R III – Riccardo III con Alessandro Gassmann al Teatro Argentina di Roma

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Foto di Ferico Riva
Foto di Ferico Riva

Dimenticate il Riccardo III piccolo, storpio e gobbo che la storia e Shakespeare ci hanno tramandato: il machiavellico Duca di Gloucester portato in scena da Alessandro Gassmann è deforme e gigantesco, una fisicità sproporzionata che lo rende diverso dagli altri e che lo costringe ad abbassarsi per passare attraverso le porte o semplicemente per specchiarsi.

“Ho sempre avuto nei riguardi del Bardo, forse per l’incombenza di gigantesche ombre familiari, un approccio timoroso” dice Alessandro Gassmann (che sovrasta in scena gli attori indossando calzature con rialzi interni) che per il suo primo Shakespeare da attore e regista ha scelto la più truce delle tragedie del Bardo che mostra l’oscurità e le contraddizioni di un’anima al servizio totale del male assoluto.

Folgorante per Gassmann è stato l’incontro con Vitaliano Trevisan che ha curato la traduzione e l’adattamento e che non solo ha operato dei tagli (anche alquanto sostanziosi su personaggi che da 40 diventano 10, e scene, molte delle quali vengono solo evocate rapidamente), ma ha optato per un linguaggio con una struttura lessicale semplice e schietta (a tratti il linguaggio appare fin troppo moderno con qualche caduta di stile, vedi Hastings): un’immediatezza che in effetti ben si adatta all’idea che Gassmann ha voluto offrire di questo lavoro e che si innesta con una certa continuità all’interno del suo percorso da regista ricalcando per altro le intenzioni orginali di Shakespeare che parlava direttamente alla gente.

E se Shakespeare è sempre stato un fardello pesante per Alessandro Gassmann, per sua stessa ammissione e per chiavi motivi di famiglia, è chiaro che l’attore-regista ha ripensato il dramma con un taglio inedito, anti-tradizionale. RIII – Riccardo III di Gassmann si presenta come un corposo e ironico (a tratti) dramma gotico, un dramma dark, fra tinte e atmosfere alla Tim Burton (un po’ Beetlejuice, un po’ Sweeney Todd), un dramma dall’incalzante ritmo cinematografico in cui le video proiezioni di Marco Schiavoni (sfruttate anche nell’angoscioso sogno prima della rovinosa battaglia finale), si accavallano e si sovrappongono alle bellissime scene di Gianluca Amodio, che ricostruiscono l’interno opprimente della Torre, le mura del castello con archi a sesto acuto e rosoni e finestre deformati dalle luci. La deformità morale poi non passa solo attraverso l’altezza mostruosa di Riccardo, ma anche attraverso l’aspetto più o meno piacevole degli altri personaggi (ciascuno a modo proprio modo è immorale) concretamente enfatizzata attraverso un raffinato gioco di luci e ombre.

Il risultato è un Riccardo III incalzante e moderno, dai tempi più cinematografici che teatrali (con tanto di titoli di coda) anche grazie alla contaminazione musicale di Pivio&Aldo De Scalzi che hanno mescolato le musiche originali a Ray Charles sfruttando la colonna sonora in senso diegetico ed extradiegetico, ai costumi molto ibridi a livello temporale di Mariano Tufano (che spazia dalle divise da nazista agli abiti napoleonici, a estrose rivisitazioni degli abiti da sera femminili anni Quaranta strizzando l’occhio al look dandy). “Il mio regno per un cavallo!” diventa supplica implorante prima della morte, enfatizzata dalla videoproiezione a mostrare quasi la disintegrazione del male. Finisce così la sanguinosa ascesa al potere di Riccardo III: prima però il re gobbo e storpio ha disseminato cadaveri, ha mentito e ingannato, ha tradito e dissimulato pur di raggiungere il suo scopo e raggiungere l’agognato potere perduto ancor prima di consolidarsi. Alessandro Gassman è Riccardo III che giganteggia (e in tutti i sensi), machiavellico e mostruosamente diabolico, dai grugniti quasi animaleschi, è mistificatore crudele, spaventosamente ambizioso (“Se non sono il primo mi sento l’ultimo” tuona il re pronto a tutto pur di conquistare il trono) e timoroso della solitudine. Intorno a Gassmann un’ottima compagnia che include Mauro Marino Edoardo, Staleny e Margherita), Giacomo Rosselli (Rivers e Catesby), Emanuele Maria Basso (carceriere, Richmond e Vescovo), Marco Cavicchioli (Clarence, Hastings, Messaggero), Marta Richeldi (Elisabetta), Sabrina Knaflitz (Elisabetta), Sergio Meogrossi (Buckingham), Paila Pavese (Duchessa di York). Menzione speciale per l’intenso Tyrrel di Manrico Gammarota. In scena fino al 6 aprile al Teatro Argentina di Roma.

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