“Improvvisamente, l’estate scorsa” firmata Elio De Capitani, tratta dal testo di Terrence Williams

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foto1937, New Orleans. La signora Venable, nella sua grande e ricca villa, o meglio nel giardino tropicale costruito artificialmente, freme per l’attesa. Ha un appuntamento con il dottor Cukrovicz, il “dottor Zucchero”, il quale lavora in una clinica psichiatrica; da appena un anno è stata eseguita la prima operazione di lobotomia, e nella clinica gli effetti di questa pratica sperimentale sono un campo di studio. In cambio di un proficuo finanziamento per la ricerca, la signora Venable vuole che il dottore operi sua nipote Catherine. Quest’ultima, infatti, è dall’estate precedente che passa di clinica in manicomio e di manicomio in ospizio, dopo aver subito un forte trauma: la morte del cugino Sebastian, figlio della signora Venable (con la quale aveva un rapporto viscerale e morboso), avvenuta in circostanze non ancora chiare durante una vacanza in Spagna che stavano condividendo. La signora Venable si ostina a credere, e a far credere, che il figlio sia morto d’infarto; ma la mancata autopsia e le parole di Catherine, moderna Cassandra che anziché predire il futuro vorrebbe spiegare il passato, lasciano intendere che ci sia qualcosa in più, che Violet Venable vuole nascondere. Per questo motivo la zia vuole che la nipote subisca l’operazione. Ma cosa c’è sotto questa coltre di silenzio? Così, tutti i personaggi si muovono intorno ad un protagonista assente.

La personalità del dottor Cukrovicz fa crollare anni di dibattiti sul rapporto tra scienza ed etica, mostrando come esse siano non solo perfettamente conciliabili e coerenti tra loro, ma anzi entrambe necessarie al conseguimento di una vera conoscenza. Così, egli rifiuta l’offerta di Violet, è convinto di poter trovare una soluzione meno drastica, più umana e più utile della lobotomia.

Il fratello e la madre di Catherine si presentano dalla zia Violet, mossi dalla speranza di una cospicua eredità, per la quale sono pronti a sacrificare la dignità della ragazza. Al cospetto di tutti, il dottor Cukrovicz spinge Catherine a raccontare di quella giornata estiva che ruppe un equilibrio malsano, da tempo occultato, spronandola a narrare anche i dettagli più scabrosi, quei dettagli orripilanti da cui talvolta la mente umana si difende facendo perdere i sensi al corpo. Per quanto possa opporre resistenza, Violet non può, contemporaneamente, tapparsi occhi, orecchie e coscienza; e così, è costretta ad ascoltare la descrizione di una verità da tempo conosciuta, che però aveva deciso di celare nel suo giardino subtropicale, tra fiori esotici e piante carnivore dal nome di Venere.

In questo testo drammaturgico, in cui confluiscono tratti autobiografici, Terrence Williams ci mostra cosa può nascere dalla non-accettazione della verità in cambio di una costruzione ideale che si rivela mera sovrastruttura. Non sempre questo ha origine da sentimenti negativi; anzi spesso è sintomo di insicurezza, di bisogno di essere accettati, di necessità d’eccellenza morale, di adeguamento al senso comune, sul quale viene modellata la propria personalità, senza tener conto delle peculiarità individuali, umane. Ma è nella realtà delle cose il cuore pulsante di ogni vita; se viene represso, inesorabilmente esplode.

La durezza dei contenuti e una certa sensazione di spleen che accompagna lo svolgersi della vicenda e contagia ogni personaggio, sono addolcite nell’allestimento della scena, la cui bellezza è davvero coinvolgente; sembra davvero di essere nel meraviglioso giardino di una villa, e l’odore delle sigarette fumate dai personaggi ci fa entrare in intimità con loro.

Le scene sono di Carlo Sala e la regia di Elio De Capitani, che porta in scena questo testo con un cast di attori eccellenti: Cristina Crippa, Elena Russo Arman, Cristian Giammarini, Corinna Agustoni, Enzo Curcurù, Sara Borsarelli. I costumi (quasi tutti simbolicamente bianchi) di Ferdinando Bruni, con le luci di Nando Frigerio e i suoni di Giuseppe Mazzoli completano l’ottima resa di questa vicenda complicata e provocatoria, in cui l’amore assume il suo significato più profondo di phàrmakon, che l’arte può esprimere oppure sublimare.

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