La gatta sul tetto che scotta

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fotodi Tennessee Williams

traduzione di Gerardo Guerrieri

con VITTORIA PUCCINI e VINICIO MARCHIONI

e con PAOLO MUSIO, FRANCA PENONE, SALVATORE CARUSO, CLIO CIPOLLETTA, FRANCESCO PETRUZZELLI

scene DARIO GESSATI

luci PASQUALE MARI

costumi GIANLUCA FALASCHI

musiche FRANCESCO DE MELIS

regia ARTURO CIRILLO

produzione GLI IPOCRITI e FONDAZIONE TEATRO DELLA PERGOLA

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Prodotto dalla compagnia Gli Ipocriti e dalla Fondazione Teatro della Pergola arriva a Siena questo meraviglioso dramma di Tennessee Williams, uno dei più iconici autori statunitensi.

Composta nel 1954 e rappresentata l’anno dopo, quest’opera valse a Williams il premio Pulitzer, per lui il secondo dopo quello vinto per l’altrettanto indimenticabile “Un tram che si chiama desiderio”. Pochi autori hanno saputo unire uno spietato ritratto della società a loro contemporanea con una profonda e complessa indagine dell’intimità dei singoli individui e delle relazioni da cui essi sono legati gli uni agli altri e, di fatto, dipendono. Nel caso de “La gatta sul tetto che scotta” questa rete di relazioni è quella familiare, in particolare di una ricca famiglia del sud degli Stati Uniti che si riunisce per festeggiare il compleanno del patriarca nella sua grande tenuta.

La famiglia in questione è composta dal padre Big Daddy, la sua mal sopportata moglie Ilda, i figli Gooper e Brick e le rispettive mogli: l’affettata ed ipocrita Mae e soprattutto l’insofferente ma scatenata Maggie “la gatta”.

Il testo ci fa precipitare immediatamente nel cuore dell’azione, nel cuore della casa, la camera da letto dei coniugi Brick e Maggie, che poi è anche il luogo in cui si svolge tutta l’opera. Su questo luogo estremamente privato Williams apre una finestra attraverso la quale il pubblico può assistere ad ogni conversazione ed osservare ogni dettaglio. Tutti i personaggi progressivamente invadono questa camera da letto come invadono le vite dei due protagonisti.

Brick e Maggie sono una giovane coppia dal matrimonio bianco. Lei, di bassa estrazione sociale, è follemente innamorata del marito e allo stesso tempo attratta dallo stile di vita che la ricca famiglia acquisita può garantirle. Lui, un ex-atleta ora infortunato e alcolizzato, è distante e apparentemente indifferente a tutto questo, alla bellissima moglie come alla rete di ipocrisie dettate dall’opportunismo e dal “buonsenso” familiari. Durante l’intera opera però sarà proprio Brick, non a caso l’unica figura presente sempre sulla scena, a confrontarsi apertamente con ogni altro personaggio e, nonostante la nebbia dell’alcool sarà il più lucido davanti alla realtà sugli altri ma anche e soprattutto su sé stesso. Emblematico è il lungo scambio, struggente e violento, tra Brick e suo padre, reso molto intensamente da Paolo Musio (Big Daddy) e Vinicio Marchioni (Brick) che, soli sulla scena, lasciano esplodere tutta la sofferenza e la disillusione di questi modelli umani. A contrastare questi due personaggi che stanno scoprendo e si stanno scontrando con l’ipocrisia del loro mondo troviamo Ilda, madre e moglie di un altro tempo, che sulle bugie dettate dal “mantenere le apparenze” e le buone maniere ha costruito la sua vita e Gooper e Mae, coppia assolutamente regolare, perfettamente inserita nelle norme della società, incredibilmente prolifica (irresistibili le battute di Maggie e Big Daddy sulla smisurata fertilità di Mae).

Tra questi due estremi c’è lei, Maggie “la gatta”. Da un lato si getta nella lotta con Gooper e Mae per preservare la sua parte di eredità, dall’altro è però al fianco dell’outsider Brick ed è consapevole di essere anch’essa ai margini di quella “normalità”, felicità e soddisfazione che ricerca esasperatamente. Eppure Maggie, anche se dilaniata e tormentata, non ha nessuna intenzione di cedere nemmeno di un millimetro sulle cose per lei importanti: come una gatta su un tetto che scotta fa di tutto per rimanervi senza saltare giù, anche se questo comporta restare bruciata. Non è facile per la sua interprete, Vittoria Puccini, alla sua prima esperienza teatrale, vestire i panni della gatta che nella memoria collettiva è indissolubilmente legata alla performance di Elizabeth Taylor nella riduzione cinematografica del 1958.

I drammi personali dei membri di questa famiglia si stagliano sullo sfondo della decostruzione del sogno americano, lo smascheramento di tutte le ipocrisie e il crollo di tutti i valori di base di questa società che sia avvia alla sua messa in discussione. Una crisi che esploderà negli anni sessanta ma che Williams ha il pregio di aver intuito e rappresentato un decennio prima. Creando personaggi complessi e mai stereotipati seppure rappresentanti di modelli universali, dotandoli di un’ironia e disillusione che però, invece che distaccarli, li rende ancora più coinvolti ed invischiati in quello che è l’affresco privato di una comunità che mette in crisi la propria identità e, che, dopo averla distrutta, si vede incerta e smarrita su come ricominciare ad andare avanti, esattamente come nel finale dramma moderno.

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