Giovanna d’Arco

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Da sempre l’arte in genere si è dedicata a raccontare, descrivere, romanzare la vita di Giovanna D’arco; da sempre il mito della Pulzella d’Orléans è stato fonte di ispirazione per artigiani e compositori, storici e scrittori e chiunque si sia avvicinato alle sue gesta lo ha fatto con spirito indagatore; da sempre la figura della fanciulla di Lorena è stata icona per battaglie contro l’ingiustizia e la discriminazione. Tantissimi hanno voluto raccontare la sua storia e, nel farlo, si sono ritrovati a ricreare corti magnifiche e battaglie epiche, apparizioni angeliche e atroci torture. Tutto ciò nella Giovanna d’Arco diretta da Andrea Chiodi è reso perfettamente da una messa in scena che abbandona tutti gli orpelli per dedicarsi alla potenza di un testo meraviglioso, scritto da Maria Luisa Spaziani, e alla catalizzante interpretazione di Elisabetta Pozzi, che veste i panni della protagonista, e di Simonetta Cartia e Francesca Porrini . A completare il tutto le scene di Matteo Patrucco, le musiche di Daniele D’Angelo, i costumi di Ilaria Ariemme e il disegno luci di Marco Grisa. Ma procediamo con ordine. Lo spazio scenico è a vista, non celato dal sipario ma leggermente in penombra. Sul palco una pedana , che rimanda alla tradizione del teatro all’aperto, al palco di commedia dell’arte, ai sagrati e alle piazze, ovvero al teatro popolare. Mezza sala. Buio. Dalla sinistra entrano Simonetta Cartia e Francesca Porrini. Il loro è un ingresso da coro greco, in fila, solenne, a percorrere il perimetro della pedana sulla quale saranno attrici e musica dal vivo: la melodia espressa dal loro canto evoca la celestiale atmosfera delle visioni di Giovanna, la solennità della cattedrale di Reims, la tragedia disperata della guerra. A fondersi con le loro voci le musiche di Daniele D’Angelo: mai invasive, sempre pertinenti e misurate, perfettamente rapportate alla scena che sta prendendo corpo. Alle note si uniscono gli effetti sonori; particolarmente suggestivo lo stridere delle lame della spada che ritorna nell’ora del processo subìto da Giovanna, nel quale sarà giudicata colpevole dalla Santa Inquisizione e costretta ad abiurare “verbo del quale ignoro il significato” dice teneramente la Giovanna di Maria Luisa Spaziani. Le vicende vedono la luce nel precisissimo disegno illuminotecnico di Marco Grisa che, con un gioco di ambra e ghiaccio, dipinge la scena con dei coni dedicati ed intimi, nei quali la protagonista si rifugia a considerare e riflettere; con dei piazzati che illuminano l’intero spazio scenico fornendo una precisa collocazione fisica, spostando l’azione dai campi di battaglia alle corti nobiliari, e di tempo, cosicchè anche l’avvicendarsi delle stagioni è più che tangibile; con dei tagli che portano la scena in una dimensione onirica. Nel finale il rosso che pervade la scena potrebbe sembrare ovvio, considerando che ci troviamo tra le fiamme del rogo, ma è evidente che abbiamo l’ennesima riconferma che la semplicità è il mezzo di comunicazione più pregnante. E semplice potrebbe sembrare anche l’apparato scenografico di Matteo Patrucco: una serie di mezze quinte che si incastrano di volta in volta sull’intera superficie a formare un labirinto di immagini che oscillano tra il sacro e il profano in quanto rimandano tanto all’iconografia sacra medioevale, quanto alle figure dei tarocchi. Su di esse vediamo santi e soldati, torturatori e foreste e attraverso esse le attrici si muovono, si rincorrono, si nascondono, senza sparire mai del tutto, e si mostrano. A costruire a tempo di musica l’impianto scenico le stesse attrici, che faranno entrare i vari protagonisti della vicenda e, durante il periodo di ritiro di Giovanna, girando al contrario ogni quinta, realizzeranno un grigio che fa sentire tutto il tedio e l’abbandono vissuto dalla protagonista. Centrati anche i costumi di Ilaria Ariemme, curati nel dettaglio e nell’accostamento cromatico. Nella regia di Andrea Chiodi ritroviamo tutto ciò che nel teatro attuale sempre più spesso latita: un bellissimo testo, in un allestimento semplice, scevro da inutili sovrastrutture atte solo a colpire la superficie dello spettatore. Le parole di Maria Luisa Spaziani, nel suo scorrere in sei canti in ottave di endecasillabi sciolti, sono recitate magistralmente da Elisabetta Pozzi. È difficile capire a chi vada il maggior merito: se alle attrici, all’autrice, al regista. Questo perchè è merito di tutti. Tutti hanno contribuito a realizzare equilibrio perfetto in cui ogni elemento dello spettacolo è protagonista e figurante allo stesso modo. Le parole dell’autrice non sono semplicemente recitate o dette da Elisabetta Pozzi bensì vissute, rispettate e materializzate una per una, con un lavoro di delicatissimo cesello, con una perizia e una cura tipica di una generazione di Attori la “A” maiuscola che usa la parola per costruire una vicenda, un sentire. Uno spettacolo, Giovanna d’Arco, che dovrebbe essere visto dagli addetti ai lavori e studiato dalle nuove generazioni di teatranti come una lezione di teatro a tutto tondo. Nulla è fuori posto o dettato dal caso ma tutto è pensato, realizzato e posato in un mosaico che evoca immagini di altissima lirica, che non ha bisogno di spiegazioni arzigogolate e cervellotiche ma che è lineare in ogni espressione. La tecnica della narrazione diretta in prima persona, è coinvolgente al punto che vediamo un’attrice che racconta ad ogni singolo spettatore, dedicando a ciascuno ogni singola parola. E il pubblico apprezza tale dedizione tanto che alla fine sembra non voler smettere di applaudire manifestando tutta la sua riconoscenza nei confronti di un lavoro così ben architettato e realizzato, da professionisti di indubbia esperienza che non smettono di emozionarsi di fronte al calore di una platea che dovrebbe essere gremita.

 

 

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