Io, nessuno e Polifemo

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fotoIl mio primo articolo su Teatrionline sarà di una prima in assoluto, sarà con una grande regista donna italiana e sarà per mia gioia nel mio teatro preferito.

Si tratta di “Io, nessuno e Polifemo” di Emma Dante in scena al Teatro Olimpico di Vicenza, ideato da Palladio, quello che più che un teatro purtroppo è un museo perché quasi non lo si può toccare e da attore ti sale un ansia che ti attanaglia dato che è sito Unesco, patrimonio dell’umanità ma quando calpesti quel legno delle gradinate così grezzo e antico e guardi quella scenografia intatta del ‘500 non puoi che sentirti un piccolo niente in confronto alla storia e alla memoria che ci circonda e ci guarda dall’alto in basso rimproverandoci con ironia.

I personaggi principali sono tre: Io (Emma Dante), Nessuno (Carmine Maringola) e Polifemo (Salvatore D’Onofrio) ma la scena si apre con l’ingresso di tre bellissime e bravissime pupe siciliane, no, non pupi ma pupe, femmine, donne, attrici, ragazze, ballerine, giocatrici, atlete (Federica Aloisio, Giusi Vicari, Viola Carininci) si muovono come dei pupazzi e si muovono di conseguenza agli atteggiamenti che i pupazzi nelle loro mani prendono forma da esse.

Dunque chi siamo e come ci muoviamo? Siamo noi che muoviamo le nostre mosse? Parrebbe proprio di si anche se a volte le nostre mosse sembrano partire sempre da una musica, in questo caso create ed eseguite dal vivo dalla magnifica cantante, performance, autrice: Serena Ganci; la musica si trasforma in danza che travolge e non sempre controlla il corpo manipolato, tutto si scopre e si accetta da come l’azione prende una pausa.

Ed Emma entra sulla scena vestita da uomo: camicia bianca, giacca nera e pantaloni neri, mani in tasca (le mani sono l’impaccio più grande per un attore si sa) e bussa con le parole alla grotta buia di Polifemo: “C’è nessuno in casa?” Polifemo si stizzisce “oh quel nome!” e subito i giochi di parole e le risate allentano la nostra tensione da pubblico che immediatamente svecchia l’idea che per forza il poema omerico dev’essere grandioso e maestoso e di conseguenza per forza pomposo.

Emma è venuta ad intervistare Polifemo, un Polifemo che parla napoletano e non mette affatto paura, anzi, fa dell’uomo nero un simpaticone che ogni tanto s’arrabbia, un grande gigante buono e gentile che alla fine dell’intervista impartisce ricette culinarie, dopo che Ulisse, accecandolo, iniziò a cucinare per lui introducendolo alla buona cucina dai sapori autentici (non più carne umana nuda ma agnello cucinato ad hoc secondo una ricetta segreta e “niente piselli surgelati, quelle schifezze che vi mangiate voi”).

Ulisse o meglio Odisseo, com’egli preferisce, perché più gonfio, entra in scena come un super eroe, sbottonandosi camicia, mostrando il suo bel petto liscio, anche lui parlando in Napoletano perché i dialetti sono veri, perché non inibiscono l’attore, perché i dialetti sono lingua non finta, nascono dalla vita : così Emma ci racconta mentre intervista i due personaggi, svelandoci la sua lettura del poema dell’Odissea, attraverso questa intervista impossibile: un trialogo che è un unico flusso di pensieri della regista-autrice-attrice Emma Dante e per questo, probabilmente, i tre sono vestiti tutti allo stesso modo, come dei suoi cloni.

Ulisse si presenta un po’ come uno sciupafemmine e le ballerine si trasformano immediatamente nelle sue amanti: indossano lustrini e parrucche fluorescenti, la musica si fa più dance e i balletti in sincro mi ricordano un po’ i musical americani; le luci di Cristian Zucaro illuminano a intermittenza le statue classiche della scenografia del Palladio e fanno il tutto più eccentrico in questa cornice classica mentre mia madre che mi è seduta accanto, si piega dal ridere e mi chiede se Palladio non si stia rivoltando nella tomba, io non le rispondo ma annuisco e me lo immagino lì a battere il tempo mentre gli attori sulla scena ballano i passi di Micheal Jackson ed uno strano miscuglio tra danze anni ’80 e balletti da televisione ventennale berlusconiana.

Quante lingue parli Ulisse? Quante donne hai avuto?”

Ulisse sfoggia un elenco di lingue e tempi del mondo, di donne, carni, viaggi, furbizie e trucchetti, allora Emma lo stuzzica sul perché non ha scelto di essere immortale: avrebbe potuto avere tante dee meravigliose, donne incantatrici ma Ulisse dice “No, grazie, preferisco essere uomo, preferisco essere mortale, preferisco la morte, perché nella morte c’è la memoria e senza la memoria non siamo niente. Voi perché mi ricordate ancora oggi? Perché sono un uomo che ha vissuto e che ha goduto ma anche perché ha amato una sola unica donna: Penelope.”

Ed entra così Penelope, presentata in scena sempre dalle tre incredibili ballerine-attrici, sotto il velo da sposa, bellissime, candide e graziose all’inizio, inquietanti alla fine quando il velo che Penelope tesse di giorno e “stesse” di notte si fa interminabile, soffocante, costrittivo, infinito, pesante fino a cadere sopra di esse, facendole crollare e rialzare a turno le tre spose: concitate, sfinite e senza fiato alla fine riescono a liberarsene e Penelope si getta esausta in ginocchio, si riversa su di noi che diveniamo la sua trama tra le dita ed ella si svela in quello che al momento mi pare essere il sorriso più bello al mondo e poi invece si scopre pianto e non mi par vero: all’inizio ride, ride e sorride ma poi ci urla disperata in faccia : “Perché Penelope non piange mai!” riversandoci addosso tutto il suo amore teso.

La fine sembra l’inizio di un viaggio, i tre si salutano, si girano di spalle e guardano avanti alla ineguagliabile scenografia del Palladio, verso quella strada che pare così lunga, fila di case e palazzi da una parte e dall’altra ma soprattutto di polvere, di memoria e di sogni: quello che in fine di noi, solo, rimane.

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