Goli Otok isola della libertà

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fotoprogetto di Elio De Capitani e Renato Sarti
 

 

Nell’attesa che inizi lo spettacolo, nella sala ancora illuminata dove gli spettatori, tra saluti a distanza e spegnimento di cellulari prendono posto, passo il tempo a leggere note di regia e sinossi di Goli Otok. Una frase di Renato Sarti, autore del testo, mi colpisce: “Io sono convinto che il teatro sia un amalgama stranissimo di magia e assunzione in prima persona di responsabilità”. L’assunzione di responsabilità dovrebbe essere alla base di ogni rappresentazione, di ogni allestimento. Tuttavia, sempre più spesso ci si trova di fronte a spettacoli senza anima, che puntano a stupire. Uno sciorinare di effetti scenici, luci e musiche che lasciano a bocca aperta: tutto per impressionare. E questo rimarrà nello spettatore; e tutto ciò durerà poco: il tempo di consentire a nuove immagini di entrare nel suo campo visivo e la messa in scena non sarà più neanche un ricordo. Tutto ciò non riguarda di certo Goli Otok, spettacolo in cui l’assunzione di responsabilità è evidente e traspare in ogni frase pronunciata. In scena Elio De Capitani non interpreta, non recita, è Aldo Juretich, fiumano nato negli anni venti che dopo la Seconda Guerra mondiale visse la terribile esperienza di Goli Otok, il peggiore dei campi di internamento di Tito, in cui furono rinchiusi, dopo la rottura del Cominform fra la Jugoslavia e l’URSS, quei traditori che rimasero fedeli a Stalin. Con lui Renato Sarti, che raccoglierà la testimonianza del sopravvissuto a quell’inferno che il regime aveva definito campo di rieducazione politica. Il principio che vi regnava era il ravvedimento: il prigioniero doveva rivedere la propria posizione politica e per dimostrare il suo pentimento doveva massacrare, denunciare, tradire chiunque, partendo ovviamente da chi conosceva meglio: parenti e amici. Questo ci racconta Elio-Aldo e lo fa con un aria sottilmente sarcastica, con il tono ironico di chi ride amaramente del paradosso della propria vicenda. Come quando, commentando l’ansimare delle venti persone che lo hanno malmenato fin quasi ad ucciderlo, dice: “Ma come, io prendole botte e loro hanno il fiatone?!”. Non si può non sorridere di questa uscita, ma nel contempo, non si può restare indifferenti di fronte a tutta quella violenza. Perchè Goli Otok è la totale autogestione del terrore: così lo definisce Juretich-De Capitani, che ne descrive l’alienazione fin dal suo arresto, facendoci vedere il viaggio in barca verso L’Isola Calva, viaggio che ancora oggi porta i suoi indelebili segni sul protagonista, che non riesce “a guardare i barconi carichi di immigrati sulle coste della nosrta Sicilia”. Ancora assunzione di responsabilità espressione che diventa fuoco del testo, che nasce dal progetto simbiotico di Elio De Capitani e Renato Sarti, che ne firmano anche la regia. E allora ciò che trapela, che trasuda dallo spettacolo è la necessità di raccontare il dramma di chi ha vissuto quella prigionia, dramma che non finisce con la libertà ma continua nei decenni successivi: il sopravvissuto ha paura di raccontare perchè teme che non sia finita, perchè il dubbio è più forte della certezza; non sa con chi sta parlando e per evitare di essere imprigionato, di mettere a repentaglio l’incolumità dei propri cari vive in totale isolamento. Aldo Juretich non uscirà di casa per i successivi dieci anni dalla fine della sua pena. La paura si è impossata degli ex-reclusi: la paura di essere prelevati per un normale controllo, un piccolo colloquio di routine con le forze di polizia, e trovarsi incarcerati per ventiquattro mesi di cui i primi sei in una cella tre metri per uno e ottanta, da condividere con altre cinque persone. E allora De Capitani e Sarti denunciano apertamente le altre ingiustizie del nostro tempo che ci passano sotto gli occhi: “Guantanamo, il G8 con Bolzaneto e la gente che fa?”. Uno scossone allo spettatore, che rabbrividisce della propria indifferenza. I meriti di Goli Otok sono innumerevoli e altrettanti sono i motivi per cui lo spettacolo va visto e va fatto conoscere: affinché se ne parli. Altra nota di merito va di sicuro alle musiche di Carlo Boccadoro mezzo con cui si passa dal vortice del ricordo al viaggio vero e proprio. E quindi alla fine gli applausi che sembrano infiniti vengono stoppati da Elio De Capitani che chiede, quasi timidamente la parola per ringraziare “nontanto per l’applauso” dice “perchè quello ce lo siamo meritato” e non si può che essere d’accordo “ma per essere venuti”. Si perché, leggere la descrizione dello spettacolo potrebbe essere scoraggiante, potrebbe intimorire per la gravità del tema trattato. Ma la coppia De Capitani-Sarti ha voluto farlo lo stesso, spinti dall’entusiasmo di chi aveva assistito alla lettura scenica del saggio del 2002 di Giacomo Scotti “Goli Otok – Italiani nel Gulag di Tito” e malgrado gli innumerevoli impegni scenici di due tra i massimi esponenti del teatro italiano del nostro tempo, che hanno iniziato dal nulla qualche anno fa ormai, ma che continuano ad assumersi la loro responsabilità nei confronti del pubblico come uomini di cultura, consci della loro posizione di divulgatori di pensiero, del loro potere di scuotitori di coscienze. E lo fanno, dimostrando un amore e una devozione per il loro lavoro encomiabili, raggiungendo il cuore dello spettatore che non può non entusiasmarsi di fronte a tanta travolgente passione. Goli Otok è uno spettacolo di cui si deve parlare, perché bisogna stare attenti in quanto, come scrisse Primo Levi ne I Sommersi e I Salvati: È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

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