I Capuleti e i Montecchi

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Foto di Michele Crosera
Foto di Michele Crosera

Tragedia lirica in due atti

Libretto di Felice Romani da fonti drammatiche italiane e francesi

Musica di Vincenzo Bellini

 

Personaggi e interpreti:

Capellio: Rubén Amoretti

Giulietta: Jessica Pratt (14, 16, 18, 20); Mihaela Marcu (15, 17)

Romeo: Sonia Ganassi (14, 16, 18, 20); Paola Gardina (15, 17)

Tebaldo: Shalva Mukeria (14, 16, 18, 20); Francesco Marsiglia (15, 17)

Lorenzo: Luca Dall’Amico

 

Maestro concertatore e direttore: Omer Meir Welber

Regia: Arnaud Bernard

Scene: Alessandro Camera

Costumi: Carla Ricotti

Light designer: Fabio Barettin

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del coro: Claudio Marino Moretti

Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice, in coproduzione con Fondazione Arena di Verona e Opera Nazionale Ellenica

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Un adagio popolare sostiene che la fretta sia cattiva consigliera. Tale condivisibile timore deve aver percorso le menti di Bellini e Romani nel gennaio del 1830, quando, a causa del rifiuto di Pacini di provvedere al terzo titolo della stagione, si videro imposti dal Teatro La Fenice tempi serrati per approntare un lavoro sostitutivo. Fu per questo che il librettista tagliò, letteralmente, con l’accetta il soggetto fornito a Vaccai nel 1825 per Giulietta e Romeo, mentre il compositore catanese riadattò gran parte della Zaira, ritirata dopo il flop al Teatro Ducale di Parma nel 1829. Nacque così I Capuleti e i Montecchi che l’11 marzo riscosse a Venezia un entusiasmante successo, si voglia in primis per la presenza del mezzosoprano Giuditta Grisi nel ruolo en travesti di Romeo. Ove non arriva la qualità del testo, caratterizzato da una sconsolante brevità dei quadri e da un repentino avvicendarsi degli eventi, vi sopperisce la musica. Bellini è qui maestro nel descrivere specifiche situazioni drammaturgiche, lasciando che sia il timbro di precisi strumenti, quali corno, violoncello, clarinetto e oboe, a preludere all’atmosfera in cui si inserirà il canto dell’uno o dell’altro amante. Le melodie sobrie, inoltre, prive di virtuosismi fini a se stessi, danno ampio respiro alla linea vocale.

L’allestimento proposto alla Fenice, pur avendo dei punti di forza, non convince appieno. Bernard ambienta la vicenda in un museo in ristrutturazione, con tanto di manovali, dove le dramatis personae escono dalle tele per partecipare al dramma in esse rappresentato. L’idea non è poi così strampalata, volendo essere un omaggio all’arte o, mi si perdoni il calembour, volendo fare dell’opera un’opera d’arte. Le scene di Alessandro Camera sono davvero suggestive, soprattutto il tableau vivant finale, incorniciato e ben reso dalle luci di Fabio Barettin, e assecondano principalmente, assieme ai costumi colorati e raffinati di Carla Ricotti, quell’indole storicistica cara agli artisti italiani, soprattutto veneziani, dell’Ottocento. Si riscontrano riferimenti metafisici, se la stanza di Giulietta, adorna solo di una vasca da bagno e di una scala, diventa riflessione sulle convenienze sociali della Verona del XIII secolo, e addirittura fiamminghi, se la “bella addormentata” supina su una tavola, attorniata dal coro dei Montecchi, richiama le lezioni di anatomia e le ronde di notte. Tutto filerebbe liscio se la tensione drammatica non venisse interrotta dal superfluo e fastidioso andirivieni degli operai, che obbliga all’immobilità, senza capirne il motivo, gli altri personaggi. La regia di Arnaud Bernard mette in difficoltà le due protagoniste, costringendole ad eccessive arrampicate, slanci e svenimenti dagli effetti negativi sulla resa vocale, mentre affida ai rimanenti interpreti gestualità al limite del banale e della ripetitività.

Più ombre che splendori sul cast e sulla direzione. Rubén Amoretti è un ottimo basso, dal bel timbro pastoso, sempre ben presente. Jessica Pratt, artista di grande levatura, controlla con sapienza i fiati, l’emissione e l’intonazione ma è trattenuta nel registro acuto e piatta nel fraseggio. Sonia Ganassi, altro celebre nome della lirica contemporanea, si trova più a suo agio nel secondo atto, risultando nel primo inspiegabilmente limitata. Il Tebaldo di Shalva Mukeria passa inosservato, manchevole di uno spessore che definisca in maniera adeguata il personaggio. Luca Dall’Amico delinea vocalmente un Lorenzo educato e solido, ritratto in una perenne nevrastenia dalle mosse imposte da Bernard.

Il coro, preparato da Claudio Marino Moretti, si presenta in forma smagliante.

Bocciata la direzione di Omer Meir Welber. Egli non è in grado di restituire l’inconfondibile delicatezza della musicalità belliniana, trasbordando in scelte dinamiche e interpretative più consone a Rossini. Questa lacuna gli è stata rinfacciata non solo durante la recita con un udibilissimo «È Bellini, eh!», ma anche al termine, all’uscita sul proscenio, con vistose dimostrazioni di dissenso. Tali reazioni del pubblico, ormai più uniche che rare nei teatri italiani, hanno confortato chi scrive nel constatare che esiste ancora qualche spirito critico capace di affrancarsi da quel letargo, volontario o meno, in cui l’utente medio cade dopo aver varcate le soglie del foyer.

Applausi e ovazioni, in particolare per Pratt e Ganassi.

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