“Lehman Trilogy” di Stefano Massini

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fotoPerché Stefano Massini per parlare dell’origine della crisi epocale che affligge una parte consistente del pianeta ha scelto la Lehman Brothers e non (tanto per fare qualche nome) Goldman Sacks, J.P. Morgan o Morgan Stanley? La ragione è che la Lehman. fra le grandi banche di affari, è stata la prima a nascere e la prima (finora l’unica) a morire. Quindi nel bene e nel male è il simbolo del capitalismo d’assalto o turbo-capitalismo. Partiamo dalla fine per raccontarne poi l’inizio.

Lehman Brothers era la quarta banca americana con 26000 dipendenti. Nell’arco di 30 giorni, fra l’agosto e il settembre 2008, è diventata l’emblema dell’avidità di Wall Street. Con un fallimento da oltre 630 miliardi di dollari, la banca ha creato la peggiore spirale endemica di svalutazioni dai tempi della Grande Depressione e ha dato il via al crack dell’economia mondiale. È fallita perché è scoppiato lo scandalo dei crediti fasulli, dei famosi subprime, dei titoli “tossici”, delle cartolarizzazioni di “junk bond” crediti spazzatura. In verità la Lehman è stata la vittima (certo non innocente) di un sistema finanziario corrotto, immorale, predatorio che, dando soldi (fasulli) a tutti ha generato il consumismo parossistico compulsivo della società, l’acquisto cioè vissuto come un rito e che si è affermato come valore per sé. Il fallimento della Lehman è stato il detonatore che ha fatto esplodere una polveriera ben nascosta nelle pieghe criminali dei bilanci di queste società finanziarie monstre.

Tutto questo lungo sproloquio per inquadrare l’opera di Stefano Massini (il più affermato scrittore/drammaturgo italiano) che racconta la storia della potente dinastia Lehman in un libro di bellezza assoluta che è stato poi adattato per le scene – in realtà credo sia nato per il teatro  con il maestro Luca Ronconi. Ne è uscito uno spettacolo lucido bellissimo da qualsiasi lato lo si voglia esaminare:

– I dialoghi sono di grande forza espressiva senza una sbavatura sia nella fase colloquiale sia in quella ad alta tensione polemica ed emotiva.

– L’interpretazione è superba da parte di tutto il cast di attori.

– La scenografia curata da Marco Rossi è semplice, elegante essenziale con sfumature che non vanno oltre il bianco e il nero con poche sedie e tavoli metallici che entrano ed escono dall’impiantito con gli immancabili meccanismi cari al regista.

– La regia di Luca Ronconi è curata, perfetta in tutte le angolazioni in cui si dispiega (scene, recitazione, ritmo, scansioni, suono, luci, movimento scenico).

Ed ora la storia di questa saga romanzesca e picaresca di una famiglia dalla stretta osservanza dei riti ebraici che scalerà nel tempo di tre generazioni i più alti gradi della scala sociale economica e finanziaria americana. Una storia che è l’incarnazione del sogno americano.

Ma andiamo con ordine. Nella prima parte della pièce “Tre fratelli” si racconta l’arrivo negli Stati Uniti nel 1844 di un commerciante ebreo bavarese di nome Herry Lehman (uno straordinario misurato Massimo De Francovich) raggiunto dopo qualche anno dai fratelli Emanuel (un bravissimo Fabrizio Gifuni) e Mayer (un fin troppo esaltante Massimo Popolizio). All’arrivo dei fratelli, l’insegna sul negozio di tessuti a Montgomery in Alabama sarà “Lehman Brothers”. I tre fratelli capiscono che il nuovo mondo offre enormi possibilità a chi ha il coraggio di intraprendere, di arrischiare. Quindi afferrano l’affare più vicino, quello del cotone poi approfittano dei fondi pubblici per la ricostruzione del Sud devastato dalla Guerra di Secessione. Il successo li spingono ad aprire una sede a New York, il cuore pulsante degli affari. Si buttano nel businnes delle commodities (caffè, petrolio, materie prime) poi in quello che viene chiamato il main street cioè la produzione in senso stretto (industria,ferrovie, televisori, sigarette, cinema, auto, aerei, canale di Panama) per poi lanciarsi nella wall street che rappresenta la smaterializzazione dei prodotti, la produzione virtuale (borsa, finanza commerciale, intermediazione finanziaria, la speculazione tout court). I Lehman si dichiarano infatti “Mediatori” intermediari finanziari senza quegli scrupoli morali che possano limitare l’arricchimento. Superano anche la famosa crisi del ’29 nel corso della quale vedono “colleghi” finire suicidi. Nella seconda parte della commedia “Padri e figli” vengono alla ribalta i figli. Il primo è Philip (un Paolo Pierobon in grande spolvero) figlio di Emanuel cinico e calcolatore che spinge la speculazione a livelli parossistici, poi entra, con ambizioni politiche ,Herbert figlio di Mayer, figura dai tratti surreali (l’ottimo Roberto Zibetti) e infine il fragile Robert (bravo il giovane Fausto Cabra). Con Robert che muore nel 1969 finisce la dinastia dei Lehman ma rimane il marchio “Lehman Brothers” che verrà gestito dai figli di due immigrati Pete Peterson (Raffaele Esposito) e Lewis Glucksman (Denis Fasolo) che, fra liti e ricatti, per insaziabile avidità si lanceranno nell’emissione di prodotti finanziari di natura speculativa, vere e proprie pratiche truffaldine che, inevitabilmente scoperte, porteranno al fallimento del 2008.

Nella saga dei Lehman non manca il frequente richiamo alle feste e ai riti delle tradizioni ebraiche e le scalate sociali attraverso fidanzamenti matrimoni e separazioni che vedono protagoniste le brave Francesca Ciocchetti e Laila Maria Fernandez. Ricordiamo anche il dinoccolato Martin llunga Chishimba e il bravo attore/equilibrista Fabrizio Falco.

Lehman Trilogy è l’espressione Alta del Teatro di Parola dove i personaggi parlano in prima e terza persona e, anche dopo la morte, ritornano in scena come silenziosa coscienza critica. In realtà non è né una saga, né una storia epica, ma un racconto che procede con un ritmo ora incalzante, ora più disteso, con registri linguistici diversi dalla narrazione al dialogo. Non mancano momenti divertenti funzionali al racconto che perciò non depotenziano la complessità dell’opera.

Non possiamo dimenticare la funzionalità del suono di Hubert Weisstkemper e il servizio luci di A.J.Weissbard, i costumi di Gianluca Sbicca e le acconciature di Aldo Signoretti.

N.B: Lo spettacolo è composto da due atti “Tre fratelli” (h.2,40) e “Padri e figli”(h1,55) che si possono vedere in certi giorni uno di seguito all’altro oppure in due serate distinte.

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