di conoscere quello strano paese e di ascoltare qualcuno (il Demone di Socrate) che glielo descrive e glielo spiega: sulla Luna un solo colpo di archibugio fa cadere un intero stormo di allodole bell’e arrostite; i versi delle poesie valgono come moneta per pagare gli osti; non c’è bisogno di orologi: tutti gli abitanti hanno una larga dentatura e un lungo naso, così quando vogliono sapere l’ora aprono la bocca ed espongono al sole il naso, il quale fa ombra sui denti come sul quadrante di una meridiana.

PORTO SANT’ELPIDIO | 9 aprile

Teatro delle Api

LILLO & GREG

SKETCHWORK

di Pasquale Petrolo e Claudio Gregori

SketchWork è il nuovo spettacolo di sketch di Lillo&Greg e porta in scena alcuni tra gli sketch più divertenti del duo comico, regalando al pubblico due ore di risate dalle diverse tonalità, da quella grassa a quella acuta passando su una corda tesa in equilibrio tra la comicità surreale ed il grottesco e cinico umorismo con cui raccontano i tanti vizi dell’animo umano. Lillo & Greg mettono in scena una serie di gag all’insegna della comicità surreale. Filo conduttore sono le situazioni assurde in cui si trovano i diversi personaggi: difficile capire dove finisce la finzione e subentra la realtà…

GROTTAMMARE | 10 aprile

Teatro delle Energie

OTTAVIA PICCOLO

DONNA NON RIEDUCABILE

di Stefano Massini

regia Silvano Piccardi

Dopo il crollo del Regime sovietico, la Russia sembrava avviata verso una nuova democrazia. Ma l’assassinio di Anna Politkovskaja ha allungato un’ombra terribile su questa illusione. Per eliminare la scomoda presenza di un “punto di vista” libero, il nuovo sistema ha agito come qualsiasi potere mafioso affidandosi a dei killer senza volto. La vita di Anna Politkovskaja è diventata qualcosa di unico e di emblematico, in cui la vicenda personale e professionale ha finito con l’assumere un valore simbolico. Si riteneva, ed era, una “giornalista”. Punto. Un ruolo sempre più scomodo nella “società della comunicazione” e del controllo mediatico delle coscienze: in questa “civiltà”, fare cronaca, pura e semplice e sincera cronaca, significa essere già in prima linea, esposti quindi a tutte le forme di rappresaglia, dalla più indiretta, silenziosa e segreta, alla più mirata e tragica.

Affrontando il testo di Stefano Massini – ha scritto il regista Silvano Piccardi – mi resi conto che si trattava di restituire al pubblico, nella forma più diretta e più anti-retorica possibile, il senso della scelta di verità. Ottavia Piccolo ha dato voce allo smarrimento, all’orrore, alla dignità e anche all’ironia di una donna indifesa e tenace, con il rigore e la partecipazione di una attrice che in quei valori di libertà si identifica fino in fondo”.

JESI | 10 aprile

Teatro Pergolesi

SOTTO A CHI DANZA!

Tracce di Danza d’Autore nelle Marche

SIMONA LISI | REQUIEM K626

PAOLO CINGOLANI | LO SPAZIO DENTRO LE COSE

MASAKO MATSUSHITA | UN/DRESS

CLEMENTINA VERROCCHIO | KYKY – CREATURE CHE INDUGIANO

 

nell’ambito di BACK TO THE FUTURE

 

saranno inoltre proiettati i lavori di video-danza di Paolo Cingolani Landingsoul e Mitreo

Sotto a chi danza! è un’iniziativa volta a conoscere i più curiosi artisti marchigiani che si occupano di danza contemporanea e a presentarli in serate che – per la loro impostazione – possono essere assimilabili a delle vere e proprie ‘vetrine’, ovvero occasioni in cui, nell’arco di un evento teatrale serale, si possono vedere tre o quattro performance di formato breve (15/20 minuti ogni lavoro) e partecipare possibilmente ad un incontro tra pubblico e artisti. La dicitura ‘danza d’autore’ nasce dall’esperienza pluriennale di CantieriDanza, coordinatore del network nazionale Anticorpi XL dedicato alla danza contemporanea e di ricerca, di cui AMAT è partner per le Marche, che vede nella Vetrina della giovane danza d’autore un’occasione di confronto e crescita non solo per gli artisti che si esibiscono ma anche per tutti coloro che si lasciano incuriosire dalle infinite accezioni della danza e del movimento.

 

MACERATA| 10 aprile

Teatro Lauro Rossi

ROBERTO LATINI/FORTEBRACCIO TEATRO

NOOSFERA MUSEUM

di e con Roberto Latini

[nell’ambito di No Man’s Island]

Terzo movimento del programma Noosfera. Un approdo possibile all’isola di una scena in cui sono già trascorsi tutti i giorni felici. Il disagio dell’attesa di un futuro che si è dimesso dalle nostre aspirazioni, la cecità del fondo di un qualsiasi fondo, il mutismo dei pensieri di chi né servo né padrone parla, dopo la tempesta, alla sua sola solitudine, corrisponde a dove ci siamo rifugiati in attesa di nessuna aspettativa. Ai piedi della montagna dei giganti che non ci somigliano più, la cantilena di questo immobilismo è affidato alla consolazione della ripetizione e all’impossibilità della rappresentazione. La scena sfida la sintassi di ogni forma sensibile perché la bellezza possa ammetterci alla presenza della platea che l’ha custodita in questo tempo. Irrinunciabile, come la poesia che non è misura mai, ma il tentativo estremo di una condizione senza condizioni, capace, per quanto può concedersi da sé, di trasformare la resistenza in reazione.

Fortebraccio Teatro è una compagnia teatrale compagnia teatrale volta alla sperimentazione del contemporaneo, alla riproposizione dei classici e alla ricerca di una scrittura scenica originale, è riconosciuta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali dal 1999. Con sede a Bologna, vive della collaborazione artistica, tecnica e gestionale di Roberto Latini, Gianluca Misiti, Max Mugnai, Federica Furlanis, Nicole Arbelli e Nino Del Principe.

Roberto Latini, attore, autore e regista. Si è diplomato nel 1992 a Roma presso lo Studio di Recitazione e di Ricerca teatrale diretto da Perla Peragallo. Vincitore negli anni dei premi intitolati “Wanda Capodaglio”, “Prova d’Attore”, “Bruno Brugnola” e “Sergio Torresani”, è stato insignito del “Premio Sipario” nell’edizione 2011 promossa dall’ANCI.

ASCOLI PICENO | 11, 12 e 13 aprile

Teatro Filarmonici

TEATRO C.A.S.T.

LE TRE VECCHIE

di Alejandro Jodorowsky

regia Alessandro Marinelli

Le vecchie contesse De Felice, nobili gemelle decadute, sono affette da un grave disturbo psichico: rimuovono sistematicamente il loro misterioso passato, lo distorcono, s’imbellettano come fanciulle in fiore nella speranza di attrarre spasimanti che le salvino dalla miseria e che le rendano madri, senza alcun pensiero alla sterilità anagrafica in cui sono ormai confinate. Paradossalmente, ora che la vecchiaia le ha ormai divorate, nei loro corpi appassiti rinverdiscono le tensioni sessuali della giovinezza, il loro essere brama, l’irruenza del corpo maschile; la loro carne risente la morsa d’un piacere malato, consumato anni addietro in modo aberrante, nel perimetro angusto delle mura domestiche. Sono creature che vivono ai margini queste contesse, larve reiette, schernite ed estromesse da un mondo che non sa comprendere. Osservandole, mi tornano alla memoria le parole con cui Pirandello descriveva il sentimento del contrario: “Vorremmo ridere, ma il riso non ci viene alle labbra schietto e facile; sentiamo che qualcosa ce lo turba e ce l’ostacola; è un senso di commiserazione, di pena e anche d’ammirazione”. E infatti, mentre l’intreccio procede in costante bilico tra la pochade e il Grand Guignol, avvertiamo il peso d’un dolore insopportabile, d’uno strazio lacerante e impossibile da cancellare. Avvertiamo l’abisso. Ed è appunto l’abisso ciò che più m’interessa indagare, l’orrore da cui origina una devianza, la genesi d’un comportamento non allineato. Perché oggi – come ieri – ciò che è diverso è spesso demonizzato. Invece, prima d’ogni altra cosa, ciò che è diverso andrebbe compreso. Alessandro Marinelli

MONTECAROTTO | 11 aprile

Teatro Comunale

ANDREA CAIMMI

KORPUS POLSKI

scritto ed interpretato da Andrea Caimmi,

musiche composte ed eseguite dal vivo da Adriano Taborro, Andrea Del Signore

[Premio Franco Enriquez 2013]

 

Dalle deportazioni sovietiche all’addestramento nel deserto fino alle battaglie di Montecassino, Ancona e Bologna si snoda il racconto emozionante del II corpo d’armata polacco – che contribuì a liberare la nostra regione – attraverso Polonia, Russia, Siberia, Uzbekistan, Iran, Iraq, Siria, Palestina, Egitto, Italia.

Questa storia è entrata prepotentemente nella mia vita. Ho cominciato a chiedermi con insistenza come mai una storia che parla essenzialmente di una sconfitta, a me sembrasse una storia di vittoria. La risposta che mi sono dato è che l’atteggiamento che assumi nelle difficoltà fa la differenza, rialzarsi dopo ogni caduta è in sé vittoria, mantenere unità di intenti con i tuoi simili è un valore. Che alla fine, se agisci con coraggio, trasmetterai questa forza a te e a chi viene dopo di te, ed è ciò che più conta. Nel momento storico attuale dove tutto sembra vacillare, soprattutto noi stessi, credo che abbiamo bisogno di storie come questa, per riflettere profondamente. E ripartire. Quel giorno del ’45, la “piccola” storia, quella della mia famiglia, e la “grande” storia, il II conflitto mondiale e la Guerra di Liberazione, si incontrarono nella cucina di mia nonna, che attonita esclamò: “Séte Polacchi? E come ce séte ‘rrivati fin’a qua?” Andrea Caimmi

PESARO| 11 aprile

Teatro Sperimentale

FEDERICO PAINO

LA QUESTIONE

di Federico Paino

con Federico Paino, Giulia Bocciero

Quattro attori, il pubblico. Una questione in cui tutti, nessuno escluso, sono coinvolti.

Quattro tentativi di risolvere la situazione, la solitudine, la coppia, la famiglia, la società.

Un’ora di tempo.

E poi sapete perfettamente di cosa sto parlando. Parlandone non risolviamo granché ma tantomeno è utile stare lì a guardare; il problema non si muove e non cambia, se non in peggio. La questione è sempre la stessa. Vediamo di non cadere dalle nuvole, siamo tutti coinvolti, e se non ci decidiamo il problema ci crolla addosso, darci delle arie e temporeggiare non ci salverà. È incredibile come riusciate a far finta di niente, come se non vi riguardasse, come se poteste uscirne a comando. E intanto il tempo passa e non abbiamo trovato uno straccio di soluzione, quantomeno per guadagnare un minuto, un giorno in più. So cosa state pensando. Non mi fregate. Stavolta, che lo vogliate o no, dovete occuparvene. In fondo lo sapete, da sempre. Non sto alzando la voce.

E non mi guardate in quel modo. Federico Paino

ANCONA | 12 aprile

Teatro Cesare Traù (Papa Giovanni XXIII)

COMPAGNIA DEI DEMONI/OFFROME/TEATRO STABILE DI GENOVA

FRATELLI DI SANGUE

[Kick Off, rassegna realizzata da Compagnia Vicolo Corto con il sostegno dell’AMAT]

Elling e Kjell dopo due anni in un istituto psichiatrico dove sono diventati amici inseparabili, vengono mandati dal sistema sanitario norvegese a vivere da soli in un appartamento al centro di Oslo. Dovranno dimostrare di

saper badare a loro stessi e di potersi reinserire all’interno della società. Uno ha le fobie di chi è vissuto solo con la madre per quarant’anni, l’altro sembra pensare solo al sesso che non ha mai fatto. Quando Kjell s’innamora

della vicina del piano di sopra, il dramma sembra esplodere. Ma Elling sa, infine, realizzarsi come autore di poesie che affida alle scatole di crauti sugli scaffali del supermercato.

Se qualcuno lo scoprirà, diventerà famoso; altrimenti resterà un “poeta underground”. Nata come romanzo di Igvar Ambjørnsen e diventata un film da Oscar a firma di Petter

Naess, Fratelli di sangue di Axel Hellstenius (1960) è una commedia che sa trattare in maniera fresca – ironica e sovente anche allegra e divertente – un tema delicato come quello delle malattie mentali, senza cadere mai nel patetico.

CIVITANOVA MARCHE | 12 aprile

Teatro Annibal Caro

ATIR/MARIANGELA GRANELLI, MARIA PILAR PÉREZ ASPA, FRANCESCO VILLANO

YERMA

di Federico Garcìa Lorca

adattamento e regia Carmelo Rifici

Un piccolo gioiello di teatro, questo, in sintesi, l’allestimento di Yerma, uno dei più intensi drammi di Lorca, firmato da Carmelo Rifici. […] In scena Maria Pilar Pérez Aspa è Yerma – moglie del pastore Juan che soffre per l’assenza di figli – di sconvolgente verità espressiva, dalla potenza interpretativa profonda, in lei voce e corpo si fondono in una personalità attoriale di rara comunicativa, ed è ottimamente supportata da due compagni di scena di generosa duttilità, la spumeggiante ed istrionica Mariangela Granelli, ed il bravo Francesco Villano, a loro il compito di far rivivere tutti gli altri personaggi del dramma. Lo spettacolo, comunque, al di là delle interpretazioni, resta una delle più belle esperienze che uno spettatore possa avere in questa stagione teatrale. [www.teatro.org”]

Yerma è il nome che Federico García Lorca scelse per la protagonista femminile del suo secondo dramma popolare e come titolo dello stesso testo. Il poeta alla domanda perché scegliesse soprattutto donne come protagoniste dei suoi testi rispondeva “perché le donne sono più passione, più umane, più vegetali”. Tutto il teatro di Lorca ruota attorno a donne che diventano simboli. E quindi yerma un aggettivo che nello spagnolo corrente si usa solo per definire la terra con questo testo diventa simbolo dell’incapacità di creare. Yerma e quindi arida, secca, inutile. Yerma è il dramma della sterilità, ma soprattutto il dramma della scelta. Ed è nella scelta che risiede la bruciante contemporaneità di questo testo e ciò che ha spinto ATIR con urgenza a voler metterlo in scena. […] Questa tragedia della scelta quotidiana, questa incapacità di creare portando avanti la propria morale, la propria sessualità o la propria professione, fa sprofondare l’essere umano in una solitudine infinita. Al centro Yerma, interpretata da Pilar, che, come Pilar, vive nel nostro tempo e fa un lavoro del nostro tempo, accanto a lei un uomo e una donna, che irromperanno sulla scena per riportala nel mondo di Lorca, come se fosse un sogno, o un’analisi del sogno. Carmelo Rifici

PESARO | 12 aprile

Musei Civici-Palazzo Mosca dalle ore 18

SHOWTHEMUSEUM!

arte + danza + aperitivo

h. 18 visita libera di Palazzo Mosca

h. 19 aperitivo

h.20.30 performance di SIMONA LISI, MASAKO MATSUSHITA, PAOLO CINGOLANI

[in collaborazione con Comune di Pesaro | Sistema Museo | Casetta Vaccaj Cafè]

Un evento speciale a palazzo mosca, un percorso itinerante con performance di formato breve [15/20 minuti ogni lavoro] per conoscere i più curiosi artisti marchigiani che si occupano di danza contemporanea.

Requiem k – 626 di e con simona lisi, è un lavoro costruito sul requiem kv626 di Mozart nella versione diretta da Carlo Maria Giulini. musica per occhi. questo è il tentativo di requiem: l’evocazione suscitata dalla composizione di mozart come ispirazione per un lavoro sul corpo prettamente musicale.

Lo spazio dentro le cose è un assolo di paolo cingolani nato per celebrare la materialità della danza e la sfuggevolezza dell’attimo presente. uno spettacolo, un punto di vista, uno sguardo per penetrare dentro la sostanza delle cose e del corpo. un’opera fatta di coreografie e silenzi, di forme piene e vuote, di spazi interni e luoghi sconosciuti.

cosa succede se all’oggetto si capovolge momentaneamente l’uso per cui è stato prodotto? che cosa diventa? come trasforma e si trasforma? quando diventa ‘altro’? UN/DRESS è ‘diventare’ un intimo mutante tra azioni e gesti di vita quotidiana indagato da Masako Matsushita coreografa e danzatrice nata a Pesaro e formatasi a Milano, Londra, Finlandia, New York.

SENIGALLIA | 14 aprile

Teatro la Fenice

MARIANO RIGILLO E ANNA TERESA ROSSINI

ERANO TUTTI MIEI FIGLI

diArthur Miller,

regia Giuseppe Dipasquale

Teatro civile e di denuncia. Un nucleo familiare, privato di un figlio disperso in guerra da tre anni, grazie all’intervento della giovane fidanzata scopre come il padre, industriale, per accrescere i propri profitti, abbia venduto parti d’aereo difettose all’aeronautica militare. L’autore definì questo suo primo successo “un’opera destinata a un teatro dell’avvenire. Mi rendo conto – scrisse – di quanto sia vaga questa espressione, ma non riesco troppo bene a definire ciò che intendo. Forse significa un teatro, un’opera destinata a diventar parte della vita dei suoi spettatori. Un’opera seriamente destinata alla gente comune – importante sia per la sua vita domestica che per il suo lavoro quotidiano – e insieme un’esperienza che allarga la consapevolezza dei legami che ci collegano al passato e all’avvenire, e che si celano nella vita”.

MACERATA| 15 aprile

Teatro Lauro Rossi

TEATRO REBIS/COMPAGNIA CLOROFILLA

OMBRA PROFONDA SIAMO

o dell’esser palatini

Il Teatro Rebis da circa sei anni conduce un corso di teatro rivolto ai membri del Gruppo Teatrale Clorofilla (costituitosi per supportare la partecipazione degli allievi al percorso formativo e la produzione degli spettacoli stessi), basato sullo sviluppo di una forma di creatività fondata sulla relazione, sull’ascolto e soprattutto sull’approfondimento dei più urgenti messaggi fondanti la coscienza sociale. Indipendentemente dal grado di possibilità fisiche o cognitive dei partecipanti, si è impostato un processo di indagine sulla complessità dell’animo umano, condotto secondo una dialettica dicotomica: rapporto tra libertà individuale e oppressione sociale; rapporto tra il potere della creatività umana e l’asfissia prodotta dalla mera razionalità burocratizzata nelle esistenze di ciascuno. Naturalmente, essendo il gruppo composto anche da persone con diverse disabilità, è stata stimolata in ciascuno la propria specifica predisposizione espressiva e al contempo ci si è concentrati sullo scioglimento di nodi comportamentali, dinamici o logopedici. Il percorso è così significativamente approdato all’ Ubu re in un lavoro di ricerca condotto in continuità con quello suggerito dall’opera di Alfred Jarry, che mescola in sé parodia, comicità e farsa, uniti alla necessità di rompere gli schemi anacronistici del teatro convenzionale. Il dato letterario è stato subito calato nel contingente dei nostri tempi e il lavoro di gruppo ha naturalmente metabolizzato e poi evidenziato le figure dei celebri “Palotini”, storpiatura grottesca dei paladini, triste allegoria del populismo più becero, intollerante, giustizialista, “decervellato”.

Ombra profonda siamo è il risultato di un percorso di studio ispirato all’immaginario di Alfred Jarry e del suo Ubu re sviluppato nel corso degli anni precedenti con la realizzazione di altri spettacoli: Ubu nel 2009, La balera dei Palotini nel 2010 e Ombra profonda siamo nel 2012. Di nuovo i Palotini, di nuovo Padre Ubu, ma questa volta in una sorta di bunker, in una condizione di limbo, di stasi, di sospensione del giudizio, in cui Padre Ubu è rimasto un’essenza indefinita, aleatoria, necessaria e sufficiente a un risveglio delle coscienze dei Palotini. Questi Palotini ormai disillusi, bistrattati, gallonati, colti nella loro solitudine, nella loro vergognosa intimità, nel difficile rapporto con se stessi, nella consapevolezza del proprio essere ombra. Ombra della loro meschinità, della loro mediocrità, ma anche del loro potenziale inespresso e della loro precaria crescita che li porta ogni giorno a essere un po’ più vivi, un po’ più uomini.

Il Gruppo Teatrale Clorofilla è un gruppo di amici, formato da persone con disabilità e non, un nucleo di persone provenienti da una stessa precedente esperienza comunitaria impegnata nel territorio della Vallesina a favore dell’integrazione sociale (sotto il nome di Gruppo Minimalia) che nel tempo è andata maturando in relazioni di amicizia sempre più significative. Il gruppo Clorofilla, che si forma nel 2005 e si costituisce ufficialmente nel 2007, si rispecchia nel desiderio di crescere con l’aiuto di uno strumento espressivo quale quello del teatro. Il gruppo ha accolto in questi anni 30 giovani provenienti principalmente da Jesi e dall’ampio territorio della Vallesina (Castelbellino, Montecarotto, Staffolo, Maiolati Spontini).

CAMERINO | 24 aprile

Teatro Marchetti

URBINO | 19 maggio

Teatro Sanzio

LUCA DE FILIPPO

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA SBORNIA

di Eduardo De Filippo

regia Armando Pugliese

Scritta da Eduardo nel 1936, Sogno di una notte di mezza sbornia parla di sogni, vincite al lotto, superstizioni e credenze popolari di un’umanità dolente, che solo in questo modo riesce a pensare a un futuro migliore, per sopravvivere al proprio presente.

A Pasquale Grifone, un povero facchino, piace alzare il gomito e quando beve fa sogni strani, così da ricevere la “visita” di Dante Alighieri, del quale gli era stato regalato un busto in gesso. Il Poeta suggerisce all’uomo quattro numeri da giocare al lotto, sottolineando però che essi rappresentano anche la data e l’ora della sua morte. Di lì a poco, la quaterna esce e Pasquale vince una forte somma di denaro. La famiglia si adatta prestissimo alle nuove condizioni e nessuno si preoccupa della crescente disperazione del povero Pasquale, terrorizzato dalla sua “imminente” morte; cercano anzi di convincerlo del fatto che si tratti solo di una sciocca superstizione. Il giorno annunciato però la famiglia si veste a lutto: tutti, ormai, sono convinti che quelli siano gli ultimi momenti di vita dell’uomo ma quando il pericolo sembra ormai scongiurato un colpo di scena riapre il gioco.

Utilizzando lo stile comico, a volte grottesco fino a pervenire alla farsa, Eduardo combina la forma della classica e antica tradizione teatrale napoletana. In Sogno di una notte di mezza sbornia il popolare gioco del lotto si trasforma in una scommessa tra la vita e la morte, tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti; la comunità dei familiari e degli amici, stretta intorno al protagonista e al suo dramma forse più per egoistico interesse personale che per solidarietà e sostegno, fornisce a De Filippo la possibilità di sviluppare il carattere corale e sfaccettato della sua drammaturgia. E poi con un finale a sorpresa che non si consuma mai, fra gioco dell’esistenza e gioco della scena, ancora una volta Eduardo, in modo ironico e intelligente, pungente e raffinato, ci propone un’occasione di riflessione sul nostro modo di stare al mondo.

CHIARAVALLE | 24 aprile

Teatro Comunale Valle

TEATRO MANET

VIVA L’ITALIA

di Dacia Maraini

regia Antonio Lovascio

La regia parte dal presupposto che gli intellettuali definivano l’Italia preunitaria come un grande contenitore, in fin dei conti il Risorgimento  può essere visto come un grande contenitore che al suo interno ingloba forze convulse: idealismo, mito, retorica, simbolo, mistero, società segrete, massoneria, onorata società, politica, brigantaggio, diplomazia, battaglie sul campo e battaglie sociali, divario sociale, questione meridionale che perdura fino ai giorni nostri e si proietta verso il futuro. Un grande contenitore al centro della scena, una scena astratta, a tratti dadaista, un parallelepipedo di colore nero. Dall’interno del parallelepipedo  fuoriescono voci e corpi, gli attori esplodono eruttando dal “Vulcano Italia”, trasformano e modellano il contenitore facendolo diventare pavimento della prigione, ipotetico banco di un’aula di tribunale, il dentro e il fuori di un mondo passato, presente e futuro. La reinvenzione della scena diventa come la lingua usata nel testo, un impasto reinventato che trabocca da un grande contenitore per mostrare una civiltà passata le cui scelte si ripercuotono ancora sul nostro presente, un presente globalizzato e globalizzante. Antonio Lovascio

MONTE URANO | 24 aprile

Cine Teatro Arlecchino

PIER MASSIMO MACCHINI

SCHERZI-AMO!

Chi nasce per gioco non può che vivere in allegria

di Pier Massimo Macchini

Uno spettacolo sfacciatamente comico che racconta le avventure di un uomo affetto dalla sindrome di Peter Pan, eterno burlone in una continua lotta tra la voglia di ridere e la necessità purtroppo di essere seri.

Convivere con una ragazza o continuare a vivere con mamma? Gli amici del bar o la cena dai suoceri? La play station oppure un film d’essai? Andare a votare o andare al mare? Un libro o la discoteca?

Questi i dubbi quotidiani che affliggono Piero Massimo Macchini, il Peter Pan Marchigiano che non vuole diventare adulto e non vuole assumersi le responsabilità che questa società pretende da lui.

Chi nasce per gioco non può che vivere in allegria.

PORTO SAN GIORGIO | 24 aprile

Teatro Comunale

MONTEMARCIANO | 26 aprile

Teatro Alfieri ore 21,15

MARTA DELLA VIA, DIEGO DELLA VIA

MIO FIGLIO ERA COME UN PADRE PER ME

di Marta Della Via, Diego Della Via

partitura fisica Annalisa Ferlini

[spettacolo vincitore del Premio Scenario 2013]

La prima generazione ha lavorato. La seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi.

C’è una bella casa, destinata a diventare casa nostra. È qui che abbiamo immaginato di far fuori i nostri genitori. Per diventare noi i padroni. Non della casa, padroni delle nostre vite. Niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero. Fuori dalle statistiche, fuori dalla cronaca, un atto terroristico nascosto tra le smagliature del quotidiano vivere borghese.

Il modo migliore per uccidere un genitore è ammazzargli i figli e lasciarlo poi morire di crepacuore. Era il nostro piano perfetto. Poi è arrivata la crisi, a rovesciarci addosso lo specchio del nostro benessere. Alimentazione, sport, lavoro, affetti, infine la morte, tutto risponde ad un’oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza.

Noi, in fondo, viviamo per questo: per arrivare primi, e negare di aver vinto.

Quanto dura un’epoca ai tempi della polenta istantanea? Un anno, un mese, forse meno. Quella che raccontiamo dura 24 ore ed è fatta di euforia e depressione, di business class e low cost, di obesi e denutriti, nello stesso corpo. I protagonisti sono simbolo di una popolazione intera che soffre di ansia da prestazione. Il benessere li condanna alla competizione ma il traguardo gli viene sottratto. Il traguardo è diventato una barriera. Generazionale. Sociale. Culturale. Per costruire un futuro all’altezza di questo nome bisognerebbe vomitare il proprio passato.

Siamo nati per riscrivere le nostre ultime volontà.

JESI | 26 aprile 2014

CENTRO STORICO e TEATRO STUDIO VALERIA MORICONI

REMARCHEBLE! DAY #JESI

MICROFESTIVAL TRA LE ARTI

[in collaborazione con progetto “JES!”]

Momento centrale del progetto regionale REmarcheBLE! Sorprendenti avventure in luoghi di storiache si avvale del cofinanziamento dellaRegione Marche Assessorato alle Politiche Giovanilie del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionalein collaborazione con Gruppo Baku, Studio Mjras e Comune di Ascoli PicenoREmarcheBLE! Day #JESI è l’appuntamento che unisce artisti e pubblico in una serata in cui il centro storico della città e il Teatro Studio Valeria Moriconi diventano speciali “salotti” immersi nelle arti contemporanee. Un microfestival che si è costruito attraverso un percorso pregresso di scouting di artisti e pubblico appassionato del territorio; un’occasione particolare per mettersi in gioco, vivere l’arte attraverso performance e installazioni speciali in questi due affascinanti luoghi culturali della città da riscoprire e guardare da altre prospettive.

RECANATI | 27 aprile

Teatro Persiani

ANTONIO LUCARINI, FIORENZA MONTANARI, ANDREA QUATRINI

MANUALE DELL’IMPRENDITORE ITALIANO MODERNO

scritto e diretto da Antonio Lucarini

Credo che Manuale dell’imprenditore italiano moderno rappresenti un’ulteriore svolta, tematico-stilistica, all’interno del mio percorso teatrale. Il grottesco, in questo caso, si esaspera e i personaggi assumono proprio il carattere malefico di stereotipi umani alla deriva, in un mondo come quello che io definisco del Capitalismo Terminale, che li ha prosciugati dell’anima e svuotati di senso. La narrazione, che nelle mie opere precedenti era sempre stata contaminata dal linguaggio cinematografico, in Manuale diventa una sorta di nuovo modo di raccontare per sensazioni e accumulazione di eventi, senza una logica temporale, in un’operazione artistica che definire teatrale ormai non è più corretto, anche se alla base vi è ancora una centralità discorsiva. La parola, però, è davvero una parola altra, che più che avvicinare gli individui e i personaggi, li isola come fantasmi, nei loro universi privati in cui egoismo e autoreferenzialità pura la fanno da padroni. Questo mio nuovo spettacolo mi spaventa molto: ne esce una visione desolante del mondo che in realtà infastidisce anche me(e non poco) ma che credo sia necessario mostrare. Il nostro egoismo, per me, è arrivato ormai a livelli tali, che l’unica via che intravedo per l’umanità è l’autodistruzione. Abbiamo depredato di risorse la terra fino ad ucciderla, ma soprattutto abbiamo succhiato linfa vitale e spirituale all’uomo (specie a cui facciamo parte ormai solo a latere) tanto da ridurlo ormai ad un essere desiderante e fornicante privo di anima: ed ogni nuovo desiderio si nutre di una nuova vittima sacrificale. L’umorismo, davvero al vetriolo, in questo mio nuovo spettacolo, non riesce completamente a stemperare la rabbia che pervade tutto il testo: la rabbia per una condizione umana, della quale ormai siamo prigionieri, che ci ha ridotti ad automi in un mondo di cui non conosciamo più le regole e i percorsi possibili. Antonio Lucarini

CIVITANOVA MARCHE | mercoledì 30 aprile 2014

Teatro Annibal Caro ore 21,15

QUELLI DI GROCK

TRILOGIA DELLA VILLEGGIATURA

da Carlo Goldoni

regia Valeria Cavalli, Claudio Intropido

Un tuffo nella magica atmosfera degli anni Cinquanta grazie all’interpretazione di un affiatato e brioso gruppo di attori che dà vita a uno spettacolo dove si ride su dinamiche sociali che si presentano sorprendentemente attuali.

In un guazzabuglio di colori pastellati, gonne a ruota, abiti “mariage”, ballerine, labbra rosso corallo, occhialoni da diva, avanzano i villeggianti, più o meno squattrinati, in preda al delirio dell’obbligatorio divertimento, svelando con pungente ironia e comicità un gioco teatrale, che li trascinerà nel vortice di “una folle condotta e le dolorose conseguenze”. Valeria Cavalli e Claudio Intropido, coppia fondatrice del gruppo, firmano una regia scoppiettante usando vari registri narrativi agrodolci tipici della commedia all’italiana, puntando su gestualità esasperate e smaccata fisicità, senza mai trascurare il bruciare delle esistenze personali dei protagonisti, incarnati da una banda di attori scatenati tutti ex-allievi della fucina prolifica di Quelli di Grock.

[Francesca Motta, “www.ilsole24ore.com”]

La trilogia della villeggiatura è composta da tre commedie, una sorta di racconto a puntate che narra la partenza, le avventure e il ritorno dalla villeggiatura. Quelli di Grock sceglie di fondere le tre commedie e di ambientarle negli anni Cinquanta del secolo scorso, periodo storico in cui nasce la villeggiatura di massa, traformando così Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura, Il ritorno dalla villeggiatura, in un unico grande gioco teatrale che si snoda agile e che intreccia amori, intrighi, delusioni ridicolizzando senza pietà la moda della vacanza come riscatto sociale e fuga dalla realtà quotidiana. I personaggi ricordano quelli della commedia all’italiana che mescola ironia, amarezza, satira di costume e offre spunti di riflessione sulla natura dell’uomo e i suoi vizi. A colpi di battute e scorrettezze, bugie e pettegolezzi, raccontano con freschezza e garbo una borghesia grandiosa e misera al tempo stesso, mantenendo l’ironia quale chiave stilistica dominante. Una sfida attorale importante, che Quelli di Grock affida ad un cast giovane, dando così spazio a nuovi talenti emergenti, già coinvolti nelle ultime produzioni della compagnia, che si muovono sulla scena con energica incisività, accanto ad attori storici come Antonio Brugnano e Pietro De Pascalis, impegnato quest’ultimo per la prima volta anche come assistente alla regia.

URBINO | 8 maggio

Teatro Sanzio

GIOVANNI LEONARDUZZI, GUIDO SARLI, TIZIANA BOLFE

NUOVA DANZA ITALIANA

Anticorpi Explo

Giovanni Leonarduzzi | Senza saper né leggere né scrivere

Guido Sarli UIDO | Umma Umma Dance – Fifth Corner

Tiziana Bolfe | Le coltri stanche

Una generazione di artisti rende particolarmente vivace lo scenario della danza contemporanea italiana: la serata presenta tre interessanti e originali performance, ognuna per tre danzatori, provenienti dalla Vetrina della giovane danza d’autore promossa dal network Anticorpi XL.

In Senza saper né leggere né scrivere tre tra i migliori breakers italiani – Giovanni Leonarduzzi, Elia Del Nin e Raffaello Titton – riproducono con i loro corpi l’ingranaggio di un orologio in un interagire continuo nell’ostacolarsi e nell’aiutarsi. Fifth Corner è un brano di grande impatto ed energia prorompente che guarda al corpo come allegorica prigione dell’individuo andando in cerca dell’essenza autentica e primitiva dell’essere umano. Ciliegina sulla torta, a chiudere la serata è un brano di rara forza emotiva, un trio ispirato all’opera Le tre grazie di Antonio Canova e messo in scena da tre donne di età e fascini differenti, Tiziana Bolfe, Lucy Briaschi e Vallina Meneghini.

SENZA SAPER NÉ LEGGERE NÉ SCRIVERE

Il pezzo è pensato come fosse l’igranaggio di un orologio: i percorsi che si ripetono a spirale ricordano il continuo girare incessante e ripetitivo delle lancette. L’orologio funziona solo quando tutti gli ingranaggi girano, ognuno facendo il proprio percorso e condizionando anche quello degli altri; è un continuo interagire nell’ostacolarsi e nell’aiutarsi. Come all’interno dell’orologio c’è solo l’essenziale quello che ha uno scopo, così sul palco c’è solo quello che serve: tre persone, tre corpi che devono girare.

FIFTH CORNER

Fifth Corner è un progetto che nasce dalla collaborazione tra Guido Sarli (Umma Umma Dance) e Manuel Rodríguez, uniti in questa occasione dal loro interesse in comune per le arti performative, con lo scopo di trovare nell’azione artistica un linguaggio proprio, autentico ed originale. Fifth Corner esplora dove risiede l’essenza autentica e primitiva dell’essere umano, guardando all’interno del corpo come un’allegorica prigione dell’individuo. In questo tentativo, l’istinto e il bisogno di evasione possono trasformarsi in una libertà che è in essenza un’utopia, portando l’individuo a scoprire che può essere l’artefice della sua propria prigione.

LE COLTRI STANCHE

Il pezzo è ispirato all’opera Le tre grazie dello scultore neoclassico Antonio Canova. Che cosa sappiamo di esse e cosa pensiamo di sapere? Le coltri stanche raccontano convinzioni che si sgretolano, lasciando divenire le cose ciò che sono. Tiziana Bolfe è danzatrice indipendente ed architetto. Inizia la sua formazione nella scuola di sua madre Lucy Briaschi, dove collabora ed insegna tutt’oggi e contemporaneamente all’Academie Princesse Grace di Monaco. Dal 2006 è parte di plurimi progetti di video-danza e coreografici sostenuti da Operaestate Festival Veneto. Nel 2012 è performer per Butchmusiclab, Collettivo Cinetico, CompagniaDanza Lucy Briaschi ed è parte del progetto internazionale SPAZIO ideato dall’ICK di Amsterdam.

MACERATA| 7 maggio 2014

Teatro Lauro Rossi ore 21,00

VOCITINTE

ITALIANS

regia Antonio Mingarelli

Un monologo per attore. Tre personaggi, tre luoghi, tre storie, tre modi di essere italiano. Un racconto alternativo sul “Belpaese”, su tre anime ai margini: la solitudine, il disagio, la rabbia, il riscatto di un popolo attraverso la di tre figure del nostro presente, riassunte nel corpo e nella voce di un solo attore.

Si inizia dal calcio, luogo comune per eccellenza dell’italicità con un testo del drammaturgo GIUSEPPE MANFRIDI, un tifoso, un ultrà, alle prese con la sconfitta della sua squadra del cuore e con un acceso talk show televisivo.

Italians è il progetto di una Spoon River nostrana.

Italians è il sogno di restituire della vituperata figura dell’italiano (e dei suoi stereotipi) un riscatto morale, una catarsi possibile attraverso il Teatro.

Italians è un omaggio alla tradizione teatrale del “mattatore”, al trasformismo come arte per eccellenza del teatro dei caratteri, un omaggio quindi alla Commedia dell’Arte.

CAMERANO | 9 maggio

Sala Convegni

ROBERTO SCAPPIN, PAOLA VANNONI

GRATTATI E VINCI

3° episodio della trilogia del’inesistente_esercizi di condizione umana

di Roberto Scappin e Paola Vannoni

[Kick Off, rassegna realizzata da Compagnia Vicolo Corto con il sostegno dell’AMAT]

Gli “Esercizi di condizione umana” che veicolano i tre episodi della Trilogia, si connotano in Grattati e vinci nell’atto del creare attraverso i mezzi stessi dell’impotenza. Impotenza non come gesto attonito ma appropriazione di una volontà che non si sottomette a un’ereditarietà ideologica. Il lavoro si ispira, senza palesarlo, al concitato tentativo di mutare il proprio reale grattando, uno dopo l’altro, il dorato rettangolo del grattaevinci.

Da questo agire compulsivo appare che i vincenti siano coloro che non inseguono, non desiderano, ma si riappropriano dei residui di autodeterminazione cercando una personale verità e natura dell’esistere. In Grattati e vinci le due figure abitano lo spazio di due sgabelli da campeggio, in una raffigurazione scomoda dell’ozio come sperimentazione del non fare, piattaforma di sospensione, rifiuto del reale. L’intento è sollecitare una lettura critica della realtà, articolando la moltiplicazione del dubbio, per condividerlo con lo spettatore nella membrana pulsante della sua inquietudine.

FANO| 15 maggio

Teatro della Fortuna

COMPAGNIA ABBONDANZA / BERTONI

TERRAMARA

coreografie Michele Abbondanza

cura del riallestimento Antonella Bertoni

nell’ambito del progetto RIC.CI./Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni ‘80/’90

ideazione e direzione artistica Marinella Guatterini

assistente alla direzione Myriam Dolce

Terramara con i suoi echi classici bachiani e il fitto intreccio di suggestioni musicali etniche ungheresi, indiane, rumene e siciliane, nasce come riflessione a due sul trascorrere del tempo, sulle sue vestigia antiche e sulla complessità del legame tra due esseri di sesso opposto che s’incontrano per creare nuova vita e ricrearsi.

Ricordo da piccolo, quando mio padre mi offriva certe arance arrivate dal sud e con orgoglio ostentava il fatto che avessero “i figli”. […] Dopo i “lavori-scuola” con Carolina (Carlson) e quelli collettivi con Sosta Palmizi, di questo primo lavoro “in solitaria” ricordo proprio l’esplosione dell’immaginazione che sentivo poter espandersi intensamente come poi l’odore e il succo delle arance in scena. Michele Abbondanza

Ora Terramara conosce nuova vita, ri-danza nel nostro tempo. Osservo Eleonora e Francesco essere loro, in noi, nell’oggi presente il nostro passato. Antonella Bertoni

Centinaia di arance riversate in scena non potevano essere, qui, un semplice ed esplicito omaggio al teatrodanza dalle scenografie naturalistiche di Pina Bausch, ma la necessità del colore/calore capace di accendere gesti e sguardi e di riversarli verso il pubblico in un abbraccio emotivo. Su questo turgore espressivo e drammatico, sprigionato nel rigore di una danza comunque formale, fa leva anche la ricostruzione 2013 di Terramara. [estratto da un testo di Marinella Guatterini]

MACERATA| 14 maggio

Teatro Lauro Rossi

SPERIMENTALE TEATRO A

PECCATO CHE SIA UNA PUTTANA

di John Ford

regia Allì Carracciolo

Esperimento sul “Corpo senza Organi” dell’ultimo Artaud (il cosiddetto Secondo Teatro della Crudeltà) ricercato, da un lato, attraverso il corpo danzante e, dall’altro, attraverso la phonè assoluta in un’improbabile funzione di drammaturgia del vuoto. La voce che scandisce lo spazio governa la drammaturgia dei corpi muovendo l’incastro di parola e senso e obbligandoli alla vicenda. Più che una decostruzione (del testo, dell’atto teatrale, della scena) si attua una drammaturgia che assolve dallo svolgimento dell’azione per la pura azione e scioglie dalla necessità della fabula drammatica per instaurare altra necessità, quella della improrogabile convergenza al centro del vortice cui volge l’esito estremo della catastrofe”. Allì Caracciolo

Lo Sperimentale Teatro A è una compagnia professionistica impegnata nella ricerca e produzione teatrale dal 1964. L’unione di un attento studio di fonti e documenti e di laboratori di ricerca fisica e vocale ha dato vita a spettacoli di grande valore artistico e umano. Tra le opere maggiori: Chi è belli de forma de magghiu ritorna e Piange piange Maria povera donna (quest’ultimo realizzato in collaborazione con La Macina di Gastone Pietrucci), capolavori di ricerca nelle tradizioni orali marchigiane, la Salomè dei mattatoi, basata sul testo di Oscar Wilde, e Lotta fino all’alba di Ugo Betti. Lo STA è diretto da Allì Caracciolo.

PESARO| 30 maggio

Teatro Rossini

MOTUS

NELLA TEMPESTA

2011>2068 AnimalePolitico Project

ideazione e regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

drammaturgia Daniela Nicolò

Motus chiede al pubblico di portare in teatro una coperta e donarla

Qual è il primo rifugio dopo un uragano, un naufragio o un altro evento eccezionale? Una coperta. Il pubblico contribuirà così alla messa in scena. È un invito che fa appello alla disponibilità di ciascuno, nel totale rispetto della libertà di accettare o meno questa sollecitazione.

Cosa succederà adesso” è la domanda sollevata in chiusura di Alexis. Una tragedia greca, il nostro ultimo spettacolo dedicato alla ricerca delle tracce di Antigone nel contemporaneo. Alexandra Sarantopoulou, in scena, afferma che, per lei, la chiave della risposta è in una scritta che alcuni ragazzi hanno fatto su un muro di Atene: noi veniamo dal futuro. Quello che è successo in Nord Africa, che sta avvenendo in Grecia e si sta diffondendo in tutta Europa e oltre, è qualcosa che molti degli utopisti e scrittori della science fiction non avevano così lucidamente valutato: ovvero la presenza di una massa estesa e critica di giovani, anche istruiti, che decidono di svegliarsi e spostare l’asse, collocandosi fuori dalle coordinate prestabilite… Si collocano nel futuro, perché sono il futuro, un futuro che Huxley e Orwell avevano dipinto a fosche tinte, ma che invece, forse, riserva qualche sorpresa? Mai avremmo immaginato che la ricerca fra autori di science fiction – perché è su Philiph Dick e Aldous Huxley che inizialmente intendavamo lavorare – ci avrebbe all’opposto catapultato nel ‘600. Ma così è stato, scoprendo che il titolo dell’opera di Huxley, Brave New World, è una citazione di Shakespeare. D’impulso, e senza rete, ci siamo gettati ne La tempesta leggendo e rileggendo quest’opera indefinibile e misteriosa, per scoprire – trasfigurate – infinite coincidenze con le domande che ci avevano spinto a cercare, nelle prefigurazioni future, strumenti per leggere l’incertezza presente. Ci siamo messi in viaggio, consapevoli delle insidie e degli abbagli, ma determinati a perseguire un’idea di teatro che ci scaglia dentro punti caldi del pianeta, per captare forze telluriche e accumulare energie necessarie a vivere «in un mondo in cui non ci si può adattare e a cui non si può rinunciare, as citizens, as society-makers». Motus

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