“Cyrano di Bergerac” di Edmond Rostand

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fotoCominciamo con l’osservazione di un fenomeno che ha condizionato negativamente l’esito della serata. Ieri sera al Teatro Carcano lo spettatore pur impegnandosi è riuscito a capire (a sentire) solo una parte di quel che gli attori recitavano in scena. E quando si tratta di quel meraviglioso testo del “Cyrano di Bergerac”, allora lo sconforto è profondo. Se tagli la parola, se monchi una frase, se neghi la poesia, che cosa rimane del Cyrano? Colpa dell’acustica del teatro diranno i registi. No colpa loro che conoscendo le caratteristiche del Carcano non hanno provveduto a sollecitare gli attori a tirar fuori la voce, lavorare sul diaframma oppure a microfonarli o (lo dico provocatoriamente) farli recitare tutti allineati sul proscenio. È stato invece incomprensibile che la regia, in quelle condizioni di acustica, li abbia spesso fatti recitare sul fondo del palcoscenico o addirittura dando le spalle alla platea. Le poche chiamate alla ribalta alla fine dello spettacolo hanno avuto anche carattere liberatorio. La fine di uno stress insostenibile. È andata bene che nessun spettatore dal fondo abbia ceduto alla tentazione di gridare “voce”. Evidentemente l’educazione degli spettatori ha superato l’inazione della regia. Gli attori poi ci hanno messo la loro articolando frasi spesso incomprensibili, tutti tranne il bravissimo Antonio Zavatteri nella parte di Cyrano (anche se nella scena finale la sua voce aveva la giusta cadenza, non la fasia del morituro).

La trama. Cyrano de Bergerac, cadetto di Guascogna, ammirato e temuto per la sua infallibile spada per il suo spirito e la grande capacità retorica, non è di bell’aspetto a causa di un naso di dimensioni fuori misura. È un ossimoro vivente, spadaccino e poeta, burbero e scontroso, in grado di sconfiggere da solo cento uomini e con solo cento parole conquistare il cuore di una donna, spaccone ed estroverso non hanno il coraggio di manifestare il suo segreto amore per la cugina Rossana che, non consapevole dei suoi sentimenti, gli confida il suo amore per il giovane cadetto Cristiano, “stupido come un imbuto”. Qui inizia una folle giostra delle parti, Su richiesta di Rossana Cyrano deciderà di mettere al servizio del bellissimo rivale la sua vis affabulandi, diventa il suo mentore e suggeritore di frasi che conquisteranno l’inconsapevole Rossana. Allora, tanto per non farci mancare nulla, il conte de Guiche (innamorato della donna), scoperta la tresca, manda al fronte tutti i cadetti incluso Cristiano. Nelle pause che la guerra concede Cyrano scrive appassionate lettere di amore a Rossana firmandole Cristiano. Poi nel corso della battaglia di Arras il giovane Cristiano muore. A questo punto la scena cambia, sono passati 14 anni e Rossana, ritiratasi in una comunità religiosa, riceve quotidianamente la visita del cugino Cyrano che la tiene informata sui fatti del giorno. Ma quel giorno Cyrano arriva con una grave ferita alla testa. Di qui l’incombere di un tragico epilogo, l’intrepido cugino fa capire all’amata le verità: lui l’ha sempre disperatamente amata, lui ha parlato e scritto per conto di Cristiano. Rossana, disperata, si rende conto di aver sempre amato solo Cyrano. “Dove non arriva l’amore, la morte lo prende. L’incanto viene spezzato solo dalla morte. Tanto l’amore si fa prezioso e irraggiungibile, quanto la morte sparviera e sempre puntuale”.

Cyrano è la massima espressione dell’eroe romantico ottocentesco, uomo senza macchia e senza paura che si batte contro i soprusi, la corruzione, l’egoismo, il conformismo, contro l’omologazione in una società senza valori. “Un uomo che ama una cosa sopra tutte le altre, la libertà”.

Il testo scade nel più scontato romanticismo, ma riesce a mantenere un eccezionale afflato poetico ricco di emozioni che toccano le corde del sentimento fino alla commozione.

È felicissima la scelta di Antonio Zavatteri che presta a Cyrano una splendida voce, un corpo atletico, una misurata gestualità e un viso mobilissimo. Doti che si armonizzano al virtuosismo del linguaggio e alle sue prodezze verbali. Silvia Biancalana dimostra un’ottima gestualità ed un viso espressivo, per la recitazione in senso stretto dobbiamo rimandare il giudizio quando potremo apprezzarne gli accenti, Alberto Giusta è un ottimo De Guiche che gioca sui toni arroganti, pavidi e infine su quelli nobili del riscatto, Cristiano è ben interpretato con misura da Vincenzo Giordano. Ingegnose e razionali le scene curate da Guido Fiorato, ottimo il servizio luci di Sandro Sussi funzionali le musiche di Andrea Nicolini. Lo spettacolo è ben diretto (salvo la grave mancata soluzione del grave problema acustico) da Carlo Sciaccaluga e Matteo Alfonso.

 

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