Imperdibile Trisha Brown Dance Company

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fotoPuò la pioggia interrompere a metà un atteso spettacolo e trasformarlo in un piacevolissimo vis à vis tra pubblico e ballerini della Trisha Brown Company? La risposta è sì. Sì perché nello storico Cortile del Bargello, allestito per ospitare la venticinquesima edizione del Florence Dance Festival, oltre alla danza va in scena la grande generosità di un organico che, vistosi impossibilitato a continuare l’esibizione, intrattiene gli spettatori con versatili improvvisazioni sotto gli archi.

Un divertente fuori programma che incuriosisce per le prove di equilibrio con lunghe pertiche tenute in bilico da due ballerini e un sensualissimo e languido ‘trenino’ fatto in diagonale dalle ballerine. Un divertissement che riscatta la cancellazione, per cause di forza maggiore, dell’ultimo pezzo del polittico della serata, The Movie. Una coreografia del 1991 su musica di Alvin Curran e dedicata a Michel Guy, in cui la Brown, autrice anche delle scene e dei costumi, sperimenta la dissolvenza cinematografica nell’ideale leggerezza di corpi in movimento.

Ma se The Movie è rimasto scritto nel programma di sala, per fortuna il tempo è stato clemente consentendo di vedere ed apprezzare tre capisaldi del repertorio di Trisha, fondatrice dell’omonima compagnia e figura di riferimento della Post Modern Dance americana.

Son of Gone Finishn’, un lavoro del 1981 su musica originale di Robert Ashley, è una partitura coreografica da cui scaturiscono naturalmente un infinità di figure, passi, gesti che i sette protagonisti eseguono grazie al release, ovvero una tecnica basata sul rilassamento muscolare del corpo per accentuare la leggerezza dei movimenti. Movimenti assecondati dai setosi costumi, che richiamano i fruscianti ‘pigiami palazzo’, e colpiscono per la loro raffinata nonchalance.

Rouges, un pezzo del 2011 nato in collaborazione di Trisha con il musicista Alvin Curran e l’artista visivo Burt Barr, è un duetto maschile che fa esplodere da dentro il modulo classico del passo a due scomponendo e ricomponendo le sue parti in un serrato gioco di tempi e di passaggi.

Di tutt’altra atmosfera è Le Yeux et l’âme, una “suite de danse” del2011 in cui la Brown si ispira all’opera Pygmalion di Rameau, a sua volta tratta da Le Metamorfosi di Ovidio. Un recupero delle atmosfere barocche scelte dalla coreografa perché più congeniali per esplorare i recessi dell’anima che – come la statua dice a Pigmalione – si vedono riflessi negli occhi. Occhi e anima un binomio inscindibile risolto dalla Brown con una danza ‘vellutata’ nelle reiterate e delicate prese, nel volteggiare etereo eppure terreno, nel carezzevole passo a due fatto di fluidi legati e ricercati épaulements in cui risplendono i più che bravi e applauditi danzatori della Trisha Brown

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