Morsi a vuoto

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Foto di Luca Lombardi
Foto di Luca Lombardi

di Luciana Maniaci e Francesco d’Amore
regia Filippo Renda

con Luciana Maniaci e Francesco d’Amore
scene e costumi Eleonora Rossi

produzione Festival delle Colline Torinesi
coproduzione con Festival Castel dei Mondi di Andria
col sostegno di Interno5 e Ludwig

 

Una scenografia minimalista: sul palcoscenico scarno c’è una sorta di “microspazio” in cui ci stanno due strane sedie, quasi piccoli troni colorati, una donna e un uomo. Goffi nel vestire, alquanto demodé, la loro è una gestualità velatamente marionettistica, e la parola sulle loro labbra scorre veloce in un italiano permeato dalla forte cadenza siciliana, volutamente marcata, quasi come quella che si sente nei vari talk show televisivi. Una sorta di pannello vela i due protagonisti, uno schermo dietro al quale attraverso una seduta di psicoterapia avviene un surreale e funambolico dialogo dal ritmo avvolgente e serrato.

Lei, Simona, parla di un lui (Manfredi), duplice identità dello psicologo che ne fa la mimesi, scene nella scena con le quali prendono vita le narrazioni pseudo-amorose di lei, strambi incontri sentimentali raccontati con esilaranti citazioni dalla letteratura al gergo “social” dei nostri giorni.

Verbalizzare è la parola chiave della pièce: una verbalizzazione distorta dalla natura dei personaggi quasi surreale (e non a caso l’apertura è contrassegnata dalla celeberrima musica di Nino Rota, quindi citazione felliniana) in un processo di alternanza e sovrapposizione di voci che danno vita a confronti buffi ed aggressivi, accentuati da una gestualità esuberante.

Il testo è arguto e sottile, le incursioni “alte” come Montale, il Vangelo di Matteo si alternano allo sciorinare di espressioni inflazionate e consumistiche come “blog”, “Zara”, “H&M”, parole (o morsi) a vuoto perché di fatto buttate lì, a definire qualcosa che in effetti verrà chiarito solo alla fine grazie a voci fuori campo. Nel corpo dello spettacolo, invece, i complessi psichici di entrambi sono raccontati tramite un cinismo gustoso e mai banale che fa della pièce una preziosa pagina della drammaturgia giovane italiana.

Simona, Manfredi e il suo alter ego incarnano stereotipate ossessioni odierne in cui il rapporto amoroso è sostituito solo dalla mera soddisfazione materiale.

Si tratta di una forma intelligentemente parodiata di una storia come tante altre: lei, complessata, decide di mettersi con un uomo ricco, attratta solo dall’ampiezza della sua casa e dalle sue gemme. Votata al sarcasmo, è la tipica ragazza, presunta brutta, che non è mai stata un asso nelle relazioni con gli uomini. Posta persino dinanzi ai fatti reali avvenuta resi palesi per opera di un quarto personaggio (terzo ruolo di Francesco D’Amore), un extracomunitario che scoperto il tradimento della propria moglie con il fantomatico Manfredi, vuole sgozzarli e rubare i tanto agognati smeraldi, concluderà il tutto con una fantasiosa e quasi delirante argomentazione.

Il testo di Luciana Maniaci e Francesco D’Amore con la loro relativa interpretazione è tutt’uno con quest’ultima. Una drammaturgia ben tornita che fa del disincanto di questa nostra generazione, del cinismo mediatico in cui la chirurgia estetica diviene la chiave di accesso per una presunta conquista di ruolo di donna ricca, materialmente soddisfatta da un uomo tutto sommato mediocre, mai un anatema, o un motivo di pesantezza. Al contrario ne prende gli aspetti più paradossali e li propone in una chiave irriverente e teatralmente vincente anche per la bravura di entrambi nel sostenere la vivacità e il funambolismo dei loro dialoghi. Un modo originale per dar voce a dei fantasmi insiti dentro di noi, a complessi che i genitori ci danno in eredità, in senso estraniante poiché tutto è canalizzato nella voce e nei gesti. A riempire gli spazi vuoti del grande palcoscenico che collimano con questi morsi che sono sostanzialmente le nostre insoddisfazioni e nodi irrisolti, ci sono il riso, la verbalizzazione e il linguaggio del corpo che estraggono spietatamente gli ostacoli che ci separano dall’altro.

Così si suggellano due dialoghi, perfettamente simmetrici anche per la vincente triplicità del ruolo, adorabilmente eseguita da Francesco D’amore e quindi permeati di un surrealismo e di gustosa leggerezza che scandaglia la venatura psicologica della vicenda. Sono tutti ingredienti per una drammaturgia coesa in tutti i suoi punti, a tratti persino ingegnosa nei suoi meccanismi espressivi e strutturali che fanno della pièce uno spettacolo prezioso.

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