Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni – Trilogia dell’Invisibile

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Foto di Gabriele Zanon
Foto di Gabriele Zanon

un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

con Daria Deflorian, Antonio Tagliarini, Monica Piseddu e Valentino Villa

collaborazione al progetto Monica Piseddu e Valentino Villa

luci Gianni Staropoli

consulenza per le scene Marina Haas

una produzione 369gradi / Planet3 & dreamachine

coproduzione Romaeuropa Festival 2013 e Teatro di Roma

residenze artistiche Angelo Mai Altrove Occupato, Centrale Fies, Olinda, Percorsi Rialto

organizzazione Filipe Viegas e Francesca Corona per PAV|Diagonale Artistica

 

 

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini insieme a Monica Piseddu e Valentino Villa interpretano le quattro signore anziane, di nazionalità greca che decidono di togliersi la vita per permettere ad altri concittadini di usufruire della loro pensione.

Come mettere in scena l’ultima notte? È questo che si domandano per tutta la piece i quattro attori. All’inizio, Daria, forse un po’ ironicamente ci dice che non sono pronti, non abbastanza pronti per andare in scena, siamo legittimati ad andarcene perché non c’è e non ci sarà nessuna azione scenica rappresentata.

Da qui in poi si snoderà passo dopo passo il racconto delle prove e delle scoperte che gli attori hanno svolto per tirare fuori del materiale scenico, tratto dal racconto dello scrittore Petro Markaris, “L’Esattore”.

Tutto ciò che verrà dopo sarà un quadro astratto e nero, la scena illuminata da una sola luce al neon, un mix tra un quadro di Edward Hopper e l’arte minimalista giapponese: incredibile estetica e simmetria, racconto intimista e trasversale.

Ad uno ad uno gli attori compongono nella scena dei pezzetti di racconto e parlano a noi attraverso delle diagonali che tagliano lo spazio tra la luce e l’ombra disegnata dalle tende scure ai lati della scena. Loro sono come dei piloni tra un tavolo rettangolare e tre sedie con sopra quattro bicchieri riempiti dalla bottiglia di wodka, le quattro carte d’identità delle signore rappresentate. L’unico grande protagonista tra questi pochi oggetti e le voci degli attori è il vuoto: un buco nero senza fine, il nero che alla fine inghiottirà ogni tentativo d’immaginazione.

La musica entra negli spazi più neri come l’ultimo desiderio prima di morire, prima di morire sorgono le ultime domande, adesso o mai più: “Tu che rimpianto hai?”. L’ultimo contatto, l’ultima carezza, l’ultima stretta tra due mani, l’ultimo ballo: “ti prego insegnami il Sirtaki, non l’ho mai ballato in tutta la mia vita, mi sono sempre sentita così imbarazzata ma adesso, ti prego, l’ultima danza, danziamo il Sirtaki.”

Tutta la messa in scena è avvolta dall’angoscia, per tutto il tempo gli attori sembrano controllare come dei monoliti i loro corpi, sono fissi, sono dritti, sono geometrici, sono rotti. Come il nostro fiato: un respiro rotto dalla frustrazione nel non sentirci nel posto giusto, nella paura di muoverci, di tossire o di sbadigliare, nell’angoscia di incontrare la vita.

I quattro in scena distruggono la semantica dell’opera teatrale: decostruiscono l’ultima scena, abbozzandola con le loro ricerche castrate.

Sembrano dirci: “Cosa possiamo mostrarvi noi, di fronte ad un azione tanto forte come questa?”

Alla fine, scompaiono semplicemente, si vestono completamente di nero, vestono addirittura le sedie, i bicchieri, la bottiglia, ogni cosa, ogni centimetro del loro corpo è rivestito di nero. Ci guardano attraverso i loro passamontagna neri, quattro parrucche in testa da donna, ci fissano, restano chi in piedi, chi seduto, tutti e quattro attorno al tavolo, la luce si abbassa, loro scompaiono ed io mi pietrifico dietro alla mia solita maschera dal sorriso tirato, mi viene voglia di scappare.

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