L’importanza di chiamarsi Ernesto

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fotodi Oscar Wilde
Traduzione Masolino d’Amico
con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Lucia Poli
E con (in ordine di apparizione) Orazio Stracuzzi, Valeria Contadino, Renata Zamengo, Giordana Morandini, Luciano D’Amico
Regia Geppy Gleijeses
Produzione Teatro Quirino di Roma / Teatro Stabile di Calabria

 

Mettere in scena un testo inglese, e per di più di un autore come Oscar Wilde, che con la sua lingua si destreggiava in arabeschi dei più sfiziosi, non è cosa facile. L’ironia de The importance of being Earnest, poi, è tutta giocata sull’identica pronuncia del nome Ernest e dell’aggettivo ‘onesto’, che talvolta è stata resa con l’italiano ‘Fedele’ o ‘Franco’, respinti però dalla traduzione di Masolino d’Amico, che ha preferito attenersi all’originale, confidando nelle conoscenze del pubblico. Non perdono però affatto la loro verve umoristica le massime pronunciate da Algernon (una notevole Marianella Bargilli) e da Lady Bracknell (l’inconfondibile Lucia Poli), che ritraggono con mordente sagacia l’età Vittoriana, di cui i personaggi della commedia sono i più esemplari rappresentanti. Non a caso Jack, di cui solo alla fine si scoprono le origini, inizialmente è soltanto figlio di un deposito bagagli, come insiste, indignata, Lady Bracknell; il deposito bagagli della Victoria station, che testimonia l’intento dell’autore di evocare, più che il personaggio o il momento storico, la società che ne è stata il contorno. Quella che viene dipinta è un’aristocrazia priva di qualsiasi valore morale, attenta solo all’apparenza, alla stabilità della propria posizione sociale e alle tartine al cetriolo. Non fanno eccezione nè le cariche ecclesiastiche come Ghasuble (Luciano D’Amico) nè quelle vagamente connesse con l’educazione come Miss Prism (Renata Zamengo); il personaggio del cameriere, (Orazio Stracuzzi veste sia i panni di Lane che di Merriman) viene da Wilde praticamente annullato, se non per qualche breve gag, proprio perchè estraneo a quel mondo che vuole descrivere in quanto tale, e non in relazione al resto della società. E i personaggi che risultano più sfacciatamente vittoriani sono quelli femminili: Lady Bracknell in primis, come emerge dal brillante interrogatorio che fa a Jack (l’interprete e regista Geppy Gleijeses) in quanto possibile pretendente della figlia Gwendolen (Valeria Contadino); ma l’atteggiamento ostentatamente vittoriano che costituisce la fibra interna della trama è proprio quello della figlia Gwendolen e di Cecily (Giordana Morandini), pupilla di Jack, di cui Algernon si innamora. Sono le due giovani aristocratiche a manifestare la necessità, l’importanza del nome Earnest, unico ostacolo al loro fidanzamento con gli amanti, in una magistrale, eterna opposizione al dramma shakespeareano in cui, nell’esortazione di Giulietta a Romeo, l’amore trionfa ad armi impari sul nome e su ciò che rappresenta. E’ un’esasperazione, quella ideata da Wilde, dell’attenzione alle mere apparenze: il futuro sentimentale dei pretendenti è appeso a un eufonico bisillabo.

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