“L’ispettore generale” di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

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Foto di Serena Pea
Foto di Serena Pea

Personaggi e interpreti:

Anton Antonovič, Sindaco Alessandro Albertin

Anna Andreevna, sua moglie Silvia Paoli

Mar’ja Antonovna, sua figlia Eleonora Panizzo

Luka Lukič, ispettore scolastico – commissario di polizia – mercante Fabrizio Matteini

Ammos Fёdorovič, il giudice -mercante Alberto Fasoli

Artemij Filippovič, sovrintendente alle opere pie – mercante Michele Maccagno

Ivan Kuz’mič, ufficiale postale – servitore – mercante Alessandro Riccio

Pëtr Ivanovič Dobčinskij Luca Altavilla

Pëtr Ivanovič Bobčinskij Emanuele Fortunati

Ivan Aleksandrovič Chlestakov Stefano Scandaletti

Osip – moglie ispettore scolastico Pietro Pilla

adattamento drammaturgico Damiano Michieletto

scene Paolo Fantin

costumi Carla Teti

disegno luci Alessandro Carletti

regia Damiano Michieletto

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È partito nel 2013 e si è chiuso a Vicenza questa domenica lo strepitoso “Ispettore generale” di Gogol che il genio di Damiano Michieletto, irriverente e spericolato, ha saputo non soltanto attualizzare, direi piuttosto, passatemi il neologismo, eternizzare. Uomini avidi, provinciali gretti e arraffoni, ignoranti, violenti, approfittatori. L’eterno gioco del potere fa sfilare uno dietro l’altro tutti i cliché del male. Rispetto al testo di Gogol in Michieletto c’è qualcosa che ci sbilancia, perché intanto è una commedia. E ridere dei nostri peccati ce li rende quasi più sporchi. Sarebbe fin troppo facile parlare di gioco degli specchi: la realtà che non cambia, l’uomo che rimane lo stesso. Ovvio che è così. Lo sbilanciamento è più sottile: se nel privato i personaggi mostrano il loro luridume, nel pubblico è anche peggio. Ritrarre le cose così come sono, senza moralismo, con l’occhio quasi indulgente, questa è la grandezza di Michieletto. Poi ti arriva la sconfitta grandiosa, la beffa, e tutto quello per cui hai arraffato rubato infamato vien fuori che è stato fatto per niente, è stato un abbaglio. Ci sei cascato perché hai dato ascolto solo alla tua vanità, alla tua vanagloria. In scena c’è la purissima e tenerissima oltranza di chi non sarà mai niente eppure insegue desideri più grandi di lui. In questo il Sindaco è il personaggio chiave. Lo faranno Generale, che importa se il presunto ispettore generale gli sposa la figlia, se la fa con la moglie, che importa? Il bisogno di prendere il volo da quello che si è, questa è la tragedia tutta umana che Michieletto fa risaltare dal testo di Gogol. Questa non cambierà mai. Tutti sognano di diventare altro da se stessi. Come fa dire Almodovar al travestito Agrado in “Tutto su mia madre”: “Una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. Per questo la vodka scorre a fiumi, perché non ci svegli mai dai sogni.

Uno spettacolo in difficoltà energetica quest’ultimo. Lampeggiava il segnale di “riserva”. Non solo un attore assente per gravissimi problemi famigliari è stato sostituito all’ultimo momento, ma il Sindaco, Alessandro Albertin, era in scena con 39 di febbre e starnutiva spesso. Uno spettacolo particolarmente complesso che chiede molto agli attori, questo. Nonostante la fatica e le condizioni di salute pessime di Albertin – sempre splendido – la regia e gli attori non hanno tradito quello che di bello c’è nel teatro: il nuovo quello vero, la prospettiva di idee stile linguaggio. Soprattutto, le palle.

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