“Fuori misura” di Valeria Cavalli

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Foto di Roberto Rognoni
Foto di Roberto Rognoni

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue!

Con questi versi di Giacomo Leopardi che sembrano scritti oggi Maddalena Crippa inizia il suo recital “Italia, mia Italia” e il film di Martone “Il giovane favoloso” con Elio Germano fa il tutto esaurito. È dunque l’anno di Leopardi e Valeria Cavalli ci parla del Leopardi come non ce l’ha mai raccontato nessuno. Vediamo come.

Immaginiamo un giovane professore catapultato come supplente in una scuola media con un compito ben preciso: spiegare ad una classe di preadolescenti la poesia leopardiana.

Il prof neofita oscilla tra esaltazione e disperazione, si consulta col suo alter ego, un saggio portinaio algerino, si vede finalmente proiettato nella vita che ha sempre voluto ma annaspa nella sensazione di inadeguatezza che un tale mandato comporta. Ce la farà? Andrea Robbiano rende credibile il giovane professor Roversi, conferendogli uno spessore umano e allo stesso tempo facendone un simbolo: dell’entusiasmo, dell’impegno, dell’autoironia, della paura di non farcela. Dell’essere (talvolta o sempre) fuori misura. Come lo era Leopardi.

E la lezione a noi spettatori, diventati senza che ce ne accorgessimo in tempo la sua classe, intreccia biografia, autobiografia e poesia. Le parole escono così dalla pagina per portarci nei vicoli di Recanati, nella casa austera col severo padre Monaldo e l’anaffettiva madre Adelaide, coi fratelli, i libri e poi la malattia. E le righe dello Zibaldone sono improvvisamente quelle del diario di un ragazzo qualsiasi che vuole quello che tutti i ragazzi vogliono: amare ed essere amato, andarsene dalla casa paterna, vedere il mondo, farsi degli amici. Però questo ragazzo è riuscito a dirlo con parole che dopo due secoli ancora ci muovono qualcosa dentro. Basta guardare i ragazzi in sala (e sono tanti). Hanno riso all’esilarante e scatenata top-five dei nostri maggiori poeti, hanno sorriso dell’imbranataggine del giovane supplente, hanno temuto di essere interrogati quando è sceso tra il pubblico a far domande, ma sono rimasti sospesi, in un silenzio carico di significati, quando a parlare erano i versi di Leopardi. Perché tutti i giovani si sentono un po’ fuori misura. Improvvisamente il poeta più “parafrasizzato” d’Italia diventa uno di loro che “pensoso, in disparte il tutto mira”, che si sente “strano al suo loco natio”. Superato l’ostacolo di una lingua diversa da quella degli sms, eccolo lì, l’autoritratto psicologico della giovinezza, tra speranze e delusioni, “diletti, amor, opre ed eventi”. La scrittura di una grande Valeria Cavalli trova un equilibrio tra rigore filologico e intrattenimento, riesce a virare sempre in tempo tra i vari registri, così da evitare sia l’eccesso emotivo che la banalizzazione. Apprezzata la regia di Valeria Cavalli e Claudio Intropido. E Andrea Robbiano, a sentire il plebiscito in sala, è il prof che ogni classe vorrebbe avere.

Maurizio Carra e Renata Tinini

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