Intervista a Fabrizio Monteverde su “Il lago dei cigni, ovvero Il canto”, con il Balletto di Roma

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fotoUN CANTO CIGNESCO

Debutta il 15 novembre in prima assoluta al Teatro Comunale di Ferrara “Il lago dei cigni, ovvero Il canto”, il nuovo lavoro di Fabrizio Monteverde per il Balletto di Roma. Un coreografo avvezzo a rivisitare con genialità balletti culto e a farli rivivere con un modus operandi in cui danza e letteratura, letteratura e danza interagiscono dimostrando la capacità che l’arte ha di mettersi in gioco ed essere una inesauribile fonte di ispirazione.

E anche questa volta Fabrizio non smentisce la sua cifra autoriale partendo dal celeberrimo Lago dei cigni di Cajkovskij per approdare all’atto unico Il canto del cigno di Cecov e viceversa in un balletto a serata pensato per i giovani e grintosi danzatori del BdR. La compagnia romana con cui Fabrizio rinnova il fecondo sodalizio dopo i successi di Bolero/Serata d’Autore, Cenerentola, Giulietta e Romeo, Otello, e aggiunge al suo accreditato carnet di dancemaker una pièce profondamente russa nel duplice punto di partenza ma decisamente universale nello sviscerare l’ambiguo eppure coinvolgente rapporto tra arte e vita.

“Questo mio Lago – spiega Monteverde – è senza dubbio ispirato al Lago dei cigni di Cajkovskij ma mentre mi apprestavo ad affrontare questo capolavoro, ho cercato per l’ennesima rivisitazione una chiave di lettura diversa e non scontata. Il canto del cigno di Cecov, che fra l’altro ha un titolo molto assonante, mi ha dato l’ispirazione”.

Nel racconto di Cecov si narra di un anziano attore che una sera, dopo lo spettacolo, rimane inspiegabilmente imprigionato nel teatro e l’unica possibilità che ha di non sentirsi solo è raccontare al suggeritore, che vive lì, tutte le parti che ha recitato nella vita.

“Mi è sembrato interessante – prosegue i coreografo – proiettare nel mondo della danza e del balletto questa confusione che a un certo momento si crea tra artista e personaggio. Un parallelo visibile tuttora in casi eclatanti di vecchie ballerine che non sai più se sono Giselle oppure loro stesse e vivono nel passato”.

Monteverde, tenendo presente Cecov, immagina una vecchia compagnia che ha danzato tutta la vita Il lago dei cigni e rimane chiusa o si è rinchiusa in un teatro. L’unico modo che questi danzatori hanno di relazionandosi tra di loro è di ripercorrere i ruoli che hanno interpretato in un continuo sovrapporsi pirandelliano tra “forma” ovvero il personaggio e “vita”, ovvero l’inarrestabile flusso vitale.

I ballerini indossano maschere in lattice per sembrare dei settantenni e degli ottantenni ma se i loro volti mostrano i segni dell’età, l’energia è quella di giovani corpi plasmati dal linguaggio contemporaneo. Una sorta di tragico paradosso in cui l’arte stessa, in questo caso la danza, è come se ridesse vigore a questi attempati individui proprio grazie a quelle “forme” teatrali, o parti, che hanno indossato per tutta la vita, in primis quelle di Odette/Odile e di Siegfried.

“L’impatto è forte e inaspettato – continua Fabrizio – perché all’inizio i ballerini sono di spalle poi man mano che si girano si ha la sensazione di essere non in un teatro ma in una specie di manicomio-ospizio e tutto si trasforma in qualcosa di grottesco e crudele”.

Un impegno notevole per i quattordici elementi del BdR chiamati ad interpretare individui agés così distanti da loro. “Non è stato semplice – spiega – far capire che per questo lavoro dovevano rinunciare alla bellezza che per un ballerino, Narciso per antonomasia, è essenziale. Ma alla fine hanno compreso il senso e sono entrati nella parte diventando molto bravi ed emozionanti a vedersi”.

Uomo di danza e di teatro, Monteverde cura di questo nuovo ‘canto cignesco’ la coreografia e la regia avvalendosi di una riduzione delle musiche immortali di Cajkovskij, dei costumi di Santi Rinciari, dei video di Matteo Carratoni e Michele Innocente e della Crea FX effetti speciali.

Dopo il debutto ferrarese il BdR porterà “Il lago dei cigni, ovvero Il canto” nei più importanti teatri italiani mentre altri impegni aspettano Fabrizio. “A gennaio riprendo Otello, creato nel 2009 per il BdR, e lo rimonto per il Teatro San Carlo di Napoli. Andrà in scena a febbraio. Poi dovrei rifare, ma non è ancora sicuro, il Bolero per l’Accademia di Roma. Quando poi non sono in teatro per delle creazioni, tengo laboratori in giro per l’Italia, ospite di scuole e compagnie”.

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