Suite – Parole e musica per Stefano Benni

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fotoda Stefano Benni

Ma, che sera è! È tutto vero o mi hai messo della roba nel caffè? Questo è il finale, o meglio il bis richiesto a gran voce dal pubblico, di uno spettacolo che lascia dentro l’incredulità di una serata così piacevolmente divertente, profonda, geniale, comica, tenera che non si può fare a meno di chiedersi è tutto vero? Trovare un inizio per una messa in scena così follemente coinvolgente non è cosa semplice; si può, tuttavia, azzardare il riconoscimento del pretesto della pièce: le prove di uno spettacolo, con la coppia di capocomici, Lucia Vasini e Marco Balbi, che gareggia sul numero di reciproche esperienze extraconiugali (e lo farà per tutto lo spettacolo, tornando sul punteggio di tanto in tanto), la loro figliola, Marcella Formenti, frustrata dal sentimento non corrisposto che prova nei confronti dall’attor giovine, Nicola Stravalaci, tormentato dalla ragazza e bistrattato dal capocomico. In questo contesto vanno avanti le prove di monologhi, dialoghi e canzoni del recital che non può esser tale senza la musica dal vivo: ad occuparsene è la Microband, ovvero I Fratelli Marx della comicità musicale. Nulla di particolare; in tutto ciò ritroviamo i tratti identificativi di un varietà degli anni ’60: infatti non mancano frak, piume di struzzo e pianoforte a coda. Ma la Suite è quella di Stefano Benni, sono sue le parole e allora a partire da La Luisona, protagonista di un episodio di Bar Sport, fino a Little red hood – la vera storia di Cappuccetto Rosso, tratto da Ballate, è un susseguirsi di siparietti che vanno dal comico più profondo, al riflessivo più leggero. I protagonisti sono quattro: Marco Balbi è il capocomico che, in un impeccabile frak, dirige lo spettacolo dall’interno; suo malgrado è travolto dalle rutilanti vicissitudini dei suoi compagni d’arte ed egli stesso non manca di scivolare nei suoi soliloqui, nei suoi personaggi, diventando la voce di Dio in One Hand Jack per finire a suonare il banjo nel brano di chiusura. One Hand Jack, e non solo, è Nicola Stravalaci l’attor giovine della compagnia: perseguitato dalle avances della attrice giovane cerca di proporre i suoi lavori ma resta inevitabilmente intrappolato dalla ragazza in un rincorrersi che trova alcuni dei momenti più comici e acrobatici dello spettacolo: il tangoverticale con invito al cinema è espressione di tecnica sottile, così come nel dialogo in cui i due giovani cercano di invitarsi reciprocamente a cena è un dentro/fuori la scena che coinvolge il pubblico. In questa dialogo sono evidenti le doti di caratterista di Marcella Formenti, che oltre a essere l’innamorata, diventa il povero pappagallo sacrificato sull’altare della cenetta romantica. L’attrice non smette di stupire sia nel bel canto, che in quello graffiante richiesto dal blues e catalizza l’attenzione del pubblico nella Signorina Vu, descrivendo il momento della sua nascita, l’euforia dell’ospedale che l’ha vista venire alla luce e lascia una delle battute più belle dello spettacolo: “i diabetici si amareggiarono”. L’altra figura femminile della scena è interpretata da Lucia Vasini: l’attrice rappresenta perfettamente tutto ciò che è Stefano Benni: il suo essere stralunata, svampita, apparentemente fuori ma decisamente dentro lascia stupito chi la segue in ogni sua uscita: si seguono senza fiato le vicende delle vipere smargiasse e si attende con ansia il suo pezzo forte, commuovente, come lo definisce il suo marito di scena e che si trova in Stranalandia: Il lamento della gallina, dove l’assurdo, il paradosso, il grottesco, il comico allo stato puro sono adorabilmente manifesti. Questo solo nel cast attorale della compagnia, la parte relativa alla prosa, alle parole, che spesso e volentieri diventano melodia e ballate. Ma le parole, per quanto folli, sono sempre quelle di Stefano Benni che necessitano evidentemente di un’adeguata colonna sonora: nessuno più e meglio della Microband può rispecchiare lo spirito dell’autore. Il duo suona chitarra, violino, pianoforte, tromba etc. non limitandosi a padroneggiarli da grandi maestri ma a tirarne fuori degli autentici numeri funambolici: ed ecco che la tromba viene suonata con un archetto da violino, l’ukulele è divisibile orizzontalmente in due parti uguali e perfettamente funzionanti, due palloncini e una coppia di bacchette da ristorante cinese servono a ricreare un assolo di batteria, la chitarra è suonata a quattro mani in un vortice di braccia che, sebbene ripetuto, non è reinterpretabile. Insomma uno spettacolo che fa ridere di gusto, con eleganza e intelligenza, forse con qualche parolaccia gratuita, della quale si potrebbe fare a meno soprattutto considerando che ben più divertenti son i momenti di nonsense. Merito della selezione e del montaggio dei brani è di Emilio Russo che cura anche la regia dello spettacolo. Per chi conosce Il Lupo Benni, sarebbe parsa una impresa epica introdurre in una commedia musicale alcuni pezzi per sacrificarne altri, ma sul palcoscenico del Menotti non avviene alcun sacrificio, piuttosto il pubblico partecipa alla celebrazione di una comicità che va sempre più latitando nelle messe in scena gravide di classicume per alcune strutture, e di sperimentazioni gratuite per altre. Il divertimento di chi opera sul palco è travolgente al punto che il pubblico non può che abbandonarsi a un sano divertimento, lasciandosi trascinare nel ritmo delle ballate, accompagnando con battito di mani e sfogando la propria gioia con diversi applausi a scena aperta. E gli applausi scrosciano anche nei momenti di pura malinconia, che non sono rari e che ancora di più sottolineano la bravura degli attori, che passano da un’atmosfera all’altra senza strappi e dei musicisti, che pur conservando l’aspetto di due romantici clown, eseguono delicate melodie. Di tale equilibrio artefice è il regista, Emilio Russo, che manifesta grande rispetto per l’autore. Quello che auspichiamo è che uscendo dal teatro, a chi non conosce Stefano Benni, possa sorgere la curiosità di andare a prendere un suo romanzo, di leggerlo e di perdersi nelle sue parole, così come attraverso messe in scena come Suite si possa sfatare il mito che il teatro è riservato a una eletta casta di dotti; che lo show divertente non è legato necessariamente al turpiloquio o alla goffaggine di chi giggiona sul palcoscenico; che la musica in teatro può essere divertimento, giocoleria e funambolismo; che possono essere sufficienti pochi fari per ricreare un’atmosfera coinvolgente, senza ricorrere a complicati apparati; che un costume curato (e in Suite i costumi sono davvero degni di una serata di gala) non ha forza se non supportato da una bella recitazione pulita, da una corretta dizione e da belle voci. Insomma il Teatro Menotti, propone un gran bel lavoro, curato e appassionato, che arriva allo spettatore; e il pubblico non può che ritrovarsi in un’altra frase di Benniana memoria “… ci sarà un gran finale con una gran piangianza e una gran ridanza …” (Spiriti)

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