Improvvisamente l’estate scorsa

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fotoNel suggestivo scenario del teatro fiorentino, per la produzione del Teatro dell’Elfo tornano in scena i temi cari al drammaturgo americano: follia, sessualità inespressa e stigmatizzata, ipocrisia dei legami familiari e sottomissione di essi al denaro. In questo testo, andato in scena per la prima volta Off-Brodway nel 1957, Tennesse Williams va però anche oltre esprimendo al massimo quello che il regista Elio De Capitani descrive come “lirismo sensuale”.

Le descrizioni intense, le immagini lontane, quasi appartenenti ad un altro universo, il ruolo della poesia e dell’atto creativo più spesso ripreso ed evocato trasformano quest’opera quasi in un poema simbolista, seppure, come nella migliore tradizione di Williams, ben radicato nel suo spazio-tempo. Sempre De Capitani evidenzia questo aspetto quando nota che “Williams provava una grande invidia verso il teatro non realistico europeo ma viveva in America, in un conteso sociale dove non si poteva seguire altro che il neorealismo”.

In un meraviglioso giardino-giungla si svolge l’intera opera, un atto unico che vede Violet Venable, ricca vedova di New Orleans, cercare di convincere uno specialista in nuove terapie per la cura delle malattie mentali, a lobotomizzare la nipote Catherine che aveva assistito alla morte del cugino Sebastian, avvenuta improvvisamente mentre i due erano in vacanza insieme l’estate precedente. Sebastian era il figlio della signora Venable, poeta che creava una sola opera l’anno, sotto l’influenza ossessiva di Violet. Una creatura da lei descritta come perfetta, sublime, quasi astratta, di fatto idealizzata nella mente della madre iperprotettiva.

Anche questa richiesta passa attraverso una dinamica di potere legata al denaro: Violet finanzierà la fondazione del medico, il dottor Cukrowicz solo se quest’ultimo opererà la ragazza. Il tema della lobotomizzazione è molto caro a Williams perché autobiografico: sua sorella Rose subì la stessa operazione per volere della madre. Ma perché la signora Venable vuole sottoporre la giovane nipote ad un atto così estremo? Questa domanda è il grande interrogativo che muove tutta l’azione. L’accusa per Catherine è di follia, allucinazioni, crisi isteriche e deliranti, ma nessuno, incluso il dottore, sembra convinto della natura puramente irrazionale del comportamento della ragazza. Chiede di vederla ed entra in scena una magnifica Elena Russo Arman nei panni di Catherine che, ora scossa, ora drogata, ora delirante, ora rassegnata al suo ruolo di pazza agli occhi degli altri (inclusi i sottomessi madre e fratello), dà voce e volto credibili e coinvolgenti al disagio della ragazza. Catherine non è pazza, non nella concezione semplicistica e superficiale che si ha della follia in quegli anni. Il suo stato deriva da un trauma più profondo, un dolore lacerante per la morte del cugino, cui ha assistito e testimoniato la terribile modalità. Ma non solo: anche da prima di questo episodio culmine, in Catherine è attiva una consapevolezza che la porta a vedere tutta l’ipocrisia e la vera e propria cattiveria della società di cui fa parte. La giovane non è dunque una Blanche Dubois, altra figura femminile iconica della produzione di Williams, che, disillusa dal mondo scivola nella follia. Catherine, nel corso del dramma riemerge dalla follia attraverso il dilaniante racconto dell’esperienza vissuta con Sebastian e la rivelazione della verità sul cugino e sulla zia, che libererà lei e il cugino stesso dalla costruzione rigida e deleteria di chi non vuole vedere l’umanità ma solo l’astrazione degli individui, come la signora Venable. Un conflitto, quello tra natura umana e costruzione sociale\culturale che è perfettamente rispecchiato anche dalla riuscitissima scenografia: una giungla addomesticata, un mondo selvaggio rinchiuso tra le mura della civiltà di una casa. Non a caso quel giardino era stato voluto e costruito da Sebastian, colui che più ha sofferto ed è stato letteralmente dilaniato da questo conflitto identitario.

Williams dimostra, ancora una volta, grande attenzione e sensibilità alla complessità della natura umana e ne indaga i lati più nascosti e oscuri, calcolando il peso delle esperienze, dei ricordi, delle menzogne e della frustrazione per le aspettative disilluse e fa della malattia mentale uno squarcio su questa interiorità che non va assolutamente annullata o repressa (con lobotomie ed elettroshock) ma, al contrario, esplorata, indagata e fronteggiata, non da soli, ma attraverso il doloroso ma liberatorio atto della comunicazione agli altri.

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di Tennessee Williams

traduzione di Masolino d’Amico

regia di Elio De Capitani

scene di Carlo Sala

costumi di Ferdinando Bruni

luci di Nando Frigerio

suono di Giuseppe Marzoli

Cristina Crippa – Mrs Venable

Elena Russo Arman – Catherine Holly

Cristian Giammarini – Dottor Cukrowicz

Corinna Agustoni – Mrs Holly

Marco Bonadei– George Holly

Sara Borsarelli – Miss Foxhill, sorella Felicity

produzione TEATRO DELL’ELFO

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