Tandy

0
214
Condividi TeatriOnline sui Social Network

fotoDal ciclo delle Ressurrezioni

ANGELICA LIDDELL / ASTRA BILIS TEATRO

 

“Yo quiero esser Tandy, Yo quiero esser Tandy, Yo quiero esser Tandyyyyyyyyyyy…” urla in una litania infinita la bambina-attrice sulla scena, sbattendo i piedi a terra.

Quale donna non vorrebbe essere Tandy?

Tandy è la favola di un vecchio adulto ubriacone e malato d’amore che racconta ad una bambina, in un luogo disabitato dalla civiltà, venuto in campagna per disintossicarsi dall’alcool e da una serie di maltrattamenti, cosa vuol dire essere Tandy. Il racconto si basa su una delle storie di “I racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson.

“Tu devi esser Tandy” gli dice l’ubriacone, inginocchiato a lei come un adorante, ai piedi di una madonna bellissima e candida. “Devi essere colei che non ha paura di amare, colei che si butta a capofitto in tutto e per tutto, colei che è luminosa, forte e bella!”

Da quel momento la bambina, come per vocazione divina, sceglie di divenire Tandy.

Ciò che vediamo per tutto il corso dello spettacolo sono una serie di immagini sognate e trasposte sulla scena: tutto è negazione di spazio-luogo tempo.

In scena ci sono solo due cherubini dorati ai lati del palco, al centro un grosso altare/impalcatura con su scritto a caratteri dorati There will be miracles – Ci saranno miracoli. Avanti sulla destra, al lato, un lupo imbalsamato e coperto da una serie di veli trasparenti, dall’altro lato del palco sotto al cherubino di destra una campana di veli, sempre trasparenti, accoglie come in una nicchia, questa bambina che sembra una dea.

Un uomo disteso a terra, poi in successione, una serie di altri uomini entrano con dei sacchi della spesa in mano e si fermano uno ad uno a guardare l’altare; entrano in silenzio come entrassero in chiesa, carichi di speranza e di attese, pesanti di sconfitte e disillusioni, guardano e pregano verso l’altare: “Ci saranno miracoli”.

I passanti quotidiani siamo noi, immobili, impauriti e giudicanti, lui sdraiato a faccia in giù è dio: solo, povero e misero,morto e risorto infinite volte. Ad un tratto, uno ad uno, i signori con le sporte si sbloccano dalle loro posizioni, s’inginocchiano a fianco all’uomo disteso a terra, tirando fuori delle bottiglie di vetro, di alcolici: una ad una, uno ad uno, fino a circondare completamente quel corpo immobile a terra. Infine la bambina candida e divina, arriva, ponendo delle rose nell’incavo delle bottiglie, evidentemente vuote, svuotate dal corpo, ora giacente. Un cimitero di solitudine, alcool e morte e al posto delle rose, solo vetro.

Poi tutto si riavvolge: i passanti tolgono le bottiglie, se le rimettono nelle loro sporte della spesa, rumori di cani che abbaiano in lontananza, rumori di bottiglie di vetro che si toccano vuote, l’una contro l’altra. Improvvisamente mi sento sola anch’io ed ho paura come quando ti ritrovi a camminare sola per le strade di una città ancora poco conosciuta ed attorno a te si sentono sporadici latrati di cani vagabondi, barboni mormoranti e ubriaconi sfatti e sudici: sono loro che vegliano e vivono la notte e noi che nel rumore inquietante della solitudine, scappiamo per rifugiarci in casa, il prima possibile o il lupo ci mangerà…

Lo spettacolo sembra non avere un filo narrativo, sono una serie di sogni raccontati, immagini che trasposte sulla scena mantengono quella sacralità ed evanescenza che solo gli spiriti possono avere.

Uno spettacolo che è un continuo dialogo tra Angelica e dio, Angelica che è Tandy adulta, che parla a dio come fosse il suo innamorato non corrisposto, parla con lui attraverso i gesti estremi della vita, cerca la commozione, il massimo apice del sentimento e del trasporto umano, come drogata dell’estasi, cerca incessantemente una soddisfazione del corpo e della mente che non arriva mai se non per qualche breve e intensissimo istante. Un amore sprezzante dello schifo che la vita ci propone ad ogni angolo, in ogni racconto di barbaria umana; lei lo cerca per oltrepassarlo, per trasportarsi in qualcos’altro che non ha ancora una forma. Parla a dio, quale dio? Un dio che ha volte c’è ed altre volte abbandona.

“L’altro giorno so che non mi hai pensato nemmeno un momento, lo so”.

L’amore di Angelica verso quest’amore non corrisposto è come svelato nel finale: ancora voci di cani che abbaiano anzi stavolta si sete solo un solo cane che cerca di entrare, strofina e piange la porta, instancabilmente, dall’altra parte nessun segnale, nessun movimento, amore, amore, amore e ancora amore, amore teso e non corrisposto, amore abbandonato e piangente, amore incredulo che soffre e non capisce. Infinito: non c’è rassegnazione a quest’amore, ci si consuma dentro, aspettando, s’impazzisce fino a morirne.

Poi alle spalle appare un’immagine, una fotografia di donne internate in un centro per malate mentali dell’ Ohio….“Non lo chiamano amore, non lo chiamano mai amore”, narra la voce registrata di Angelica.

In questa immagine finale entra un coro a coronare il lutto, un inno di gioia e di speranza, un augurio di partenza, la morte, finalmente, ci permette di sospirare.

Io mi sento come dentro ad una scatola vuota, con il rimbombo della mia stessa voce strozzata che mi piomba addosso; esco dal teatro stordita,confusa, non capisco: come se avessi preso un pugno allo stomaco, come bene sa elargire la regista-autrice-attrice Angelica Liddell ma questa volta il pugno è rimasto imploso e sospeso come se la mano chiusa fosse ancora nel mio esofago: sento ancora le nocche delle dita, ancora non fa male ma so che presto o tardi il dolore arriverà .

 

CREDITS:

Opera ispirata al romanzo Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson

Angèlica Liddel/ Astra Bilis Teatro

con Fabiàn Augusto, leonor Caso, lola Jimènez, Angèlica Liddell e Sindo Puche ensamble Ready Made Ensemble

con la partecipazione di Andrea Maddaloni, Daniele di Lazzaro, Emanuele Fazio, Fausto Cassi, Massimo Vitullo, Sergio Gallone set design, costumi e regia Angèlica Liddell

testi Sherwood Anderson, Angèlica Liddell

scenografia Trasto Decorados , luci Carlos Marquerie, suono Antonio Navarro

tecnico luci Octavio Gomez, direttore tecnico Marc Bartolò

direttore di palco Africa Rodriguez, produzione e logistica Mamen Adeva

direttore di produzione Gumersindo Puche, prodotto da Iaquinandi, S.L

co-prodotto da Berliner Festpiele/Foreign Affairs, Temporada Alta 2014/ EL CANAL centre d’art escèniques/Girona

con il supporto del Ministero de Educacion, Cultura y Deporte-INAEM

con la collaborazione di Teatros del Canal (Madrid)

LEAVE A REPLY