Speaking in Tongues – C’è una cosa che voglio dire

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fotodi Andrew Bovell

traduzione Fernando Coratelli

regia Michael Rodgers

con Laura Anzani, Margherita Remotti, Nicola Caruso, Alberto Barbi
scenografia Mauro Radaelli

luci Alessandro Tinelli

costumi Marianna Redaelli

produzione Merenda

Torna al Teatro Libero di Milano “Speaking in Tongues – C’è una cosa che voglio dire” per la regia di Michael Rodgers. L’opera del più famoso autore australiano vincitrice dell’AWGIE Award nel ’96, da cui è stato tratto il film “Lantana” con protagonista Jeoffrey Rush, va in scena con la nuova traduzione dello scrittore e autore Fernando Coratelli

Cosa succede nell’era della comunicazione se ciascuno si chiude nel proprio universo? Cosa succede nell’era della comunicazione se non ci sono più Dei cui rivolgersi? Accade che il caso e le coincidenze prendano il sopravvento, accade che due coppie che si accingono a tradire i rispettivi partner, senza saperlo e senza conoscersi, si scambino in un casuale gioco di coppia. E quando si scoprono a vicenda, ecco che altre storie metropolitane interferiscono con i protagonisti, diventando protagoniste a loro volta. Un thriller psicologico, un incrocio infinito di destini che come nel film Babel di Alejandro González Iñárritu si fondono fino a disvelare la verità e riordinare il bandolo della matassa. Messo in scena da Michael Rodgers, regista di fama internazionale che ha all’attivo importanti esperienze cinematografiche tra gli altri con Angelina Jolie e Mel Gibson, il testo dell’australiano Andrew Bovell, uno dei più interessanti e celebrati drammaturghi del panorama contemporaneo, prende magistralmente vita. Un thriller teatrale che parla d’amore, tradimenti e male di vivere, condito dalla scenografia di Mauro Radaelli, Nastro D’Argento per il film “Il Capitale Umano”. Uno spettacolo che ha riscosso grande successo di pubblico e critica la scorsa stagione del Teatro Libero e che viene ora presentato in una nuova versione, tradotta dallo scrittore e autore teatrale Fernando Coratelli. Novità anche nel cast per questa nuova messa in scena: ad affiancare Laura Anzani (Jane/Valerie), Margherita Remotti (Sonja/Sarah) e Nicola Caruso (Pete/Niel/John) nel difficile compito di interpretare due personaggi (tre per Caruso) sarà Alberto Barbi, a cui sono stati affidati i ruoli di Leon e Nick.

NOTE DI REGIA

Sfortunatamente viviamo nell’era del “non ne ho mai abbastanza”. In un momento storico in cui non c’è nulla di stabile e in cui corriamo per ottenere sempre di più, i livelli d’ansia hanno raggiunto un punto di non ritorno.
Tutto questo mi viene in mente mentre cammino per Milano e mi sento turbato da un mondo che si muove a questa velocità:
sms, Facebook, Instagram, WhatsApp, Twitter, e-mail, telefoni, traffico caotico… eppure, da artista, cerco di coglierne il lato positivo. Quantomeno, mi domando il perché, mi chiedo quale sia il senso. Perché guardiamo costantemente il telefono per vedere se qualcuno ci ha mandato un messaggio? Perché vedo per strada persone con la faccia incollata al cellulare? Perché ci affrettiamo a pubblicare foto delle nostre ultime vacanze, del weekend, del nostro ultimo amore, foto dei nostri nuovi cani o gatti, del cielo, di una nuvola, di un filo d’erba?… Ci deve pur essere qualcosa di buono in questo, no?

Quando ho letto Speaking in Tongues per la prima volta ho avuto l’inquietante sensazione che raccontasse qualcosa di cui non mi ero reso conto, perché sono troppo naif o inconsapevole. Uno stato d’animo che permea questo testo dall’inizio alla fine. Un’onda di qualcosa che ho disperatamente cercato di non sentire perché non volevo vedere l’abisso che avevo dentro. Isolamento. Persone che non sono in grado di conformarsi alla velocità di un mondo in cambiamento e che quindi cominciano a sgretolarsi. Persone che si sono smarrite nella corsa per arrivare prime. Persone che hanno perso la capacità di comunicare con i più intimi. Persone che strisciano nel buio, e faticano a dare un senso al tutto. In poche parole, ho visto me stesso.

Mentre camminavo per tornare a casa, ha squillato il telefono e ho notato che avevo cinque messaggi su WhatsApp. Così ho inserito il mio codice e ho guardato insaziabile le foto del mio bimbo appena nato, che mia moglie mi aveva mandato. Allora ho capito perché facciamo tutto questo. Ci fa sentire parte di qualcosa, ci fa sentire uniti gli uni agli altri. Tutte le volte in cui abbiamo la sensazione di parlare una lingua sconosciuta, questo ammorbidisce il dolore causato dalla solitudine, dall’isolamento. Questi momenti critici fanno sì che ne valga la pena. (Michael Rodgers)

Per informazioni e prenotazioni:
tel.: 02 8323126

 


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