Centro Teatro Spazio (San Giorgio a Cremano): ecco la nuova stagione 2014/2015

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fotoLa storia resta nelle menti di chi ha vissuto quel presente, ma nel presente dell’oggi la storia di ieri non può fare a meno di essere narrata per non essere dimenticata e vivere ogni giorno infondendo lo spirito dei tempi nelle persone che calcano quegli scenari. Massimo Troisi e il suo gruppo si stabilirono all’interno di un sottoscala a San Giorgio a Cremano, che prenderà il nome di Centro Teatro Spazio in via San Giorgio Vecchio 31, esordendo con recite pulcinellesche, tipiche della tradizione teatrale napoletana. Il tutto svolto in maniera grossolana, molto spesso senza ritorni economici, con Troisi sempre in calzamaglia nera o, comunque, con abiti semplici, e con scene e costumi piuttosto scarni ed essenziali. In questo centro il gruppo cercava di far confluire tutte le passioni. In quegli anni ’70, in cui l’arte, il teatro, la musica, il cinema e tutto il resto viveva una rinascita, i nuovi fermenti erano in agguato, pronti a scattare. A Napoli c’era “La Nuova Compagnia di Canto Popolare” di Roberto De Simone, c’erano cantautori come Edoardo Bennato e Pino Daniele e gruppi di base come le “Nacchere Rosse”. È qui dunque, proprio in questo fermento culturale e in questo luogo che nacque, crebbe e si sviluppò, attraversando varie fasi e cambiando di volta in volta nome e formazione, il gruppo di Massimo Troisi.

Il Centro Teatro Spazio, nel momento in cui Troisi riuscì ad imporre a livello nazionale la sua formidabile maschera, rimase inoperoso (dimenticato dagli stessi creatori e soprattutto dalle istituzioni) fino al 1988, anno in cui Vincenzo, insieme a Ernesto e Marco Borrelli decise di dargli un nuovo impulso. Fu grazie alla caparbietà, la professionalità e l’amore per il teatro (in un epoca in cui lo slancio culturale si definisce nullo) con Vincenzo Borrelli, che si è cominciato a fare il “Teatro” (non in calzamaglia, non in maniera grossolana, ma con vera professionalità e preparazione). Oggi il centro teatro spazio mantiene questo nome nel rispetto dei tempi che furono ma è gestito dall’Accademia Teatrale UNO SPAZIO PER IL TEATRO, che è scuola di formazione professionale allo spettacolo riconosciuta dalla Regione Campania, ed in quanto scuola ha una sala teatrabile, una sala per il mimo e la danza, sala di canto. Il centro teatro spazio ha ospitato tra gli altri: Pupella Maggio, Massimo Troisi, Lello Arena, Enzo De Caro, Fiorenzo Serra, i Zezi, le Nacchere rosse, i Popularia, Patricia Lopez, la New York City Band; Mico Galdieri, Tato Russo, Antonio Ferrante, Leopoldo Mastelloni, Peppe Lanzetta, Nuccia Fumo, Antonio Allocca, Maria Basile, Teresa Saponangelo, Pietro Pignatelli, Marco Zurzolo, Massimiliano e Gianfranco Gallo, Cristina Donadio, Corrado Taranto, Alessandro Siani, Paolo Caiazzo, Maria Bolignano, Ardone, Peluso, Massa, Nunzia Schiano, Gea Martire, Tina Femiano, Manlio Santanelli. È qui che quella tradizione rivive, in questo luogo animato da ferventi passioni creative e artistiche. È qui che nasce quello spirito che Vincenzo ed Ernesto infondono attraverso il fare teatro.

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MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

         Di Arthur Miller

         con Vincenzo Borrelli

Morte di un commesso viaggiatore è il racconto di un dramma troppe volte taciuto dalla versione ufficiale dell’America che vediamo in televisione. E’ la storia di un uomo vittima del sogno americano, tanto fiducioso di poter fare successo che, quando si è accorto di non esserne capace, il peso delle sue sconfitte gli è precipitato sopra come un macigno. Così scarica le sue ansie e le sue ambizioni sui figli, dando vita a un dramma familiare che altro non è che il solito braccio di ferro di due generazioni, vittime delle stesse bugie. Era, quella raccontata da Miller, l’America del Boom economico, la nazione alla quale tutte le altre guardavano con un misto di rispetto e timore. Oggi il sogno americano è diventato il “sogno mondiale”: tutti, in qualsiasi luogo del globo, sono convinti, in un modo o nell’altro, di poter far successo, di poter riscattare la propria condizione, e come logicamente succede, solo una piccola parte ci riesce. Il resto sono gli sconfitti, gli impiegati a mille euro al mese, i poveri diavoli che si spezzano la schiena per portare avanti una famiglia e concedersi qualche piccola soddisfazione. La regia di Vincenzo Borrelli vuole sottolineare proprio questa atemporalità. E’ inutile, negli anni duemila, parlare del sogno americano come di qualcosa che ancora viviamo, poiché esso si è esteso ed è diventato sogno globale. C’è poi la dimensione umana che non cambia in nessuna epoca, delle piccole umiliazioni, delle attese inutili, in quelle piccole insoddisfazioni quotidiane che porteranno Willy a perdere se stesso. Il vecchio commesso viaggiatore è il simbolo di una società rimpinzata di valori, aspettative e fiducia, e che trovatasi con un pugno di mosche, si ripiega su se stessa rimettendo tutto in discussione. Troppo spesso, tuttavia, proiettarsi verso il futuro è difficile, e allora tanto vale ritrattare il passato… SIMONE SOMMA

Regia                                    Vincenzo Borrelli

Assistente alla regia           Simone Somma

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PICCOLE INCONGRUENZE QUOTIDIANE

di Diego Sommaripa da Stefano Benni

con

Marcello Cozzolino

Davide Magliuolo

Paola Mirisciotti

Gabriella Vitiello

Diego Sommaripa

Semplice nella sua struttura stilistica, “Piccole incongruenze quotidiane” è il riadattamento, a opera di Diego Sommaripa e Tommaso Vitiello, di quattro testi molto conosciuti di Stefano Benni: la topastra, il sogno di un muratore, Onehand Jack e la signorina Vu.

Ambientando la scena in un locale e unendo il tutto tramite i sottili fili del malessere e dell’incomunicabilità del nostro tempo, gli autori di questo spettacolo, avendo la fortuna di partire già da un’ottima base, hanno stravolto i pezzi un po’ “datati” e li hanno attualizzati per rendere lo spettacolo e la messa in scena il più fruibile possibile. Tra comicità e riflessione, tra satira e denuncia, lo spettacolo ha un semplice scopo: quello di farsi seguire.

All’interno di un locale quattro personaggi si alternano sulla scena: uno show man, una topastra, una barista chiacchierona e un musicista senza un arto. Cosa avranno in comune? Sono figli dei nostri tempi, sono coetanei e quindi anche se con storie diverse, i problemi restano gli stessi. Forse con l’unione riusciranno a cambiare un po’ le loro vite…

Regia:             Diego Sommaripa

Aiuto regia:    Tommaso Vitiello

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LE SERVE

Di Jean Genet

Con Marina Billwiller – Cristina Ammendola

Il più straordinario esempio di quei mulinelli d’essere e d’apparenza, d’immaginario e di realtà, è una commedia di Genet a fornircelo. E’ il falso, il princisbecco, l’artificiale che, nella rappresentazione teatrale, attirano Genet. Egli diviene autore drammatico perché la menzogna della scena è la più manifesta e la più affascinante. Mai, forse, ha più sfrontatamente mentito che in Le Serve. Due cameriere amano e odiano insieme la loro padrona. Esse hanno denunciato l’amante di questa con delle lettere anonime. Venendo a sapere che sarà rilasciato in mancanza di prove, e che il loro tradimento sarà scoperto, tentano, una volta di più, di assassinare la Signora, falliscono, vogliono uccidersi a vicenda; finalmente una di esse si dà la morte, e l’altra sola, ebbra di gloria, tenta di innalzarsi, con la pompa degli atteggiamenti e delle parole, fino al magnifico destino che l’aspetta… (Dall’introduzione di Jean-Paul Sartre). La regia di Vincenzo Borrelli si trova perfettamente in linea con quelle che sono le indicazioni dello stesso Genet nel testo originale. Un testo crudo che come tale deve essere rappresentato, senza rifuggire in facili esagerazioni e caricature per cercare il favore del pubblico e senza rischiare di urtare quest’ultimo con una recitazione che non sia “furtiva”, con toni sommessi, come se le attrici sul palco stessero facendo qualcosa di sporco, di sbagliato, di cui si vergognano. Sulla stessa linea è la scelta di non voler accentuare la sensualità, cui facilmente si presterebbe un cast completamente al femminile, in modo da ottenere facili consensi, soluzione troppe volte trovata in passato da chi abbia voluto rappresentare la stessa piece. Resta il dramma scarno di due serve, che nutrono per la propria padrona un misto di canzonatorio disprezzo ed un innegabile rispetto, che le porta ad impersonare ogni giorno, a turno, una parte. Con “Le serve” , Genet porta il teatro a teatro, mettendo in scena i giochi segreti di due donne condannate alla subordinazione. SIMONE SOMMA

Regia                          Vincenzo Borrelli

Assistente alla regia  Simone Somma

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UN’ONESTA LAVORATRICE

Di Antonella Platì – Con Federica Aiello

E’ sufficiente comportarsi da seria e scrupolosa professionista per realizzare con successo il proprio lavoro, soprattutto se il mestiere che si è scelto non è proprio da tutti? E se la vicenda risulta anche complicata dall’ingombrante presenza di una città in cui l’anormalità regna sovrana? “Un’onesta lavoratrice” è, per l’appunto, la cronaca umoristica di una movimentata giornata di lavoro, solo in apparenza ordinaria. Protagonista della frenetica vicenda una donna singolare, impegnata in un mestiere inconsueto, in una città del tutto atipica: Napoli.

Il monologo è di per sé un lavoro personalissimo e privato dell’attore. Regge se l’attore regge. E ovviamente se regge il testo. Il regista di un monologo più che altro è un consigliere. Ha sempre un ruolo un po’ defilato, se non marginale come può esserlo quello di un coach di pugili all’angolo. Può asciugare con tutta la cura di cui dispone ogni stilla di sudore al suo assistito, può sventolargli per tutto il tempo che ha a disposizione l’asciugamani sul muso per fargli vento, può dargli tutti i consigli che vuole. Ma poi alla fine il pugile si alza dallo sgabello, ed è lui che va sul ring a prendere i cazzotti. O il trionfo, a secondo i casi. Dunque per lo spettacolo UNA ONESTA LAVORATRICE il mio intervento è stato quello di amorevolmente assistere Federica nel suo lavoro di approcciare il testo, cercando insieme di evidenziarne gli aspetti più gradevoli e godibili. Che per fortuna in questo fresco lavoro di Antonella Platì non sono pochi. Abbiamo lavorato soprattutto nella consapevolezza degli spazi a cui lo spettacolo è destinato. Che sono quelli alternativi proposti dalla bella iniziativa di Manlio Santanelli del TEATRO CERCA CASA, dove lo spettatore è a trenta centimetri dall’attore (recuperando così una vecchia teoria di “Teatro olfattivo”) e inevitabilmente diventa parte integrante dell’evento. Tutto il resto – e quindi quasi tutto – è merito della nostra meravigliosa interprete.

NELLO MASCIA

Regia Nello Mascia

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FRANCISCHIELLO Un Amleto re di Napoli

Uno studio shakespeariano

di e con CARMINE BORRINO

musiche di Lino Cannavacciuolo

Uno studio che parte dall’ approfondita ricerca sulla figura di Francesco II di Borbone e approda alla sovrapposizione “spettrale” col giovane principe di Danimarca. I rapporti drammaturgici dell’Amleto di Shakespeare che si fanno pre-testo per raccontare, combaciando alla perfezione, con ciò che accadeva alla corte di Napoli nell’estate del 1860. L’assoluta fede cristiana di Francesco II, che lo rende sicuramente gran conoscitore di S. Agostino, tra i primi cristiani a parlare di essere e non essere; il tradimento subìto da un “cousin” ( cugino); l’esitante azione – reazione al tradimento e alla vendetta; il rapporto giovane-re col padre defunto ricordato e riconosciuto come gradissimo sovrano; l’ambiguo rapporto d’amore e devozione tra Francesco II e Maria Sofia, come Amleto e la giovane Ofelia; l’attesa del condottiero generale Garibaldi, come l’attesa del giovane Fortebraccio: il suo arrivo, la sua delusione, i morti, la morte e la calunnia, la deposizione illegittima di un re, l’inganno; la finta follia del giovane principe di Danimarca come la probabile finta “scemità” dell’ultimo sovrano di Napoli. Lo spettacolo è un racconto teatrale che ha in se l’allegoria della sconfitta, dell’amarezza eroica, della fugace illusione della giovinezza. Due uomini giovani, due storie di sconfitte, due vite naufragate s’intrecciano in questo monologo: il Borbone Francischiello, ultimo re di Napoli, e Amleto principe di Danimarca. Una sorta di sovrapposizione “spettrale”. E se Francischiello trascina con sé una fama quasi di inettitudine e Amleto un furore epico, ecco che in questa piéce vengono fuori dei punti di contatto: il tradimento subìto, l’amore per due donne fondamentali (Ofelia per Amleto, la regina Maria Sofia per Francesco), il rapporto fortissimo di Franceschiello con il padre defunto, così come lo è per Amleto, la deposizione illegittima di un re, le calunnie, i morti intorno, la tragedia della perdita definitiva. Francischiello si innalza a martire sconfitto perché non aiutato ma anzi tradito dai suoi più stretti collaboratori. Questi non seppero comprendere l’importanza del momento storico che stavano vivendo, compirono atti di estrema superficialità e incapacità che fecero soccombere definitivamente il re Borbone. Per cui Francesco combatte strenuamente fino alla fine, fino all’esilio, che è quasi una morte civile per lui, così come Amleto conclude la sua tragica esistenza con la morte.

Una produzione CRASC-teatrodiricerca in collaborazione con ArtgarageTeatro

Assistente alla regia              Laura Angulo Diaz

Organizzazione                      Veronica Grossi

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INCONSOLABILMENTE IN TRE

Tratto da Tre sull’altalena di Luigi Lunari

Tre uomini si ritrovano in una stanza: il primo, un piccolo proprietario d’industria, sta aspettando nella camera di una pensione una donna per un incontro; il secondo, un militare, crede di trovarsi in un ufficio informatico; il terzo, uno scrittore, arriva per recuperare le stampe del suo libro, pensando di essere nell’ufficio della casa editrice. I tre uomini – giunti da altrettante porte differenti – non si conoscono. Il mistero si infittisce quando sembra che i tre non possano uscire se non dalla porta da cui sono entrati. Obbligati a passare una notte in quella stanza a causa dell’allarme antismog che impedisce loro di lasciare il locale, cominceranno a interrogarsi su quanto sta accadendo e a dare delle risposte all’enigma che li coinvolge. Questo lo spunto iniziale di inconsolabilmente in tre tratto dal successo internazionale costruito sul geniale testo di Luigi Lunari, tradotto in ventiquattro lingue e rappresentato in tutto il mondo. L’equivoco e il dilemma delle tre porte che conducono a diverse vie rappresenta soltanto lo spunto iniziale di un lungo e ininterrotto dialogo fra i tre personaggi – che li porta a toccare i grandi temi, i problemi e i misteri dell’umanità: l’importanza del caso nella vita e la sua inspiegabilità, i diversi punti di vista individuali che rendono differente uno stesso oggetto; ma soprattutto la paura della morte e la morte stessa; la religione – si interrogano sull’esistenza e sull’identità di Dio; il senso della vita. Citano Schopenhauer, Shakespeare, la Bibbia – e si scopre un inaspettato legame tra il testo sacro e la frivola “barca che va” cantata da Orietta Berti. Inventano brillanti aforismi quali «Dalla vita nessuno esce vivo». Ma è incredibile come affrontino tutti questi difficili e talvolta drammatici argomenti con allegria, ironia, brio e leggerezza. E’, innanzitutto, uno spettacolo divertente. Permette, però, di affrontare col sorriso sulle labbra i dilemmi dell’esistenza e i misteri del trascendente. Emblematico è un passaggio del dialogo in cui il militare racconta una barzelletta malinconica che parla dell’inutilità dell’uomo nella vita, della poca differenza tra la sua presenza e la sua assenza, della mancanza di conoscenze e amicizie. Una scena dove gioia e tristezza coincidono. La drammaturgia è serrata, il ritmo incalzante e coinvolgente.

Regia              Vincenzo Borrelli

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HUMAN PARADE N.1

a cura di Antonio Iavazzo

Questa performance è la prima di una serie di carrellate di tipologie esistenziali e di archetipi di vite, ossessioni, caricature grottesche e prototipi di una umanità “border” ed estrema, ma con pieni riferimenti all’attualità più spiazzante e, in molti casi, di “delirante comicità”. Lo spettacolo presenta uomini e donne, fratelli e sorelle nell’Arte: personaggi ed interpreti di una realtà ai limiti dell’ordinario, uniti da uno smascheramento di “topos” umani visionari e provocatori. Si espongono, si raccontano in un momento della loro vita particolare, scaturendo un misto e una mescolanza di comicità corrosiva, fantasia, invenzioni grottesche e graffianti, e non di rado momenti di pura, raffinata, effimera tenerezza, fragilità umane, che tra un sorriso e una lacrima rivelano un’autoironia che alimenta la loro speranza di vita di fronte ad una realtà bella ma anche delle volte amara e acre. Fratelli e sorelle uniti nell’Arte, si scoprono in storie che rivelano una denuncia pittoresca di una condizione umana che vive spesso su un tragico malinteso esistenziale; legami di più tipologie antropiche, personaggi di vita non quotidiana, persi e ritrovati in un tragi-comico malinteso e sul ribaltamento di quelli che dovrebbero essere i paradigmi di relazioni, basate sulla dignità e sul rispetto del prossimo. Si parte dalla piccola – grande “umanita” di “cecoviana” memoria con personaggi portati ad un iperrealismo dichiarato, ai limiti del cartoon e della caricatura. Si snodano poi, nelle varie performance, promesse non mantenute, negazioni, rivincite, rinunce e rivalse, che prendono vita da intrighi e imbrogli e da presuntuosi che credono di sapere ogni cosa, malintesi e ribaltamenti esistenziali, basati sulla dignità e sul rispetto del prossimo. ANTONIO IAVAZZO

Aiuto regia :          Alessia Gambella

Direttore della fotografia:    Vittorio Errico

Consulenza amministrativa:      Rosario Liguoro

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DEMOSCRATOS

di Emanuele Alcidi

L’Italia, una Nazione piena di storia. Capofila nell’arte, nella scienza, nella navigazione. Città e luoghi spettacolari. Paesaggi unici.

Personaggi storici che vengono da sempre presi come punto di riferimento, in qualsiasi campo. Da Cicerone a De Gasperi. Da Galileo a Fermi. Da Ariosto a Viviani. Poeti, musicisti, scrittori, politici, artisti, inventori. L’Italia, il Belpaese.

Ma anche la Nazione occulta. La Nazione di misteri irrisolti, di Stragi di Stato, di Corruzione, di malasanità e cattiva amministrazione. Ma soprattutto, in di Mafia.

La Mafia, la piovra, Cosa nostra, comunque la si voglia chiamare, è oramai un cancro in metastasi che ha ammalato e sta uccidendo il Belpaese.

Uno spettacolo che mette in mostra questo lato oscuro. La connessione tra mafia e politica e il coraggio di uomini che hanno dato la loro vita per provare a debellare questo fenomeno. Si evidenzia la disperazione che attanaglia quella parte di popolazione che, non riuscendo ad accettare questa realtà, ha a propria disposizione solo due strade, la rassegnazione o la follia.

Una rappresentazione che ha come obiettivo riaccendere le coscienze e far sì che chi si è rassegnato torni a indignarsi e chi è impazzito “guarisca”… senza essere più solo.

Regia         Marina Billwiller

Aiuto Regia    Edoardo Nappa

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EVA VS EVA

di Maurizio Tieri – con Vincenzo Borrelli

“In principio Dio creò il cielo e la terra, la luce, il mattino e la sera, i mari e i fiumi, gli alberi, i fiori e i frutti, le stagioni, i giorni e gli anni, il Sole e la Luna, gli esseri marini e gli uccelli, gli animali domestici e i rettili e le fiere… ed infine erano trascorsi sei giorni, Iddio era stanco, ma prima di riposarsi volle concludere la sua opera… creò l’uomo, Adamo, e poi la donna, Eva…” Solo che era troppo stanco dopo aver portato a termine la sua opera. La stanchezza lo porta a distrarsi e… patatrac! Crea un’altra Eva… per distrazione! Lo scontro e l’alleanza e il ri-scontro tra le due Eva porterà il Paradiso Terrestre sull’orlo della fine prima dell’inizio del tutto. Una commedia scorretta e ricca di colpi di scena. Un Paradiso che rischierà di divenire altro. Eva 1, Eva 2, Adamo, l’Arcangelo Gabriele e Dio si confrontano, si sbeffeggiano, si scontrano in nome e per conto di quello che l’uomo e la donna saranno d’allora fino al Giorno del Giudizio… e non solo loro… Relativamente al Serpente tentatore, non si hanno più notizie dopo che incontrò le due Eva… Altro non sa da dire… Il resto lo racconterà il palcoscenico.

Musiche         originali Zacco

Regia              Maurizio Tieri

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VETIVER

Di Fabio Pisano – con Melania Esposito

Infinite sensazioni, odori … Profumi che invadono la scena negl’occhi degli spettatori, mediante i racconti di vita vissuta, e forse vita rimpianta.

Nathalie (ispirata al personaggio di Mona di Orio), accompagna il pubblico sui sentieri della sua vita, del suo passato, dei ricordi intrisi di profumi di cui lei è stata vittima ed un po’ carnefice … Genio assoluto della profumeria, Nathalie, un’artista dei sensi … Un’artista dell’olfatto, è, in scena, intenta alla ricerca del profumo principe … Di quella sensazione che nessuno ha mai raggiunto sinora … Alcun essere umano.

E’ alla ricerca del profumo della vita. Solo alla fine, in un finale amaro e commovente, capirà, lasciandosi abbandonare lentamente, che il profumo della vita non è altro che il suo, e quello d’ognuno di noi, costruito con esperienze, errori, con amori finiti e amori rimpianti, con lacrime, di pura gioia o tiepido dolore.

Note di Regia_

La forza di questo monologo è concentrata tutta sul fil rouge che attraversa le narrazioni della protagonista: i profumi. Le essenze che hanno caratterizzato la sua vita e forse un po’ la vita d’ogni singolo spettatore.

Attraverso l’olfatto, si viaggia. Nel proprio passato, nelle esperienze d’una vita, e lo si fa con una poesia e una tenerezza caratteristiche di Mona di Orio, alla cui figura la protagonista è ispirata. La ricerca ossessiva di Nathalie per “l’essenza di vita”, la porta a comporre dei profumi meravigliosi, magnifici, tutti intrisi di vita, prima che di natura.

Le note, di cui è composto un profumo (di testa, di cuore e di fondo), sono il pretesto da cui si parte per raccontare i tre monologhi principe dello spettacolo.

Profumi e verità, essenze e vita … L’abbraccio di Nathalie alle sue creazioni, e al contempo la ricerca della verità … Dell’essenza primordiale. La ricerca, in sostanza, dell’uomo.

Regia                         Fabio Pisano

Aiuto regia                 Ciro Giordano Zangaro

Musiche originali      Jenna’ Romano

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SNUFF

Di e con Davide Magliuolo

Travis è un giovane dal passato misterioso e tormentato. E’un assassino. E uccide per lavoro, lo fa tra le mura di uno scantinato. Le sue vittime sono uno sfogo per reprimere vecchi rancori, vecchie delusioni, ma sono anche il suo pane per vivere. Travis, infatti, filma i suoi omicidi, commissionati da un viscido uomo d’affari, Mr. X che rivende i macabri prodotti su internet, dove c’è un florido mercato. Il mercato degli “snuff movies”. Quando Mr.x gli impone di uccidere in un “modo nuovo”, per stare al passo del mercato, in Travis cambia qualcosa…

note di regia: Snuff è uno spettacolo scarno, con pochissimi elementi scenici e due soli protagonisti e poche comparse impiegate perlopiù come “carne da macello”, in pieno stile horror, dispiegandosi anche in un’analisi psicologica dei suoi due protagonisti, angeli della morte in un mondo che è sempre più specializzato nel mercificare la morbosità e la violenza. L’approccio multimediale, con l’impiego di video proiezioni, è atto a richiamare l’influenza video ludica dei nostri tempi, in cui internet è il mezzo di principale comunicazione, diffusione, impiego perfino lavorativo e micro/macrocosmo “sotterraneo” di quanto c’è e c’è stato di marcio e oscuro al mondo.

L’intento sarà quello di sbattere in faccia allo spettatore, con dialoghi, situazioni e video immagini alquanto forti, gli orrori di cui è capace la mente umana.

Regia Davide Magliuolo

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IMPERCETTIBILI SFUMATURE

Di Paolo Perelli da Eduardo De Filippo

PAOLO PERELLI, regista e direttore della compagnia, riproponendo a 7 anni di distanza questo suo successo, ha dichiarato che “… mai come ora vi è bisogno di schierarsi…”

L’Eduardo infatti che il regista “Essenziale” ci presenta, rifugge dagli stereotipi della tipica commedia napoletana, per presentarci un Eduardo diverso, pungente e addirittura violento.

In questo spettacolo, il cui testo fu censurato dalla televisione di Stato, la tipica comicità del grande Maestro, pur presente, lascia spazio alla rabbia di una classe sociale che si ribella al potere istituzionale ed attua la sua esilarante quanto impietosa vendetta.

Assolutamente intrigante la scelta di Perelli di scandire il ritmo dello spettacolo con le musiche e le canzoni dei 99 POSSE. “I 99POSSE – sottolinea il regista – hanno rappresentano la realtà musicale più immediata di un’evidente insofferenza sociale nei confronti delle Istituzioni. Napoletani anch’essi, come il grande Eduardo, sono espressione vera, musicalmente fantastici, di un disagio urbano ormai diffuso. I nuovi cantori popolari, nel senso alto del termine, con le loro canzoni aprono le nostre menti e spaccano i nostri cuori. Così come questo testo di Eduardo volutamente tenuto in ombra da chi, da sempre, detiene il potere culturale ufficiale in Italia. ” Uno spettacolo che non lascerà nessuno come era prima.

L’Allestimento prevede un doppio piano visivo. Un ufficio mal curato di una Prefettura di Provincia al centro del palcoscenico, contornato su tre lati da una passerella rialzata che funge da camerini a vista della compagnia dei comici che guidati da Oreste Campese (Paolo Perelli). Questa sorta di accerchiamento non lascia via di uscita al Potere, che colpo dopo colpo, attore dopo attore, cadrà inesorabilmente a terra….

Le Luci, veri partner emotivi di tutta la vicenda, scandiscono con i loro toni caldi/freddi l’incalzare drammaticamente comico della pièce.

Giovani e meno Giovani Interpreti, sviluppano figure moderne, ciniche, rabbiose, comiche o ironiche. Il ritmo è quello della vita di tutti i giorni, di quella vita sofferta ma libera che da sempre accompagna la vita degli attori.

Regia   Paolo Perelli

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MARIO LA DONNA DEI MARI NERI

di Pasquale Ferro

Prima Nazionale

Dal titolo si evince una storia complicata, strana, surreale come i tre personaggi: Assia, Demetria e Il Cameriere.

Un rapporto malato, la cui trama resta nebulosa fino allo scioglimento finale della vicenda.

Tutto si intreccia, follia, cattiveria, solitudine dove finte Baby Jane, finte Blanche Dubois di un Tram che si chiama desiderio, interagiscono senza rispettare né  curarsi dello spettatore, ma immaginando un amore malato…immaginando?

Scene crude a volte violente condite di una comicità sacrilega, con battute forti, dirette e arrabbiate, come le loro anime.

PASQUALE FERRO

Regia              Vincenzo Borrelli

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FERDINANDO

di Annibale Ruccello

con Maria Paola Marino, Marina Billwiller

Donna Clotilde, baronessa borbonica, si è rifugiata in una villa della zona vesuviana, scegliendo l’isolamento come segno di disprezzo per la nuova cultura piccolo borghese che si va affermando dopo l’unificazione d’Italia. Il Regno delle Due Sicilie è appena caduto. È con lei una cugina povera, donna Gesualda, che svolge l’ambiguo ruolo di infermiera/carceriera. I giorni trascorrono uguali, tra pasticche, acque termali, farmaci vari e colloqui con il parroco del paese, Don Catellino, un prete coinvolto in intrallazzi politici. Nulla sembra poter cambiare il corso degli eventi, finché non arriva Ferdinando, un giovane nipote di Donna Clotilde, dalla bellezza “morbosa e strisciante”. Sarà lui a gettare lo scompiglio nella casa, a mettere a nudo contraddizioni, a disseppellire scomode verità e a spingere un intreccio apparentemente immutabile verso un inarrestabile degrado. Dice l’autore:

“Ovviamente, non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico, accanto a questa lettura più palese e manifesta prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida”.

Regia                          Vincenzo Borrelli

Assistente alla regia Simone Somma

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CENTRO TEATRO SPAZIO

Via San Giorgio Vecchio n°23\31   80046 San Giorgio a Cremano, Italy

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