La traviata

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Foto di Michele Crosera
Foto di Michele Crosera

Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio.

Versione 1854

Personaggi e interpreti:

Violetta: Francesca Dotto
Alfredo: Leonardo Cortellazzi
Germont: Marco Caria
Flora: Elisabetta Martorana
Annina: Sabrina Vianello
Gastone: Massimiliano Chiarolla
Barone Douphol: Armando Gabba
Marchese d’Obigny: Matteo Ferrara
Dottor Grenvil: Francesco Milanese

Direttore: Diego Matheuz
Regia: Robert Carsen
Scene e costumi: Patrick Kinmonth
 
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

Il secondo titolo che ha inaugurato la stagione lirica 2014/2015 del Teatro La Fenice di Venezia è stata l’ormai consueta Traviata carseniana, nella versione del 1854.

Quali sono i punti di forza dell’allestimento di Robert Carsen? Quali le soluzioni registiche che rendono godibile una vicenda oggi inflazionata? La protagonista, durante il preludio al primo atto, distesa su un lettone in posa da sfinge tebana, osserva la platea con occhi di ghiaccio. Questa orizzontalità, propria del mestiere della cortigiana, pervade le monumentali scene di Patrick Kinmonth, tutte impostate su diverse tonalità di verde, ed è evidenziata anche dalla scelta di disporre le masse corali sempre a ridosso della ribalta del palcoscenico. Lo straziante incontro tra Violetta e Germont avviene in un bosco dove le banconote volteggiano nell’aria come farfalle, copiose durante il lancinante Amami, Alfredo. Ci sono, poi, piccoli particolari di regia che rendono questa produzione interessante, in quanto grazie ad essi Carsen descrive in maniera propria l’umanità ipocrita di cui si circonda la mondana, quali il dottor Grenvil che riscuote l’onorario dell’ultima visita o Annina che, a mo’ di faina, scappa con la pelliccia della defunta padrona, spirata in una stanza disadorna davanti a un televisore rotto.

Francesca Dotto è una Violetta non ancora matura, dotata di una voce anodina che però trova colore ed espressione in un sofferto e ben eseguito Addio del passato. L’anno scorso la si era apprezzata in una degna Lucrezia Borgia al Teatro G. Verdi di Padova, dove si era distinta per una gradevolezza e pulizia vocale superiori a quanto sentito in Fenice.

Leonardo Cortellazzi è un Nemorino travestito da Alfredo, a causa della vocalità troppo leggera, più adatta al repertorio rossiniano che verdiano.

Un Germont maturo e nella parte è quello di Marco Caria, sebbene il registro baritonale tenda a sconfinare in quello tenorile, inficiando così alcuni colori propri del personaggio.

Bene Elisabetta Martorana (Flora), Sabrina Vianello (Annina), Massimiliano Chiarolla (Gastone), Armando Gabba (Barone Douphol), Matteo Ferrara (Marchese d’Obigny) e Francesco Milanese (Dottor Grenvil).

Guidare l’Orchestra dopo il Simon Boccanegra di Chung è impresa ardua da bissare e Diego Matheuz non è di certo all’altezza. La sua direzione verte solo sul piano e il forte, senza ulteriori idee dinamiche che riescano a tirar fuori dalla compagine la poesia della scrittura verdiana. Gli archi perdono quella cristallina politezza di suono che avevano trovato con Chung; ove previste, le percussioni sferragliano eccessivamente; i tempi troppo comodi rendono Di Provenza il mar, il suol e l’Addio del passato soporiferi.

Pregevole la prestazione del Coro, diretto dal maestro Claudio Marino Moretti.

Applausi e ovazioni per tutti.

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