“L’avaro” di Molière

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fotoLello Arena è un gustoso Arpagone napoletano, con una parlata inconfondibile, quasi nostalgica di una dialettica da Commedia dell’Arte, che Molière conosceva bene e da cui spesso la sua penna traeva ispirazione. La caratterizzazione del personaggio, i costumi burleschi di Maria Freitas e il taglio squisitamente tragicomico della regia di Claudio Di Palma alleggeriscono il testo, che Molière riprende, in certi punti trascrive, da Plauto. È un Arpagone sensibilizzato, umanizzato, che perde di carica autoritaria e perentoria per acquistare in comicità ed empatia col pubblico. L’avarizia estremizzata, ai limiti della malattia, del commediografo francese diventa caricatura di un difetto, parodia di un vizio capitale congenito, che resta immutato nei secoli e costituisce un tema attuale nel Seicento come oggi.

I personaggi (sul palco, insieme a Lello Arena, Fabrizio Vona, Francesco Di Trio, Valeria Contadino, Giovanna Mangiù, Gisella Szaniszlò, Fabrizio Bordignon, Enzo Mirone) si muovono sulla scena come figure circensi dentro un museo, profanando con la loro allegra presenza l’immacolato contorno creato da Luigi Ferrigno come un’esposizione di sedie di tutte le epoche e le fatture, rinchiuse in teche di vetro dalla mania di Arpagone. Il significato di tutta la commedia, la critica, non troppo velata, di Molière sembra prorompere dallo stesso protagonista, quando, seduto su una vecchia carrozzina e circondato dai troni più sfarzosi, invita i figli a sedersi. Questi, voltando intorno lo sguardo, sono infine costretti e restare in piedi. La battuta appare banale, ma tutto nelle grandi commedie trova, a ben pensarci, una sua precisa funzione. L’ironico invito del padre, profondamente ingenuo nella sua malattia, racchiude l’emblematica spiegazione di una perversione che priva l’uomo e i malcapitati intorno a lui di ogni vivo piacere e di ogni piccola serenità domestica. Il comune denominatore di ogni versione teatrale de L’avaro, come di ogni scritto che svisceri il tema vizio, è la cecità di tutti gli Arpagone di fronte a quello che non costituisce appagamento della propria morbosità. E così vedremo l’avaro buttare baci ai suoi preziosi tesori e morire abbracciato alla sua cassetta, e invece rincorrere col bastone un servitore, sbraitare coi propri figli e ignorare del tutto i loro sentimenti manifesti, le loro richieste di comprensione. D’altra parte Molière chiede aiuto a Plauto già quando battezza il suo protagonista col nome di Arpagone, che viene dal greco “arpax”, rapace . Il termine non poteva essere più pregnante nel rendere l’insaziabilità di una passione per il denaro che assorbe tutte le energie amorose destinate agli affetti familiari ed erotici.

Questo Arpagone parodizzato resta però personaggio concreto, pur nella sua realtà fittizia, e si fa amare per la sincerità del suo furore, compatire per la solitudine impostagli dal suo vizio. Il pubblico assiste alla realizzazione dei suoi incubi, alla demolizione dei suoi piani, infine all’autodistruzione della sua fragile personalità. L’interpretazione di Lello Arena ha, insomma, la sua credibilità teatrale, minata solo in parte dalla facilità prevedibile di alcune battute e dalla sovrapposizione con figure dal tono più serio, ponderato.

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