“Trappola mortale”. Tra giallo, rosa e noir

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fotoSulla rossa poltrona dell’ottocentesco teatro si è squassati da qualche sussulto assistendo alla rappresentazione di Trappola mortale, felice pièce teatrale di Ira Levin, autore del famoso thriller psicologico “Rosemary’s baby”.

Un classico del giallo teatrale che emana una prepotente tensione narrativa, un alto grado di suspense, un raffinato tessuto umoristico, suscitando emozioni e sensazioni che sono più peculiari al cinema che al palcoscenico.

Quando la vicenda sembra prendere una piega e avviarsi verso uno sviluppo prevedibile, tutto si ribalta e si mescolano i ruoli di vittima e carnefice, fino all’inaspettato epilogo, in un calibrato incastro di scatole cinesi: ogni trappola ne contiene un’altra, ogni essere umano nasconde un’altra faccia.

Sydney Bruhl è un commediografo di successo che ha esaurito la vena creativa ma non vuole rassegnarsi alla deriva dopo l’ultimo fiasco. La richiesta inaspettata del giovane allievo Clifford di esaminare un suo testo dalla trama avvincente, gli scatena la bramosia di appropriarsene per rivitalizzare la sua immagine e salvare la reputazione, anche a costo di eliminare fisicamente l’autore, con la complicità della moglie.

Gli ingredienti ci sono tutti: l’uomo avido di successo e privo di scrupoli, la moglie dimessa ma vogliosa di assecondare il marito nel mantenimento della posizione sociale, il giovane rampante apparentemente ingenuo e sprovveduto ma disposto a tutto, la vicina sensitiva disorientata dagli eventi che sembrano contraddire le sue predizioni.

Tutti hanno un ruolo fondamentale, tutti sono artefici di colpi di scena, in un contesto di alleanze variabili in cui la realtà è continua finzione. I tasselli si mescolano e la vicenda diventa intricata perché nulla è come appare. A picchi di brivido si intersecano momenti ironici e battute esilaranti tanto da aver suggerito la definizione di “due terzi thriller e un terzo commedia”.

A Broadway è stato replicato ininterrottamente per cinque anni dal debutto nel 1978, e ha avuto una felice trasposizione cinematografica diretta da Sydney Lumet con Michael Caine e Christopher Reeve.

Ennio Coltorti 25 anni fa mise in scena il testo con Paolo Ferrari protagonista, vincendo il Biglietto d’oro Agis per il maggior incasso della stagione. Oggi lo ripropone, sempre nella brillante traduzione di Luigi Lunari, adattato all’epoca contemporanea connotata dalla tecnologia di computer e cellulari che hanno soppiantato le vecchie macchine da scrivere del testo originario.

L’azione si svolge all’interno di una tipica casa coloniale in legno tappezzata di libri e locandine dei lavori di Sydney, con la scrivania come punto focale e la vetrata del patio e il camino alle estremità, elementi essenziali della vicenda, nell’accurata scenografia di Gianluca Amodio.

Corrado Tedeschi tratteggia con fascinosa eleganza e briosa autorevolezza la figura del commediografo, Ettore Bassi è ambiguo e travolgente nel ruolo del giovane Clifford, Miriam Mesturino è l’ossessiva moglie, Silvana De Santis la comica veggente Helga Ten Dorp dall’improbabile accendo tedesco, Giovanni Argante interpreta l’avvocato.

Concorrono al successo complessivo i costumi di Marina Luxardo e le musiche originali di Gary Yershon che sottolineano i momenti cruciali.

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