“La vita non è un film” di Doris Day

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Foto di Gruppo Bento
Foto di Gruppo Bento

La vita è aspra, difficile, amara. Non è quasi mai tinta di rosa e non è come i film edulcorati di Doris Day. Lo sanno bene tre anziane amiche che da dodici anni trascorrono insieme il Natale per esorcizzare la solitudine.

Una trascurata dal figlio, l’altra ossessionata dalla vecchia madre, la terza protervamente indipendente, non riescono a sottrarsi all’esigenza psicologica di trascorrere la festività in compagnia, imponendosi di coltivare l’affetto che le lega dal tempo della scuola elementare.

Dietro le moine e le smancerie reciproche di cui fanno sfoggio, si cela l’insofferenza di ciascuna verso le altre due, camuffata da una piaggeria carica di complimenti.

Angelina è leggera e superficiale, lenta nell’apprendere e si esprime per slogan, ancora soggetta alla dispotica madre che la tempesta di telefonate. Amalia, attrice in declino e un po’ sventata, è sull’orlo della crisi economica, si cala l’età e ricorre a mille stratagemmi per giustificare la cinquantennale amicizia. Augusta è rude, energica, intelligente, pedante, intransigente e saccente con le amiche alle quali non tralascia di rimproverare ogni piccolo errore lessicale, spavaldamente “sola e felice”, sostiene, ma di fatto in rotta con il mondo intero.

Dietro il paravento dei sorrisi forzati e della finta disponibilità a sopportare gli altrui difetti, si nasconde la voragine della solitudine, dell’abbandono, della pochezza della propria vita vuota di sentimenti, e le tre amiche si stringono metaforicamente in un abbraccio letale, ma anche liberatorio “perché la vita non è rosea come un film di Doris Day ma l’amicizia nulla teme”.

Il pranzo di Natale, preparato dalla padrona di casa, Amalia, non soddisfa le sue ospiti sempre pronte a esprimere critiche feroci, accusare, giudicare. Perfino lo scambio di regali è accompagnato da commenti velenosi. Tutto ciò che hanno taciuto per decenni fuoriesce con feroce sarcasmo, come da un vaso di Pandora incautamente lasciato aperto, e si abbatte come un maglio sull’autostima e sull’amicizia. Ma, come la piccola speranza rimasta sul fondo del vaso nel racconto mitologico, così nei cuori delle tre amiche, dopo aver sbrogliato tutti i nodi esistenziali, rimane la piccola luce della resipiscenza: la sferzante Augusta, nell’accomiatarsi, ringrazia Amalia dell’ospitalità e le dice, mentendo, che il figlio ha telefonato per farle gli auguri. Il sentimento dell’amicizia prevale sulle frustrazioni!

La messa in scena della commedia, amara e dissacrante, scritta e interpretata negli anni ’90 da Mino Bellei, è stata effettuata nell’ottica di valorizzare e promuovere la drammaturgia italiana, esaltando la sua capacità di rappresentare i problemi profondi dell’esistenza e ha toccato le corde di tre interpreti significative del teatro, Paola Gassman, Lydia Biondi e Mirella Mazzeranghi che interpretano rispettivamente i ruoli di Augusta, Amalia e Angiolina, dichiara il regista Claudio Bellanti.

La bianca scenografia di Genella Falleri (è bianco pure l’albero di Natale) sembra smorzare i cupi sentimenti di isolamento, anaffettività, invidia, falsità, insoddisfazione, infelicità che pervadono le protagoniste.

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