Ceneri…2701194527012015

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fotodi e con Jörg Grünert e Cam Lecce

Installazione artistica a cura di Jörg Grünert

Musiche di Luigi Morleo

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Partendo da testimonianze di sopravvissuti ai campi di sterminio e da documenti storici tradotti da Jörg Grünert, i due attori (nonché registi e scenografi dello spettacolo) ci propongono una lettura complessa del genocidio nazista, più complessa di quella a cui probabilmente siamo abituati nella routine delle celebrazioni della memoria.

Ceneri è uno spettacolo all’insegna non del senso di colpa, ma della responsabilità: lo spettacolo si apre con un prologo in cui i due interpreti danno lettura di alcune testimonianze, tra cui spicca l’autocritica impietosa di Martin Niemöller.

La scenografia è essenziale ma per niente povera. Sulla scena vediamo due file parallele di pietre che delimitano un tappeto scuro e che uniscono i due ambienti in cui stanno gli attori: ad un estremo troviamo una donna (Cam Lecce) che presterà per tutto lo spettacolo la propria voce alle parole dei sopravvissuti, mentre all’altro estremo c’è un uomo (Jörg Grünert) vestito in maniera formale ma non elegante, come un qualsiasi impiegato medio, che sta seduto ad una scrivania sopra un palchetto pieno di fogli, intento a battere su una vecchia macchina da scrivere.

Questi dettagli dicono molto: la disposizione delle pietre e del palco rimandano ovviamente all’immagine dei binari (che compaiono anche nel video proiettato durante lo spettacolo) di una ferrovia su cui viaggia la modernità, di cui uno dei simboli più fortunati è in effetti il treno, che è anche, in questo contesto, allegoria della corsa verso la disumanizzazione. Anzi, verso due disumanità collegate dal treno stesso: da un lato quella dei reclusi nel lager, sottoposti ad una brutalità senza scampo, che rende impossibile il manifestarsi di quelle caratteristiche che ci differenziano dagli animali, ossia pensiero e linguaggio; dall’altro la disumanità dei burocrati che applicando protocolli, obbedendo agli ordini e compilando rapporti e scartoffie senza sentire alcuna responsabilità ed empatia hanno permesso lo scempio del sistema lager, ricavandone addirittura, in alcuni casi, grandi profitti economici.

E proprio la parola sistema è l’essenza del personaggio di Jörg Grünert, la cui performance corporea è volutamente ambigua: è un burocrate senza coscienza, parte del sistema? È un inetto che si dispera rovistando freneticamente tra le carte del sistema? È la voce dei rapporti dei servizi segreti americani sulle fortune che i dirigenti dei principali gruppi industriali e finanziari tedeschi costruirono collaborando attivamente coi nazisti? Probabilmente è tutte queste cose in momenti diversi dello spettacolo, infatti l’andamento della sua performance segue un climax ascendente: se all’inizio lo vediamo battere a macchina lentamente e con gesti compìti, più avanti il ritmo diventa veloce e i gesti rumorosi e scomposti. E ancora, mentre all’inizio parla in ginocchio sulle carte che stanno per terra, verso la fine è completamente sdraiato sui fogli che si accartocciano sul suo viso.

Singolare, infine, la scelta di far parlare questo personaggio attraverso la sua voce registrata, puntandosi un microfono alla base della nuca, scelta che ci ha ricordato gli ‘spinotti‘ inseriti nei corpi dei personaggi del film The Matrix e che potrebbe quindi ricondurre all’immagine dell’uomo-automa. Tra l’altro è la sua voce a pronunciare una citazione del filosofo Max Horkheimer: “chi non vuol parlare del capitalismo, deve tacere anche sul fascismo”, che rivela come la sua performance sia tesa a mostrare una continuità storica di modelli di pensiero e di comportamento (pur nella più totale differenza di contesti ed effetti), e sia mirata quindi ad una comprensione degli eventi di oggi.

A fare da contrappunto c’è il personaggio femminile, dietro cui vediamo appeso un lungo cappotto logoro, forse messo lì a rappresentare per metonimia gli internati, e che, là dove ci si aspetterebbe di vedere una testa, ospita invece un cappio: probabilmente un richiamo ai molti suicidi dei superstiti avvenuti anche anni dopo, a testimonianza di come ci siano alcune esperienze semplicemente impossibili da superare. Questo personaggio ci ricorda continuamente come dietro ai numeri dello sterminio e della storia che tutti conosciamo ci fossero delle persone a cui è stata tolta l’umanità, prima ancora della vita. Non c’è apparentemente modo di mettere a colloquio le due disumanità se non verso la fine dello spettacolo, quando il personaggio maschile si toglie giacca e scarpe e comincia a prelevare le pietre dal loro posto, a due a due, e a portarle vicino all’attrice fino a realizzare con lentezza e pazienza una sorta di lapide, per poi sdraiarcisi ai piedi.

Una silenziosa richiesta di perdono? Un elogio della memoria e dell’esercizio della coscienza critica anche ai giorni nostri? Questo sembrano suggerire alcune tra le ultime parole pronunciate da Cam Lecce, che coinvolgono gli spettatori a diventare parte integrante della scena come “viaggiatori sul treno in corsa sul binario della disumanità”: Quando potranno queste pietre abbandonarsi finalmente alla loro natura? […] E noi, chi siamo noi?

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