“Skianto” di e con Filippo Timi

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Foto di Sebastiano Mauri
Foto di Sebastiano Mauri

Ormai Filippo Timi è sulla cresta dell’onda, qualunque cosa faccia, scriva o interpreti, scatena ovazioni da stadio particolarmente calorose da parte del pubblico femminile che, evidentemente, è più sollecitata dalle espressioni e ammiccamenti sessuali. Però dobbiamo riconoscere che lo strabordante, eccessivo, istrionico, sfrontato Filippo è un grande immaginifico attore, anzi artista. Anche in Skianto di cui è anche autore, per raccontare le confessioni di un bambino disabile, contamina i generi mettendo nel frullatore commedia dell’arte, immaginario multimediale, video da youtube, una piccola dose di demenzialità, musica, canto e quel che vien fuori è un gustosissimo melting pot.

Già in conferenza stampa Andrée Ruth Shammah nel presentare l’opera di Timi sulla disabilità dice Skianto mi spinge ad ascoltare anche quello che non viene detto. Viviamo di comunicazione verbale, se non sentiamo le parole è come se non ci venisse detto niente”. Quante volte ci siamo chiesti di fronte ad una grave forma di disabilità come vengano affrontati dal soggetto i problemi esistenziali? Cosa percepiscono i celebrolesi, quali sensi hanno sviluppati, sono soggetti ad emozioni, sentono il bisogno di comunicare, di parlare, di esprimersi con una carezza, un sorriso, sanno amare, odiare, invidiare, sono soggetti alle pulsioni sessuali e se ne rendono conto, hanno il senso della morte? A modo suo Filippo Timi dà voce a questi silenzi e lo fa a modo suo e ce lo racconta utilizzando la lingua, il dialetto umbro quello dei genitori, della sua gente. Prende a pretesto l’esperienza di una cugina nata con la scatola cranica sigillata per assumerne in scena il disagio psichico, l’universo interiore di un ragazzo autistico per dimostrare che cosa si nasconda dietro quel silenzio. i desideri e le aspirazioni normali e i sogni più stravaganti. Vorrebbe ballare come Heather Parisi cantare come Rascel, pattinare come la Kostner, vorrebbe una vita che non sia una prigione, vorrebbe essere Pinocchio che chiede alla Fata Turchina di trasformarlo in un bambino normale, anche «mezzo cieco e mezzo frocio» o di farlo morire, perché «mi sveglierò morto ma felice». Vorrebbe ritrovarsi col nonno, il suo eroe, che gli racconta le sue avventure con le mignotte del paese, oppure avere delle mani vere per poter accarezzare la madre.

In questo excursus amaro, frivolo. Ironico con squarci di comicità non c’è posto per la trascendenza, ma un semplice invito capire, entrare nella psicologia del disabile

Timi svolge il suo monologo interiore in una sorta di palestra in cui si esibisce travestendosi con i bellissimi costumi di Fabio Zambernardi e giocando con pupazzi e oggetti di ogni tipo.

Last but not least il contributo di un bravissimo virtuoso Andrea De Donna che, fra un siparietto e l’altro, ha entusiasmato il pubblico cantando (accompagnandosi con la chitarra) due cover e due brani composti da lui.

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