Nina

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fotoIl fascino delle opere di Čechov sta in qualcosa di intraducibile a parole, ma nascosto sotto di esse o nelle paure, negli sguardi di intesa tra gli attori, nella emanazione del loro sentimento interiore. Mentre l’azione esterna sulla scena diverte, distrae o eccita i nervi, quella interna contamina, afferra la nostra anima e se ne impadronisceSergeevic Stanislavskij

Il 17 ottobre 1896 al Teatro Aleksandrinskij di Pietroburgo debutta “Il Gabbiano” di Anton Čechov. In platea lo stesso autore, che resiste amareggiato alle risate sguaiate del pubblico per i primi due atti e che si rifugia dietro le quinte per assitere al tragico epilogo dello spettacolo, che sarà subissato dai fischi. Un insuccesso tale che convinse Čechov a smettere con la drammaturgia. Da qui parte lo spettacolo Nina, di Fabrizio Visconti e Rossella Rapisarda, uno spettacolo nel quale il testo è pretesto per narrare di passioni, disillusioni, sogni: di amore, insomma. Quello di Nina Zarečnaja, che sogna un radioso futuro di attrice, si fonde con quello di Rossella, l’attrice che da corpo e voce a Nina. Lo strumento del meta-teatro che dà spazio alle esigenze dell’attrice-attrice, usando le parole dell’attrice-personaggio. La protagonista arriva dal fondo della sala, discreta e trafelata: deve prendere un treno ma non rinuncia al suo impegno e, quindi, andrà in scena e reciterà; tutto lo spettacolo; da sola. L’affanno, l’ansia, la preoccupazione dichiarata fanno entrare subito in empatia l’interprete col pubblico, chiamato in causa più volte come interlocutore e co-protagonista. Rossella ci racconta della sua passione, del suo amore, attraverso quello di Nina, amore che è scisso tra quello provato per il teatro e quello per un uomo: il primo le porta a intraprendere lunghi, avventurosi e non sempre comodi viaggi compiuti dalle piccole compagnie di provincia di cui fanno parte; il secondo, ad interminabili attese di quel Augusto/Trigorin che ha riempito loro la vita. Lo spettacolo è un continuo entrare e uscire dal dramma russo, nel quale il personaggio aggisce e l’attrice commenta. Uno spettacolo a più livelli interpretativi, quindi. E le osservazioni fatte dall’attrice in merito alle parole usate dalla protagonista fanno sorridere il pubblico e nello stesso tempo ne sottolineano la potenza dirompente, la loro profondità. Perchè “Il Gabbiano” è un’opera la cui poetica è, ormai, riconosciuta non solo nell’ambito dell’arte teatrale ma della letteratura in genere. E allora ecco che il lavoro drammaturgico per questa questa Nina spinge sul lato puramente umano della protagonista per rifugiarsi nelle melodiose immagini date dalla penna di Anton Čechov. L’umanità è utilizzata per rompere, annullare quella distanza che i più possono sentire nei confronti di un teatro tradizionale, reo, spesso, di intimorire lo spettatore comune che si sente inadeguato di fronte ad esso. Non è certo il caso della Nina diretta da Fabrizio Visconti, che riesce a portare lo spettatore dalle considerazioni private di Čechov, alla nostra stessa vita, passando dalle rive di un lago della russia di fine ‘800. E anche in questo si vive l’incontro, il sodalizio tra l’originale e il libero adattamento perchè se è vero che ne “Il Gabbiano” (dramma dove il teatro nel teatro la fa da padrone) si batte sull’esigenza drammaturgica di nuove forme, in Nina tali forme sono sicuramente rinnovate e servite allo spettatore che, grazie alla leggerezza scansonata dei toni della protagonista, li accoglie volentieri. Le citazioni sono diverse, alcune puramente letterarie, basti pensare ai riferimenti a Shakespeare sia nelle vicende delle sue eroine (Ofelia, Desdemona, Giulietta tanto per restare in tema di tragedie e di amore) altreregistiche: e allora si resta incantati davanti alla scena del cappotto che si anima, che riporta allo Snow Show del romantico clown Slava (russo anch’egli) ma che non è riproduzone pedissequa, ma interpretazione, utilizzo di un codice decisamente efficace, codice tecnicamente molto impegantivo ma che Rossella Rapisarda padroneggia al meglio. L’altalena della vicenda ci porta al sogno o realtà di Pirandelliana memoria e all’amletico eterno dubbio: essere o non essere. Rossella decide di smettere di essere Nina per mettere la testa a posto ma scopre che non può fare a meno del teatro. Lo confessa a se stessa usando le parole che Nina rivolge a Trepliov: “Adesso sono una vera attrice, recito con piacere, con entusiasmo, quando sono in scena mi sento eccitata, mi sento bella. Ora poi, da quando sono qui, faccio lunghe passeggiate a piedi e mentre cammino, penso, penso e mi rendo conto che di giorno in giorno cresce la mia forza interiore… Ora so, ora capisco, Kostja, che nel nostro mestiere, recitare o scrivere è poi lo stesso, l’importante non è la gloria, il successo, non quello che sognavo, ma saper sopportare. Sappi portare la tua croce e credi. Io credo e questo mi allevia il dolore, e quando penso alla mia vocazione, non ho più paura della vita”. Su queste parole lo spettacolo va verso un finale dove si prospetta il viaggio dell’attrice, che ricorda quello disagiato compiuto da Nina verso Yelets. In conclusione bravi Rossella Rapisarda e Fabrizio Visconti e bravi Ulisse Pantaleone (scene e costumi) e Lucio Venosta (disegno luci): questi ultimi hanno realizzato una favolosa quanto dichiaratamente finta luna. Restiamo perplessi sulla enorme “X” composta da due tubolari appesi che occupa l’intero fondo della scena: oltre alla croce che Rossella fa sul teatro non è dichiarata altra funzione. Ma dettagli, rispetto all’auspicio che assistendo a una tale messa in scena lo spettatore smetta di temere il Teatro, quello che ha fatto la storia.

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