“La vita che ti diedi”, dramma dell’amore materno

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fotoUn lavoro imperniato su un personaggio femminile, scritto da Pirandello per Eleonora Duse, che non riuscì mai a interpretarlo essendo venuta a mancare di lì a poco. Messo in scena per la prima volta al Teatro Quirino di Roma nell’ottobre del 1923 con Alda Borelli, torna adesso sullo stesso palcoscenico con Patrizia Milani protagonista.

Il personaggio di cui tutti parlano è assente, è il figlio morto nella stanza attigua. Donn’Anna Luna, la madre, rifiuta di accettare tale condizione, lo ritiene vivo contro ogni evidenza, contestando le lamentazioni e le considerazioni sull’amore materno espresse dalla sorella, dal parroco e dalle vicine, doloranti prefiche nella sua casa.

Preda di uno stato allucinatorio che le fa alterare la realtà, sostiene che il figlio è vivo, vivo di quella vita che è alimentata dal suo amore e dal ricordo che lei ha di lui, quando sette anni prima la lasciò per conquistare la sua libertà e vivere le proprie scelte sentimentali. Se è l’amore che dà senso alla vita, il suo amore rende reale la vita del figlio, vivo nel suo ricordo con la baldanza e la bellezza della giovinezza.

È morto, sostengono tutti, tornato malato per finire i suoi giorni nella villa nella campagna toscana.

È vivo, delira la madre per undici lunghi giorni, perché è viva l’idea che ella ha di lui, mentre è uno sconosciuto, distante dall’immagine che la sua mente ha coltivato del figlio, quell’uomo consunto che è venuto a morire nella sua casa, e per il quale non prova nessun sentimento di lutto.

Anzi, adesso si riappropria del suo ruolo di madre, del quale è stata espropriata quando il figlio è partito, gestendolo con totale dominio sul destino del figlio, sulla morale corrente, e perfino sull’amante del giovane venuta a cercarlo per comunicargli di essere incinta, alla quale fa credere che egli sia partito. La notizia inaspettata della nuova vita che si affaccia fa ritenere a Donn’Anna che suo figlio sia più presente che mai, vivo nella vita del bambino che sta per nascere.

Quando Lucia intuisce che il giovane che ha amato, per il quale ha lasciato marito e figli, è morto si rassegna all’evidenza, rifiutando però di assoggettarsi alle convenzioni borghesi che le impongono di ritornare in famiglia. Adesso, Donn’Anna percepisce che la realtà è diversa dalle sue proiezioni mentali e inizia il percorso catartico verso la metabolizzazione del dolore, dando sfogo alle lacrime finora trattenute.

La messa in scena del regista Marco Bernardi con la produzione dello Stabile di Bolzano, vede Patrizia Milani nelle vesti della madre, incredula e allucinata nei primi due atti, dolente e martoriata davanti all’ineluttabile. Carlo Simoni, in un testo tutto al femminile, è il parroco don Giorgio, accorato e attento al rispetto delle cristiane consuetudini.

La scenografia di Gisbert Jaekel tutta bianca col pavimento inclinato, conferisce una prospettiva metafisica all’ambiente, accentuata dalle luci sapienti di Massimo Polo che evocano un’atmosfera iperreale allorché, nella scena vuota per lunghi secondi (prevista dall’autore) l’illuminazione vira impercettibilmente dal bianco abbagliante a un’intensa luce solare che penetra dalla grande finestra e dalla porta socchiusa della camera del morto. Metafora del passaggio da una condizione a un’altra.

Il cast formato da Irene Villa, Giovanna Rossi, Gianna Coletti, Karoline Comarella, Paolo Grossi, Sandra Mangini e Riccardo Zini indossa i bei costumi ispirati al primo Novecento di Roberto Banci.

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