Aterballetto al Festival Internazionale della Danza

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fotoLa Compagnia Aterballetto è una presenza prestigiosa nel panorama della danza contemporanea, affermatasi come realtà indipendente, svincolata da una Fondazione lirica.

Dal 1979, suo anno di nascita, germinando dall’esperienza della Compagnia di balletto dei Teatri dell’Emilia Romagna, si è consolidata nel lungo periodo della direzione artistica di Amedeo Amodio, cui è succeduto Mauro Bigonzetti che in dieci anni ne ha rinnovato il profilo artistico portandola all’affermazione internazionale. Dal 2008 è subentrata Cristina Bozzolini, con Bigonzetti nel ruolo di coreografo principale.

L’estro creativo del coreografo in simbiosi con quello di autori italiani e stranieri che hanno collaborato con la Compagnia, quali Jiri Kylian, William Forsythe, Fabrizio Monteverde, Eugenio Scigliano, esalta l’identità artistica che Aterballetto ha assunto perlustrando la tensione verso un linguaggio assoluto della danza, che si materializza nello spazio in sinergica affinità con l’espressione musicale. Le scelte artistiche sono dettate dal desiderio di esplorare nuovi linguaggi espressivi di coreografia contemporanea, fondati sulla centralità del corpo modellato su tutte le potenzialità del movimento.

I danzatori solisti sono, infatti, in grado di sostenere tutti gli stili, mietendo successi su ogni palcoscenico.

Una fonderia degli anni ’30 nella periferia di Reggio Emilia, dopo una pregevole opera di recupero architettonico che l’ha trasformata in un intreccio di ferro e vetro, è dal 2004 la sede della Compagnia.

Nell’ambito del Festival Internazionale della danza promosso dal Teatro Olimpico e dall’Accademia Filarmonica Romana, Aterballetto ha debuttato a Roma con due coreografie. Workwithinwork è un omaggio a William Forsythe, sue anche scenografia e luci, che propone uno spazio scenico nero e vuoto in cui i danzatori spariscono ed emergono alternativamente, in modo che il palcoscenico sia stabilmente occupato da ballerini, in coppia o singoli, che ondeggiano plasticamente come una tumultuosa mareggiata, disegnano aerei arabesque, sprizzano la potente duttilità dei corpi atletici e flessuosi che superano la forza di gravità, in un movimento circolare senza fine con perfetta sintesi di tecnica e virtuosismo, assecondando armoniosamente i ritmi dei “Duetti per due violini, vol. 1 (1979-83)” di Luciano Berio. I costumi, essenziali e sobri, sono di Stephen Galloway.

Nella seconda parte si assiste a “Rain dogs” dello svedese Johan Inger, derivata dalla musica di Tom Waits, un jazz-blues con contaminazioni rock, che dà una connotazione etnica anche alla coreografia. Sotto la pioggia il disorientamento del cane diventa metafora della perdita di riferimenti, delle contraddizioni e della solitudine di ciascuno.

La ricerca di un ancoraggio esistenziale che liberi dal disagio può essere perseguita attraverso percorsi tortuosi e imprevedibili, come suggerisce il finale in cui i ballerini si spogliano e uomini e donne si scambiano gli abiti. L’identità viene, così, raggiunta con la riunificazione in sé del mascolino e del femminino, unitaria sintesi della frammentata dualità che rende incompleti e infelici.

I variopinti costumi di Johan Inger, sue anche le scene dall’atmosfera trasognata, differenziano l’uno dall’altro, fino alla caleidoscopica immagine finale in cui le sembianze dei danzatori trascolorano in un’identità collettiva.

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