“Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame

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fotoQuando trent’anni fa Dario Fo e Franca Rame hanno scritto la commedia “Coppia aperta, quasi spalancata” hanno inteso mettere alla berlina il principio (nei fatti accettato dalla Chiesa e dalla legge) che la fedeltà e l’indissolubilità del matrimonio riguardasse solo la donna e che invece per il marito occorresse tener conto delle specificità ed esigenze sessuali del maschio e della sua posizione dominante in ambito familiare secondo i canoni biblici e naturali.

Dobbiamo premettere che la patina del tempo sottrae al testo la funzione originariamente provocatoria. Oggi la situazione è ben peggiore, gli episodi di machismo si moltiplicano e quotidianamente leggiamo di maltrattamenti ed efferati “femminicidi” da parte di uomini che non accettano di essere lasciati dalle rispettive donne. Dunque la pièce va goduta senza alcun senso liberatorio, ma come un puro bellissimo divertissement.

Antonia casalinga moglie e madre sopraffatta dal comico strazio della moglie tradita e disperatamente trascurata dal marito (Mario), dopo quotidiani litigi e dopo l’ennesimo buffo tentativo di suicidio, decide di accettare l’idea del marito (e il suggerimento del figlio che vuol far ritornare il sorriso sul volto dell’ancor giovane madre) di sperimentare la formula della “coppia aperta” come soluzione ai problemi coniugali. L’idea del goffo e pasticcione marito è quella di portarsi liberamente a casa le giovani amanti che la premurosa “mamma” avrebbe trattato con distaccato fair play. Ma quando Antonia, dopo comicissimi tentativi seduttivi, trova un uomo giovane, intelligente, professore universitario e per di più musicista, i principi libertari di Mario vengono meno. Lui che intendeva che la coppia potesse essere aperta solo in un senso, entra in crisi profonda, crolla la volontà predatoria, minaccia il suicidio. Il galletto rialza la cresta solo quando la moglie impietosita confessa di aver inventato la storia dell’amante. Ma sarà proprio così? A questo punto il colpo di scena è d’obbligo.

Dialoghi brillanti ed esilaranti, ritmo in tragicomica farsesca accelerazione, brillante e intelligente interazione degli attori che sollecitano il consenso alle proprie tesi da parte degli spettatori. Il successo è garantito (anche) dall’interpretazione splendida di Francesca Bianco che con incredibile vis comica mette al servizio del personaggio intonazioni, posture, gestualità perfette. Cosa che non si può dire di Antonio Salines che non può mettere al servizio di una discreta interpretazione né il phisique du role, né le necessarie tonalità vocali.

Ottima la regia di Carlo Emilio Lerici funzionali le scene di Giuseppe Lorenzo e le musiche del DJ Atomic Aldho.

 

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