Marinai

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fotoPartendo da un racconto dell’autore portoghese Fernando Pessoa, il regista e interprete principale Matìas Enoch Endrek ci trascina in una dimensione onirica nella quale realtà e finzione si fondono e confondono fino a che il sottile discrimine tra di loro svanisce. Una lettura inedita del testo originario ma che ne conserva tutto il potere simbolico ed evocativo.

Nel racconto che ispira l’adattamento (ad opera dello stesso Endrek), troviamo tre donne che vegliano la morte di una quarta, aspettando l’alba, nel timore di diffondersi con le prime luci. Per fugare questo timore ricorrono all’espediente che da sempre è usato dall’umanità per dare un senso a sé e al mondo: la narrazione. Le tre donne raccontano storie e legittimano la propria esistenza attraverso di esse. La storia di un marinaio naufrago su un’isola deserta è uno di questi racconti ed è quello che ispira Endrek che, però, elimina la contestualizzazione delle tre donne per proiettarci direttamente nel mondo del marinaio. Il marinaio, a sua volta, ha bisogno di ricorrere alla narrazione, questa volta individuale e non collettiva come nel caso delle tre amiche, per dare un ordine e un senso non tanto al mondo nuovo che si trova davanti sull’isola ma al suo vecchio mondo, quella patria abbandonata la cui lontananza lo tormenta nei ricordi. Decide quindi di creare nuovi ricordi di una patria mai esistita e tralascia la realtà dell’isola per perdersi nella creazione utopistica di una terra, un passato e, di fatto, una vita, irreali, esistenti solo nella sua volontà di immaginazione. Inizia allora a giocare, a saltare sulla sottile linea di separazione tra realtà sensibile e sogno, creazione della mente umana, dapprima goffamente e poi in modo sempre più disinvolto, come Endrek che sul palco sale, scende, scavalca, smonta, rimonta una scala, uno dei pochissimi oggetti presenti sulla scena. La scena stessa è quasi vuota, la scenografia è labile e mutevole, proprio come il paesaggio impalpabile sfondo di un sogno. Veli e luci creano trasparenze e schermi, ora uniscono e ora dividono il marinaio e il pubblico.

Tuttavia il marinaio non è completamente solo: una figura femminile, con le movenze eteree della ballerina Lucia Guarino, si muove intorno a lui, a tratti ne rispecchia i gesti fino a fondersi completamente con esso. Unico elemento della cornice narrativa di Pessoa rimasto, il suo ruolo viene rovesciato nell’adattamento di Endrek. Non è più chiaramente la narratrice esterna e la creatrice del mondo del marinaio ma diventa parte integrante di quello stesso mondo e il rapporto di creatrice-creatura tra lei e il marinaio è ambiguo, forse invertito, forse parificato.

Seguiamo quindi il marinaio e lo spettro di questa donna raccontarci un mondo onirico, li vediamo concretamente creare questo mondo con le parole, i movimenti, i suoni, gli oggetti scenici che essi stessi spostano a loro bisogno e piacimento, trasformandoli in qualcosa di nuovo e inedito, proprio come i ricordi del marinaio.

Assistiamo con loro all’evento che rompe anche questo nuovo ordine, faticosamente costruito: l’arrivo di un messaggio in una bottiglia, segnale della realtà lontana, ormai non più solo fisicamente. Il marinaio è allora davanti ad una scelta e l’interpretazione di Endrek esplode in un flusso di emozioni, ricordi, pensieri e considerazioni che ci investono con la loro potenza. Tumultuosi, confusi, calmi, lucidi, enigmatici, evocativi, ma sempre e comunque inscindibili l’uno dall’altro, come le onde del mare che circondano il marinaio e con la loro presenza, visiva e uditiva, è l’unica costante del dramma. Una costante che è per sua natura mutevole perché, come afferma il marinaio, tutto cambia incessantemente e l’unico modo per sopravvivere al cambiamento e cambiare con esso, non è pensarlo ma sognarlo.

 

adattamento e regia di Matìas Enoch Endrek

con Lucia Guarino e Matìas Enoch Endrek

disegno luci Lorenzo Girolami

produzione TEATRO DELLA CRUNA

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