“La vita che ti diedi” di Luigi Pirandello

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fotoQuesta tragedia di Pirandello, scritta per Eleonora Duse, come lui stesso affermò in una lettera, è uno dei suoi scritti più profondi e duri. Ma il testo sembra non abbia soddisfatto la ritrovata religiosità della Duse e la morte dell’attrice nel 1924 risolse ogni dubbio. Grande interprete fu invece Paola Borboni e una grandissima Valeria Moriconi vista al teatro di Brescia con la regia di Massimo Castri.

In questa commedia viene meno il sofistico ragionare tipico di Pirandello. Si esce dagli schemi che vedono contrapposti nello stesso soggetto realtà e finzione, volto e maschera a seconda delle convenienze del momento. La finzione inteso come inganno consapevole. Il tema di questa commedia è uno dei più laceranti nella vita di una madre, la perdita di un figlio, un dolore troppo grande per essere accettato, quasi innaturale, fuori dagli schemi, da rifiutare dunque a priori. Pirandello rovescia il tavolo e fa assumere alla finzione la dignità dell’inconsapevolezza.

Dopo una lunga assenza di sette anni l’adorato figlio torna a casa gravemente malato per morire dopo pochi giorni. La disperazione della madre assume aspetti patologici, lo struggimento si trasforma in una forma di lucida, irreale, apparente calma comportamentale. Riesce a tener vivo dentro di sé il figlio nutrendone la memoria col proprio ricordo e tenta di convincere gli altri (diremmo in buona fede) della concreta realtà del suo inconsapevole sogno. Anche lei come Enrico IV vuole fermare il tempo non nello specchio di una pazzia simulata, ma ferma le lancette dell’orologio un attimo prima della morte del figlio. Si rifugia nell’astrazione come via di fuga dall’angoscia del vivere. La madre nega la morte del figlio anche alla donna (con due figli separata dal marito) con la quale il figlio viveva, fino a quando costei le rivela che porta in grembo una vita cadono le barriere psicologiche che le impedivano di guardare in faccia la realtà. Solo allora la madre si sente sola, ora sì il figlio le è morto, ma un’altra madre lo farà rivivere attraverso il bambino che nascerà.

Un plauso deciso spetta alla scenografia essenziale di Gisbert Jaekel che si rifà alla pittura di Edward Hopper (il pittore che sapeva dipingere il silenzio). La composizione delle scene è geometrizzante, l’inclinazione del pavimento esprime l’instabilità psicologica del personaggio, sofisticato e avvolgente il bianco delle pareti, soffitto e pavimento (da Hopper) esalta gli abiti a lutto delle figure femminili a loro volta cariche di significati simbolici, Bello il gioco delle luci (fredde e taglienti) curate da Massimo Polo che ci racconta il susseguirsi del tempo e lo svolgersi della vita. Funzionali i suoni di Franco Maurina, belli i costumi di Roberto Banci. Ottimo il cast di attori dall’intensa, bravissima Patrizia Milani, notevole l’interpretazione di Irene Villa nella parte di Lucia (la donna del figlio) e molto apprezzata la dizione chiara e di acconcia tonalità della brava Gianna Coletti.

Merito del regista Marco Bernardi se il meccanismo drammaturgico (in tutte le varie declinazioni) ha girato in modo perfetto.

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