“Divine parole” di Ramón María del Valle-Inclán

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fototraduzione di Maria Luisa Aguirre dAmico

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È la storia di un’umanità miserabile e stracciona che vive di espedienti e furbizie, che usa lirriverenza sfrontata come ribellione contro leterna prepotenza del potere. È il mondo nel quale Ramon Del Valle Inclan, personalità tra le più rappresentative della letteratura spagnola del Novecento, ambienta Divinas Palabras. La commedia ha come involontario protagonista una povera creatura nata idrocefala che la madre esibisce nelle sagre dei paesi per sfruttare la compassione della gente. All’improvvisa morte della madre si scatena la forsennata avidità dei protagonisti che vogliono mettere le mani sulla carrozzina col bimbo deforme: la zia Marica sinistramente timorata di Dio, Pedro Gailo lo zio sacrestano e la sua giovane e bella moglie Mari Gaila, donna estremamente sola, senza radici che si trova, costretta nel matrimonio, inappagata e senza amore. E così frustrata e inaridita neanche con sua figlia riesce ad esprimere tenerezza. L’unica cosa che Gaila conosce ed ama è il denaro, e attraverso il denaro che guadagna girando nelle fiere scopre il valore della libertà. Ma senza consapevolezza, così come senza consapevolezza scopre la forza dell’amore fisico e della sensualità incontrando Septimo Miau vagabondo assassino ed ex galeotto. Finché un giorno i pettegoli e invidiosi vicini la sorprendono in un peccaminoso amplesso la trascinano, adultera indegna da lapidare, davanti al marito. Lei, con un gesto di sfida orgogliosa, offre alle pietre la sua nudità paradossalmente innocente, ma il sacrestano uscito di senno dopo aver tentato di abusare della figlia ferma l’isterico furore del popolo con la solennità delle “divine parole”: “Qui sine peccato est vestrum, primus in illan lapidem mittat“. Parole, nel contesto, di tragica insondabile irrazionalità.

Senza cadere in uno stile di piatto realismo lautore mette in evidenza il primitivismo dei suoi personaggi: la superstizione, la crudeltà, le passioni elementari e incontrollate come la lussuria, l’avidità, l’ipocrisia radicati in un ambiente sordido, vagamente misterioso. Una specie di “corte dei miracoli” popolato da assassini, ladri, straccioni, prostitute, cechi e femminielli che vivono nel fango materiale (l’impiantito del Teatro è per tre quarti una immensa vasca di fanghiglia), e morale che solo alla fine l’effetto catartico delle divine parole riesce a riscattare. Nell’opera la morte e l’umorismo macabro hanno caratteristiche grottesche ed espressioniste che richiamano lo spettro pittorico di Goia. Si può allora (forse) concludere che “Divine Parole” è la rappresentazione drammatica di una visione del mondo e della vita umana in relazione al potere del male e della necessità di spiritualità come unico rimedio.

Prova impegnativa superata con successo dal giovane brillante regista Damiano Michieletto che dovrà spartirsi gli applausi con lo scenografo Paolo Fantin. Eccezionali le scene con le folgoranti scansioni lampi/tenebre di Alessandro Carletti e i costumi di Carla Teti. Molto suggestivo il contrasto fra le musiche mistiche e lo squallore della vicenda narrata.

Molto bravi i numerosi attori. Grande e intensa l’interpretazione di Fausto Russi Alesi nella difficile parte di Pedro Gailo, ottimi Marco Foschi nel vagabondo Miau, Federica Di Martino nella bella fedifraga Mari-Gaila, Cinzia Spanò nel ruolo della zia Marica, Nicola Stravalaci in quello del cieco infoiato, Bruna Rossi nelle vesti di Rosa la Tatula e ancora bravi e puntuali Lucia Marinsalta, Sara Zoia, Gabriele Falsetta, Petra Valentini, Federica Gelosa, Francesca Puglisi con gli allievi del Corso “Luchino Visconti” della Scuola di Teatro Luca Ronconi Alfonso De Vreese, Benedetto Patruno, Marco Risiglione.

Forse la lunghezza della rappresentazione (più di due ore senza intervallo) ha reso un po’ frettolosi i calorosi meritati applausi.

P.S.

Alcuni analisti hanno messo in relazione il simbolismo dell’opera con le correnti filosofiche del tempo che avrebbero avuto un notevole impatto sull’autore: tratti nietzscheani e bergsoniani, gnosticismo e Teosofia, etc. Per altri Parole divine sarebbe un’opera in chiave politica, la carrozzina con il piccolo mostro quale metafora della Spagna che passava di mano in mano, da un partito all’altro. Nulla dunque è cambiato, anche oggi in Spagna o in Italia la carrozzina è sempre contesa (ma… è la democrazia bellezza!).

 

2 COMMENTS

  1. Spettacolo molto emozionante e suggestivo!
    Ho trovato molto interessante il concetto del sagrestano
    che non si sporca all’inizio e poi
    si tuffa nel fango alla fine…
    Il personaggio della madre è stato reso benissimo.
    Applausi meritati a tutta la compagnia!!!!!!!!! Bravi. Andate a vederlo!

  2. Mi permetto di dissentire. Attori non in ascolto tra loro, recitazione piatta e al limite del ridicolo (non è possibile dire una parola di due sillabe e farla sembrare infinitamente noiosa; mi è parsa la versione deforme della poetica ronconiana). Condivido il pensiero di Camilla. Pedro che non vuole macchiarsi del “fango” e che inevitabilmente ci finisce dentro di lì a breve è una buona idea. Purtroppo è stata l’unica davvero interessante. Il resto era un minestrone inconcludente che ha badato più all’immagine che alla sostanza: la voce fuori campo, i maiali, i due attori appesi (mirabile il sacco della monnezza del primo…), il sangue e il fango, la scritta in latino, la casa santuario che va avanti e indietro (di nuovo, Ronconi?), la parete che sale, la parete che scende, gli attori giovani ben classificati (i due muscolosi in canotta, quello normale con la maglietta della salute). In sala, oltre a una manciata uscita a metà spettacolo, siamo rimasti a soffrire fino alla fine, ma siate onesti. Gli applausi deboli non sono dovuti alla lunghezza. Ci sono stati spettacoli ben più lunghi per cui alla fine il pubblico si è spellato le mani. Ieri sera, io e non solo io, le mani le ho tenute nelle tasche.

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