“Kings – Il gioco del potere” di Michelangelo Zeno

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fotoTre re, una Storia nei volumi della quale ognuno ambisce d’accedere, prestando più o meno importanza all’effettivo consenso popolare.

Tre caratteri differenti, ogni re presenta, in diverse modalità, una morale piena di buchi, non ragionata sul senso di giustizia ma modellata su di sè e sui propri timori personali, per difenderli dalla vista altrui, una morale volta al mantenimento dell’autorità.

Riccardo III (personaggio scisso rispetto a quello shakespeariano: qui la sua deformità è attribuita al fidato Bagot), rappresenta il fascino del maligno, una cattiveria esplicita che si nutre di menzogna e di inganno; Enrico IV, pacato e terribile, capace di una freddezza calcolatoria che gli permette di rendersi virtuoso attraverso la sminuzione degli altri; e, infine, c’è Enrico V, figlio di Enrico IV, scapestrato e fannullone, senza alcuna morale, che inizialmente non sembra interessarsi affatto al potere, ma che, non appena ne conosce i privilegi, arriva a rinnegare il suo unico vero amico.

Falstaff, appunto, personaggio buffo e ridanciano, che mette in contatto il palcoscenico con il pubblico. Figura di cui è facile prendersi gioco ma che, nonostante il suo voto ad un’esistenza di bevute, ladrate, donne e notti in osteria, rappresenta, nella sua grezza bassezza, l’ultimo stendardo di sentimenti puri e semplici; seppur poco serio, è l’unico davvero vivo.

“Kings – Il gioco del potere” mostra il modo in cui il potere, appunto, obnubila le menti di chi lo detiene, ne offusca la morale e corrompe il cuore, fa delle mani che lo stringono le mani di un burattinaio, cui l’egocentrico senso di onnipotenza fa apparire ogni cosa come un giocattolo.

Così guerre e rivolte divengono un’infinita partita di scacchi, e poco importa del piccolo popolo di pedoni, si vince finchè il re non cade…quantomeno nella storia ufficiale.

L’impostazione scenica – costituita di travi metalliche che ben rende il senso di oppressione e mancata indipendenza latente in tutta l’opera – è curata dal regista Alberto Oliva, con l’aiuto di Gianfilippo Falsina e l’assistenza di Marta Pasetti e Francesca Muscatello, accompagnata dal disegno luci di Alessandro Tinelli e dai costumi di “Sartoria Streghe e Fate“.

La drammaturgia di Michelangelo Zena e le scene di Valerio Assumma dirigono efficacemente il lavoro dell’eccellente cast, formato da Giuseppe Scordio, Piero Lenardon, Angelo Donato Colombo, Enrico Ballardini, Federica D’Angelo, Martino Palmisano e Paolo Grassi.

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