“Amerika” di Franz Kafka

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fotoAmerika è la storia delle peregrinazioni di Karl Rossman giovane ebreo boemo, che fu costretto dalla famiglia a recarsi a New York per aver messo incinta una domestica di casa. Già sulla nave Karl comincia a capire quanto sia dura la vita di un emigrante e a soffrire quelle “dure regole” che lo perseguiteranno per il resto del suo viaggio. A New York il giovane è accolto freddamente dallo zio ricco (eponimo dello zio d’America) che lo sottopone ad una disciplina ferrea, ma l’irragionevole, assoluta sudditanza non durerà a lungo, Karl finisce per strada dove nel suo viaggio nel ventre molle della società americana incontra un fuochista tedesco già conosciuto sulla nave, poi due mezzi disperati un’irlandese e un francese che gli sottraggono quel poco che ha. Finalmente riesce a trovar lavoro come boy lift presso un rinomato hotel dove incontra un giovane italiano. Ma anche qui il Direttore dell’albergo – metafora della faccia feroce dell’America – dopo pochi giorni lo licenzia in tronco per essersi momentaneamente allontanato dall’ascensore per reagire alle richieste di uno dei due vagabondi che, ubriaco, era venuto a chiedergli del denaro. Alla fine senza alloggio e senza soldi andrà ad abitare con i due disperati in un appartamento di una cantante grassa capricciosa e dispotica che ci ricorda un famoso personaggio di Fellini. Un giorno Karl vede un manifesto con la pubblicità del Nature Theatre of Oklahoma che ricerca collaboratori e promette di prendere a lavorare chiunque si presenti.

Si dice che la commedia sia attuale, è vero, ma non è attuale per merito di Kafka che fa una critica magistrale del materialismo americano con sorprendente preveggenza, ma è purtroppo la natura umana che non cambia e che ha, in un certo senso, l’effetto di rendere attuali capolavori del passato.

Per Karl, ogni speranza di compassione, di comprensione, di amore familiare, si rivela falsa. Un senso di inevitabilità sembra dominare in modo pervasivo e immanente il lungo viaggio del ragazzo che però non si dispera, crede nel nuovo mondo, nella nuova frontiera, ha già assimilato la determinazione, l’ottimismo, il vitalismo che caratterizza dall’origine quel popolo (emigranti ricchi di disperazione e miseria, gente che non può permettersi scrupoli o limitazioni etiche, ma ha tanta forza e volontà di emergere). Dicevamo che la vicenda ha degli aspetti attuali, ma non possiamo sovrapporre il razzismo, l’emarginazione, la discriminazione, l’odio per il diverso che caratterizza la nostra storia attuale con i soprusi e le angherie cui, nel nostro caso, viene sottoposto Karl. Prepotenze che non sono il frutto di razzismo o volontà discriminatoria, ma il risultato delle dure leggi comportamentali imposte dal totem americano dell’efficienza. Al ragazzo, infatti, non è stata negata l’opportunità di lavorare in quanto diverso. D’altronde come avrebbe potuto un popolo fatto di immigrati europei discriminare un newcomer boemo? (Il razzismo e la discriminazione in America nei confronti dei neri è tutt’altro discorso).

Fausto Malcovati traduce il testo e lo riscrive per la scena con la collaborazione del regista Maurizio Scaparro che è il vero kingmaker dello spettacolo. Ha fatto di un buon racconto un piccolo gioiello impreziosito dalle musiche dal vivo ispirate alla tradizione yddish e al jazz nero di Scott Joplin che hanno moltiplicato la partecipazione emotiva degli spettatori.  

Determinante l’apporto del compianto Emanuele Luzzati che ha curato una scenografia fatta di niente e di tutto, una serie di scenette semplici e polifunzionali corrispondenti alle varie fasi dell’avventura del giovane Karl. Di ottimo livello il cast di attori composto da Giovanni Alzando, Ugo Maria Morosi, Carla Ferraro, Giovanni Serratore, Fulvio Barigelli e Matteo Mauriello. Non possiamo dimenticare i componenti la band Alessandro Panatteri, Andy Bartolucci, Simone Salza bravi e spiritosi che hanno spesso interagito con gli attori.

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