Dolores

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Foto di Stefania Patrizi
Foto di Stefania Patrizi

di Edward Allan Baker

Traduzione e adattamento di Alessandra Basile e Lisa Vampa

regia Adriana Milani

 

Due sorelle, due storie, una sola violenzaquesto è il sottotitolo di Dolores, andato in scena in anteprima presso il Teatro Primo Studio di Milano e in replica dal 13 al 16 marzo, ospitato dal Teatro Studio Frigia Cinque. Dolores è uno spettacolo fatto da donne che parlano di donne. Dolores è una donna di trent’anni, reduce da una serie di matrimoni disastrosi che trova conforto nell’unica persona che sente vicina, sua sorella Sandra, di tre anni più giovane, che è decisamente infastidita dall’invadenza della sorella maggiore. Entrambe sposate, apparentemente le loro vite coniugali hanno avuto fortune diverse; la sorella maggiore è al terzo matrimonio, tutti andati a rotoli e tutti per lo stesso motivo: le violenze fisiche e psicologiche subite dai precedenti compagni e da quest’ultimo, che arriva a minacciarla con una pistola e dal quale lei sta fuggendo; la più giovane si dice serena con suo marito, che vive tranquillamente lavorando e guardando la tv e che la domenica la libera dall’impegno delle pesti dei figli lasciandole lo sfogo della sua coca cola e della lettura della rivista dove ritrova i suoi idoli patinati. L’atmosfera che Dolores stravolge con la sua irruzione disperata è quella di un appartamento qualsiasi, nel quale il pubblico è accolto a sua volta da una Sandra rilassata, nell’ordinato disordine della domenica pomeriggio: giocattoli sparpagliati, panni da piegare, la macchinetta col caffè del mattino ancora in giro. In questo ambiente balla Sandra, da sola, e ricorda una teenager che sogna di essere una pop star e che si esibisce nella solitudine della sua stanzetta. E questo viaggio onirico infrange Dolores, vestita in maniera ostentatamente eccentrica, che inizialmente nasconde con dei grossi occhiali da sole i segni sul volto delle botte subite e che viene accolta in malo modo da una esasperata Sandra, che cerca in tutti i modi di metterla alla porta, implorandola di cercare aiuto altrove, perchè se rientra suo marito sono guai. Dolores e Sandra hanno un’altra sorella, che si palesa fuggevolmente nei discorsi delle due e in una sola laconica telefonata, nella quale chiede solo se Dolores è lì. Fin qui tutto abbastanza chiaro: una sorella fortunata, una sfortunata, una indifferente. Tuttavia, forse, il vero dramma della vicenda sta proprio nella calma apparente della vita di Sandra, che è vittima di violenze a sua volta senza neanche rendersene conto. Qui c’è la spaventosa realtà degli abusi, che porta chi li subisce a giustificare chi li perpetra e a sminuirne le conseguenze. Nella vicenda emerge anche che Dolores, prima di essere vittima del marito lo era della madre, che gliele dava due volte al giorno, quando le andava bene. È così che la violenza si sedimenta, mette radici e germoglia nelle famiglie, alimentata dall’ignoranza e dall’omertà. Attraverso il dialogo che si fa cinico fino al comico (dovevo sposarmi il rabbbino: quelli, gli ebrei, non le picchiano le mogli) riemergono i ricordi del passato e si arriva addirittura all’infanzia, quando, forse, Dolores ha iniziato a subire le violenze e Sandra ha imparato ad ignorarle. Infatti quando le due rievocano quei momenti reagiscono in maniera diametralmente opposta: risoluta a saperne ogni retroscena Dolores, fallace nella memoria e come stordita dal ricordo stesso Sandra. Questo è la vicenda di Dolores che Edward Allen Baker colloca nella provincia statunitense e che nella traduzione di Alessandra Basile e Lisa Vampa viene trasferita nella provincia di Napoli: allora nomi come Scampìa e Secondigliano suonano sinistramente familiari per un pubblico che ha, suo malgrado, imparato a conoscerli attraverso le cronache dei telegiornali. Una vicenda che ha trovato sensibilità e appoggio anche nelle istituzioni: hanno dato il loro Patrocinio sia la regione Lombardia e che la sezione italiana di Amnesty International.

Uno spettacolo che è realizzato da un vero e proprio team donne: Lisa Vampa e Alessandra Basile protagoniste in scena, la regia è di Adriana Milani, fotografa è Stefania Patrizi e Stefania Gazzi è la truccatrice. Anche la scelta delle musiche ha una sua motivazione precisa: per lo spettacolo è utilizzata sia in apertura che in chiusura Will you love me tomorrow, brano del 1961 eseguito dai the Shirelles, ma la particolarità sta nella scelta registica di aver selezionato diciotto minuti di brani eseguiti da vocalist femminili che accolgono il pubblico. Quindi certamente si, uno spettacolo tutto al femminile, dove ci sono donne che parlano di donne e del loro dolore e che denunciano sofferenza che per tutti e 50 minuti della sua durata, che riesce ad essere leggero al punto di poter essere riconosciuto come una black comedy, una commedia a tinte fosche, che nel suo svolgimento ci fa addirittura sorridere ma, ovviamente, di un sorriso amaro, che vorremmo potesse trsformarsi in grido a favore di queste vittime senza voce, alle quali sempre più spesso si riserva attenzione o quando ormai ci troviamo di fronte all’irreparabile o nei superficiali festeggiamenti dell’8 Marzo. Ecco Dolores, grazie al lavoro di Alessandra, Adriana, Lisa, Stefania e Stefania, ha il merito di essere questo: un evento che ha il suo debutto nell’imminenza della Festa della Donna, che avrà un seguito subito dopo, ma che necessariamente deve avere avvenire molto lungo affinché la denuncia sia quotidiana e diffusa dappertutto.

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