Led Zeppelin – 3a puntata

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Celebration Day
Celebration Day

Abbiamo fatto conoscenza con i quattro personaggi della novella, quattro ragazzotti inglesi che, poco più che ventenni, avevano già incrociato i loro destini con artisti che, poi, insieme a loro, hanno dato vita a gran parte della musica contemporanea.

Conoscenze, improvvisazioni, note musicali ed esperienze che confluiscono, nel 1968, nel gruppo delle quattro rune, ovvero: i Led Zeppelin.

Dopo dodici anni, si sciolgono il 4 dicembre 1980: “La perdita del nostro amico e il rispetto per la sua famiglia ci hanno portato a decidere che non potremo mai più continuare come prima”. La quarta runa era venuta a mancare, spezzando così il cerchio magico di quattro musicisti straordinari.

Ma nel 2007 come in ogni novella, anche se gialla, che si rispetti, un po’ di favola non può mancare.

La quarta runa torna, sottoforma di un tatuaggio sul braccio sinistro di Jason, figlio di Bonzo, che suona a velocità supersonica le ritmiche di una batteria leggendaria. Un concerto di beneficenza per commemorare (eh… lo so, ancora lutti, ma del resto si parla di un’altra epoca nella quale, per telefonare, si usavano i gettoni) lo storico presidente dell’Atlantic Records Ahmet Ertegun, il primo a credere e a lanciare i Led Zeppelin. Tutte e quattro le rune insieme per un’unica occasione “Celebration Day”, un solo concerto nella strapiena O2 Arena di Londra, per non parlare delle decine di milioni di prenotazioni rimaste inevase.

Così che il 17 ottobre 2012 il film di quello storico concerto dei Led Zeppelin viene proiettato, quell’unico giorno, nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. In Italia, in quel giorno, è stato il film più visto. Per chi se lo fosse perso, e per chi ce l’ha, SkyArte lo ha trasmesso in prima visione solo un paio di settimane fa nell’edizione integrale (quindi, credo, recuperabile con le repliche), mentre Italia 1 (ora non devo mettere nei guai il mio direttore), insomma Italia 1 ha dimezzato un po’ l’offerta, otto brani invece dei sedici originari, forse per questione di spazi pubblicitari o di diversa altezza del proprietario (se mi passa questa…, sono a posto). Comunque c’è sempre il divudi (scusate se continuo a pronunciare divudi in italiano), poiché credo che senza le immagini si perda un po’ del fascino. Magari confrontandolo con le esibizioni più giovanili, e restarne rapiti lo stesso.

Certo adesso sono un po’ invecchiati, mentre il più giovane batterista ha la stessa espressione e la stessa vorace violenza di suo babbo, il più grande di tutti i tempi con le bacchette. Ma solo così si scopre che la classe non è acqua, perché se il cantante, per esempio, non ha più gli acuti di un tempo, riesce lo stesso a modulare la voce in modo da adattarla all’ensemble di grandi musicisti, senza età.

Trecento milioni di dischi venduti (still counting…) nella loro relativamente breve carriera: dieci LP compreso il live “The song remains the same”, creando un mito. E sono tutti davvero long playing, quelli di allora, grandi, neri e di vinile, o i cd , quelli di oggi, piccoli, troppo piccoli (soprattutto le copertine), ma insomma, album completi.

Furono pubblicati solo pochissimi, sparuti, singoli, facendo così incavolare la band e il suo manager Peter Grant, in quanto gli Zeps hanno sempre voluto, fino dagli inizi, che fossero giudicati per l’opera completa di un album (del resto le armonie erano sempre diverse tra canzone e canzone), piuttosto che cercare il lancio con un 45 giri qualsiasi.

Non apparivano neanche in tv, prediligendo il passa parola dai primi fortunati concerti sino alla fama mondiale conquistata con i solchi e sul palco, e, quindi, naturalmente mai nemmeno troppo compiacenti con la stampa.

E poi il loro lancio avvenne con una casa discografica americana, l’Atlantic Records di Ertegun, facendo così fare il naso torto a tutta la stampa musicale inglese. E anche a gran parte di quella americana in quanto, questi erano quattro ragazzotti bianchi e, per giunta, inglesi, che si erano messi in testa di rivisitare e dare uno slancio nuovo al blues nato nelle piantagioni del profondo sud degli States. E a tutte due le stampe non andavano giù quei lunghissimi assoli che, a turno, mandavano in visibilio gli spettatori dei loro concerti.

Infine la rivoluzionaria decisione di non dare un titolo ben definito ai loro primi quattro album. Solo il nome del gruppo per il primo, II, III, il quarto non ha nemmeno un numero, ci sono solo le rune.

“…e poi eravamo arroganti, presuntuosi in quanto convinti delle nostre qualità e dove volevamo arrivare. Così che, in ogni nostro concerto, facevamo a gara a chi era il più bravo di noi quattro, o a chi faceva l’assolo più lungo, interrotto dall’intervento musicale, o vocale nel mio caso, per riequilibrare il tutto. Eravamo una cosa diversa, non standardizzata, avevamo spinto il blues degli schiavi delle piantagioni ad un velocità di curvatura, spiazzando la critica che non sapeva nemmeno come catalogarci.”. (Robert Plant).

Amica o amico, se stai antipatica/o alla stampa, sono guai seri. Non passa, infatti, molto tempo che la band viene passata all’indice, per, quasi, tutto. Si va dall’accusa di rock satanico a quella di orge infinite, di cui, e non solo, l’accusa di essere anche misogini, dal distruggere hotel a quella di scrivere testi da “figli dei fiori” fuori tempo massimo. E, soprattutto, di essere dei plagianti, artisti nel copia in colla, persino quando, nei crediti, sono stati riportati gli autori originali.

Allora, Poirot prende, con estrema cura, uno ad uno, i primi sei LP impilandoli, dall’ultimo salendo sino al primo, sulla sua scrivania, con maniacale precisione. Aggiusta, con l’indice della mano destra, gli angoli delle copertine, in modo che tutti e sei siano perfettamente sovrapposti, creando una pila al millimetro. Li guarda per un attimo, poi, porta la stessa mano sui suoi baffi. Le sue dita, a turno, controllano che il piccolo ricciolo, a destra, e a sinistra, siano perfetti e, rassicurato di avere la percezione del loro ordine, si volge verso il suo collaboratore e, con il suo vivido e penetrante sguardo, gli dice:

Caro Hastings, abbiamo il dovere di ascoltare e riascoltare questi preziosissimi solchi. Ma, prima, dobbiamo capire qualcosa di più di questa “Taurus” e di questi Spirit”.

– continua –

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